Se Conte fosse veramente un uomo di sinistra, o quanto meno un autentico democratico, come lo viene qualificando disinvoltamente padre Eugenio Scalfari nelle sue prediche domenicali, dovrebbe preoccuparsi, dal momento che il professor Cacciari, massimo esponente del pensiero progressista, mette in dubbio le sue credenziali. Tanto più che l’ex sindaco di Venezia lo fa esprimendosi su “L’Espresso”: segno che la verità risulta difficile da nascondere, e negarla è come “nascondere il sole con un dito” (così si dice nel nostro paese di adozione).

L’articolo che il professore ha dedicato sul numero di domenica 26 luglio ad una valutazione degli accordi di Bruxelles costituisce un’autentica miniera di argomenti, volti a dimostrare quali e quanti diritti e legittimi interessi del popolo italiano siano stati messi in discussione. Se si fosse ancora in grado di ragionare, invece di portare il cervello all’ammasso partecipando al vergognoso incensamento della delegazione di ritorno dal Belgio, si potrebbe cercare un paragone con altri momenti della storia d’Italia.

Nostro nonno ci faceva notare il piccolo vano posto a lato di ogni entrata delle gallerie sulla ferrovia Genova-Ventimiglia, chiuso in origine da una porta blindata. Si trattava del cosiddetto “focolaio”, in cui l’esercito custodiva l’esplosivo necessario a sabotare la linea quando fosse scoppiata la guerra contro la Francia, cui l’Italia doveva prepararsi in base alla “Triplice Alleanza”, stipulata nel 1882 con l’Austria e la Prussia. Quando però ebbe inizio il conflitto, Sonnino corse a Londra per firmare il “protocollo” che porta il suo nome, e l’Italia vi intervenne rovesciando le alleanze. L’esercito venne spostato precipitosamente da ovest ad est, aggravando la sua impreparazione. Sonnino non aveva firmato l’accordo con l’Intesa in cambio della promessa di Trento e Trieste.

Conte, invece, si è accontentato di una elemosina. Che cosa si è impegnato a dare all’Europa?

L’ “avvocato del popolo” – come scrive impietosamente Cacciari – è tenuto a “cambiare il volto all’Italia, per la semplice ragione che la Commissione deciderà come sviluppare il Recovery Fund in base alla nostra virtù nel perseguire i ben noti obiettivi che da anni ci vengono indicati, e che riguardano pensioni, lavoro, pubblica amministrazione e semplificazione, sanità, scuola. Il governo – aggiunge il professore – sarà chiamato a provvedere con atti concreti in queste materie. Non se ne può fare a meno, dato che l’Europa ha perfettamente ragione nell’esigerlo”.

La guerra del 1914 era certa da ben sette anni, e se anche fosse stata condotta contro la Francia, l’esercito si sarebbe trovato comunque del tutto impreparato. Ciò non impedì tuttavia al governo di allora di gettarvisi a capofitto. L’unica preoccupazione consistette nell’impiegare le poche settimane mancanti al fatidico ventiquattro maggio per promuovere una assordante campagna interventista: D’Annunzio e Mussolini vennero assoldati per questa bisogna.

Oggi, analogamente, si arruolano i pennivendoli per fare credere che arriverà una pioggia di miliardi.

Vedremo quali saranno i benefici economici di questa manna, che – a detta di certi giornalisti – sta per cadere dal cielo. Il danno per la democrazia e per lo stato di diritto è comunque scontato, ed anzi già consumato.

Quando Cacciari afferma che “il governo sarà chiamato a provvedere”, ha già detto tutto. Le grandi riforme di struttura costituiscono infatti la competenza più tipica e esclusiva del Parlamento.

L’Europa ci chiede però di realizzare in poche settimane quanto “non siamo riusciti neppure ad abbozzare nell’ultimo trentennio, pur declamandone sempre la necessità”. Su ciascuna delle misure da adottare, però, “le forze politiche dell’attuale coalizione, per non dire del Parlamento, sono fraternamente divise al loro stesso interno”. Su alcune di esse, “in modo addirittura clamoroso”. Poiché però ”in autunno si dovrà decidere, o tutto a Bruxelles potrebbe tornare in discussione”, la domanda è se “potrà essere Conte a guidare l’inevitabile fase 3, dopo emergenza virus e trattative per il fondo”. Risulta dunque scontato che le Camere saranno esautorate, come già lo sono state, non da parte dell’esecutivo, ma da parte del Presidente del Consiglio. Il quale continuerà a legiferare mediante i suoi decreti. Con la differenza che i primi contenevano misure di emergenza, mentre lo “jus con- dendum” riguarda materie ben più ampie e qualificanti.

A questo punto, la trasformazione della Repubblica in una dittatura sarà consumata, risultando inevitabile una riforma istituzionale, senza la quale sarebbe impossibile “ogni semplificazione amministrativa e rafforzamento delle procedure decisionali”.

Conte, naturalmente, ne approfitterà per rafforzare il proprio potere personale. Con l’ottima scusa che né il Parlamento, né lo stesso governo sarebbero in grado di mettersi d’accordo in così poco tempo.

Il dittatore dell’antica Roma restava in carica per sei mesi, e non poteva modificare la costituzione materiale, che alla fine del suo mandato ritornava in vigore. Mussolini rimase per vent’anni, precisamente perché l’aveva stravolta, senza toccare quella formale. A Conte basta usare questa stessa precauzione.

In un precedente articolo, abbiamo ricordato come l’ascesa al potere del “duce” venne favorita dalle potenze dell’Intesa. Oggi succede lo stesso per l’ “avvocato del popolo”, in quanto – come scrive Cacciari – l’Europa economico-mercantile “ha perfettamente ragione nell’esigerlo”.

Il discorso ritorna dunque a riguardare l’insieme del continente.

“In Europa – ammonisce Cacciari – non esistono più famiglie capaci di riconoscersi da una patria all’altra e di esprimere strategie comuni”. L’integrazione economica “è rimasto l’unico collante” se questo “collante” esige di distruggere la democrazia in uno dei paesi membri, lo si fa senza nessuna remora, senza che nessuno sollevi una obiezione di coscienza. Neanche i diretti interessati, coloro cui si impone la dittatura.

Che senso ha dunque organizzare campagne di stampa contro Erdogan, Putin o Xi Jinping?

Le famiglie politiche democratiche, le diverse correnti del pensiero liberale, ci impongono Conte. Se almeno l’Europa avesse deciso di definirsi in base alla comune eredità giudaico-cristiana, anche noi avremmo una ispirazione, come pure una aspirazione.

I turchi, i russi, i cinesi, hanno quella costituita dall’Islam, dalla ortodossia, dal confucianesimo. Noi, fedeli al principio della laicità dello stato, non potevamo fare lo stesso. Abbiamo però abolito lo stato di diritto, di cui la sua laicità costituisce una condizione necessaria, non sufficiente.

A questo punto, ci troviamo a combattere senza seguire una bandiera, senza essere ispirati da un ideale.

È facile prevedere che siamo condannati a perdere.

Mario Castellano