Gli argomenti addotti a sostegno di questa tesi cambiano, per cui risulta interessante valutare la loro evoluzione.
In una prima fase, non si mettevano formalmente in discussione le dimissioni, ma si asseriva che il Papa Emerito aveva rinunziato ad esercitare le funzioni di governo della Chiesa, mantenendo però la titolarità della sua carica. Una situazione simile si determinava quando non era ancora entrata in vigore la norma - introdotta da Montini - in base alla quale tutti gli ecclesiastici (non soltanto gli Ordinari diocesani) sono esortati a trasmettere la propria rinunzia al compimento dei settantacinque anni di età. A questo punto, il rispettivo superiore (che nel caso dei vescovi è il Papa) può accettarle immediatamente, oppure dopo un certo lasso di tempo. In precedenza, tutti i presuli rimanevano in carica a vita. Poteva tuttavia succedere che essi contraessero delle malattie invalidanti. In tal caso, segnalata la situazione alla Santa Sede, veniva disposta la nomina di un coadiutore, oppure di un amministratore apostolico detto "sede plena" il quale, essendo stato anch'egli consacrato vescovo, subentrava in tutte le funzioni di governo della diocesi. Questa soluzione non era però prevista nel caso del Papa, e comunque non era mai successo che il Vescovo di Roma dichiarasse di non trovarsi più in condizione di assolvere alle sue funzioni.
Ci siamo riferiti al Vescovo di Roma in quanto questi guida la Chiesa universale essendo titolare della diocesi che ai tempi di San Pietro - e nei secoli immediatamente successivi - era "caput mundi": anche se soltanto a partire dall'editto di Costantino del 313, essendo Vescovo di Roma San Silvestro Magno, questa sede acquisì il primato - in seguito via via rafforzato - su tutte le altre Chiese locali.
Supponiamo dunque che il Vescovo di Roma constatasse - e dichiarasse - di non potere più governare la sua diocesi. A questo punto, si sarebbe dovuto provvedere a sostituirlo in tale funzione. Ciò può però avvenire soltanto riunendo in conclave i cardinali: i quali erano in origine - e sono formalmente tuttora - e sacerdoti preposti alle varie chiese dell'Urbe.
Eletto con questa procedura il successore, costui si sarebbe trovato investito delle funzioni attribuite agli amministratori apostolici "sede plena". Si sarebbe dunque individuata la persona incaricata del governo della diocesi, ma sarebbe rimasta senza governo la Chiesa universale. Si tratta, con tutta evidenza, della classica "ipotesi di scuola": se una persona non è più in grado - per l'età o per le condizioni di salute - di guidare una diocesi, come può esercitare un potere assoluto ben più ampio? Se ne conclude che le due funzioni attribuite al Vescovo di Roma "simul stabunt, simul cadunt".
Risulta dunque insostenibile la tesi di quanti affermano che Ratzinger è tuttora il vero Sommo Pontefice, in quanto titolare della carica, sia pure non esercitandone più le funzioni. La formula usata per esprimere la rinunzia non lascia d'altronde alcun dubbio sulla situazione giuridica che si è determinata: Benedetto XVI è cessato tanto dalla titolarità della carica quanto dall'esercizio delle funzioni da essa derivanti. Di conseguenza, Bergoglio non si trova nella condizione di un amministratore "sede plena". Ed anche nella denegata ipotesi che lo si potesse considerare tale, egli eserciterebbe in modo pienamente legittimo i poteri che il codice di diritto canonico conferisce al Papa.
Quanti negano che dal 2013 vi sia un nuovo Pontefice si sono dunque finalmente resi conto della insostenibilità della loro tesi originaria, basata - lo ripetiamo ancora una volta - sulla distinzione tra la titolarità della carica e l'esercizio delle funzioni. Ed ecco dunque che dal cilindro del prestigiatore esce fuori un altro coniglio, cioè una nuova interpretazione del documento firmato a suo tempo da Ratzinger.
Ora essi affermano che Benedetto XVI si sarebbe dichiarato "impedito". In tale situazione si trovarono alcuni vescovi dopo l'unità d'Italia, ed altri nei regimi comunisti. Possiamo anche citare il caso del cardinale Play Daniel, che Franco aveva confinato nella abbazia di Montserrat perchè era stato fedele alla repubblica. Questi ordinari non erano stati necessariamente incarcerati, ma erano state loro imposte delle limitazioni della libertà personale come il divieto di muoversi, o l'impossibilità di visitarli.
La dichiarazione dell'impedimento spettava comunque alla Santa Sede. Se a trovarsi "impedito" fosse stato il Papa, egli avrebbe potuto subire questa condizione soltanto a causa di una sorta di colpo di stato (o "colpo di Chiesa"?) perpetrato nel Vaticano rovesciando il legittimo Pontefice. Nessuno, però, ha avuto notizia di un simile evento, neanche le persone - tra cui monsignor Georg Ganswein - che accedono quotidianamente all'Emerito. Il quale si è anche recato in Germania, Paese che lo considera tuttora proprio cittadino (pur avendo acquisito anche la qualifica di cittadino vaticano). Perchè neanche in quella circostanza Ratzinger ha dichiarato di essere stato deposto, costretto a firmare una falsa rinunzia, e per giunta messo agli arresti domiciliari? I fautori della deposizione hanno letto evidentemente "I sotterranei del Vaticano" di André Gide: secondo costoro, però, il "recluso" avrebbe in realtà lanciato un allarme inviando dei messaggi - in realtà così sibillini da risultare "subliminali" - in occasione delle interviste, in particolare quella rilasciata a Peter Seewald. Il quale ha tirato in ballo niente meno che la "profezia di Malachia": che Ratzinger pare attribuire ad Arnoldo De Wion, curatore della sua edizione a stampa all'epoca della Controriforma. Questo testo attribuisce a Benedetto XVI il motto "de gloria olivae", e lo considera l'ultimo Papa. Questo dettaglio viene naturalmente riconosciuto da Ratzinger.
Bergoglio sarebbe invece "Pietro secondo" - cui però la profezia nega la qualifica di Pontefice. Il ragionamento è questo: se il pontificato di Benedetto XVI è finito, è finita anche la Chiesa. I tradizionalisti dimenticano di citare Jacques de Molay, che collocò questo evento prima del 2014. L'argomento escogitato dai nemici di Papa Francesco risulterebbe credibile se la profezia di Malachia fosse riconosciuta dalla Chiesa, che però l'ha sempre ignorata. Considerandola autentica, il papato sarebbe finito come l'Impero Romano. Con la deposizione di Romolo Augustolo, esso non sarebbe terminato, rimanendo soltanto privo del titolare.
Si ha l'impressione che esista un settore politico-religioso i cui aderenti operano in base a due ipotesi, entrambe però infondate: l'una dal punto di vista giuridico, e l'altra dal punto di vista storiografico. Secondo costoro, in realtà Ratzinger non si sarebbe dimesso, e dunque Bergoglio non può essere stato eletto Papa. In realtà, queste persone non si riconoscono nelle scelte compiute da Francesco, e si preparano per consumare uno scisma. In funzione di tale obiettivo, i tradizionalisti sostengono la tesi di una sorta di sede vacante. La realizzazione dei loro piani non dipende tanto dagli argomenti escogitati, quanto dalle possibili future vicende internazionali, che potrebbero determinare la frapposizione di un confine - o di un fronte di guerra - tra Roma ed una parte dell'Europa in cui essi farebbero valere la regola del "cuius regio, eius religio".
Chiariamo, a scanso di equivoci, che noi rimaniamo fedeli a Papa Francesco, a prescindere dalla valutazione che possiamo esprimere sul Governo italiano. Quanto alla Santa Sede, essa è libera di rapportarsi con tutte le autorità civili, in base alla sua valutazione del bene della Chiesa.
Ci è stato concesso il grande onore di prestare al Papa la nostra modesta collaborazione, attraverso la persona di un suo stretto collaboratore. Questo ci ha permesso di apprezzare maggiormente - anche in base alla nostra conoscenza della realtà dell'America Latina - l'azione di governo svolta dal Papa per tutta la Chiesa. Rimarremo dunque sempre coerenti con le nostre scelte nel campo religioso. Non dimentichiamo che i cattolici antifascisti rimasero fedeli alla Chiesa anche dopo la stipula dei Patti Latera
Mario Castellano