Se non si può affermare che il mondo sia cambiato per effetto del viaggio compiuto da Biden in Europa, gli avvenimenti dell'altra settimana hanno messo in evidenza i risultati dell'evoluzione della situazione internazionale successiva alla caduta del Muro di Berlino. Non si possono certamente annettere con disinvoltura al campo delle democrazie liberali dell'Occidente tutti quanti i regimi post comunisti sorti nell'Europa orientale, ripetendo l'errore commesso nel corso della "guerra fredda", quando anche i peggiori dittatori dell'America Latina venivano arruolati disinvoltamente nel "campo della libertà".

I governi instaurati nell'Est tendono più o meno tutti ad esprimere un orientamento fortemente nazionalista ed identitario, ma risulta indubbio che dipende dall'Occidente la salvaguardia della loro indipendenza, e dunque il rispetto del diritto dei popoli alla autodeterminazione. Non possiamo ignorare l'invocazione, proveniente dalle nazioni dell'Est, che chiedono di essere sostenute nella difesa dalle tentazioni espansive della Russia, con la quale tuttavia il dialogo deve sempre rimanere aperto. Nel breve volgere di pochi anni, l'Occidente, nel nome del proprio quieto vivere, sacrificò due volte l'Europa orientale, prima con il Patto Ribentropp-Molotov, e poi con gli accordi di Yalta. Se dunque da una parte è in gioco la vigenza del principio di autodeterminazione, dall'altra parte è in atto un confronto tra le liberaldemocrazie e le autocrazie, sia pure variamente strutturate, siano esse cioè delle "democrature", delle dittature ideologiche dichiarate o delle teocrazie. Non a caso, tutti questi regimi tendono ad accantonare le loro differenze per collaborare sempre più strettamente, soprattutto nel campo militare. Mentre il massimo rappresentante in Occidente degli Uiguri annunzia la costituzione di un tribunale internazionale, chiamato a giudicare i dirigenti cinesi, responsabili se non di un genocidio, quanto meno di un etnocidio, giunge notizia che diversi Paesi islamici hanno restituito al governo di Pechino i profughi dal Xing Kiang.

La solidarietà ideologica tra i diversi autoritarismi prevale su quella tra correligionari. Le dittature si puntellano sempre a vicenda. In Occidente, quanto meno, non viene respinto nessun perseguitato per le sue opinioni politiche o per la sua fede: neanche coloro che - una volta tornati in patria - sostituiscono una dittatura con un'altra. Qualche tempo fa, c'era ancora, tra i pescatori di Capri, chi si ricordava di avere conversato con Lenin, e Khomeini attese il suo trionfale ritorno in Iran installato comodamente in una villa presso Parigi. Ora è venuto il momento degli Uiguri, mentre i tibetani mietono da tempo conversioni tra gli occidentali al buddismo lamaista: anche le mode intellettuali servono la causa della emancipazione dei popoli. Non basta più, tuttavia, l'impegno umanitario in favore dei rifugiati: occorre infatti contrastare i tentativi di destabilizzazione che segnano la nuova guerra fredda, per cui risulterà probabilmente necessario instaurare delle discipline collettive molto drastiche, causate anche dal razionamento delle materie prime. Chi, tra i nostri vecchi, aveva vissuto entrambe le guerre del secolo scorso, ricordava che durante la prima la gente voleva la vittoria, mentre nella seconda l'alleanza con la Germania non suscitava nessun entusiasmo e nessun impegno. La guerra fredda, in cui è cresciuta la nostra generazione, non riuscì a rompere i legami umani tra gli italiani: tutti quanti furono identificati in don Camillo e Peppone. Non è casuale, d'altronde, che fossero espressione dell'ambiente cattolico gli uomini più impegnati per la distensione, come Roncalli, Montini, La Pira, Moro e Fanfani.

Ora, però, mentre è venuta meno la divisione tra gli italiani schierati con l'America e quelli schierati con la Russia, e tutte le forze politiche si riconoscono nei principi della democrazia liberale, la tensione internazionale è destinata di nuovo a salire. Per cui la tenuta della democrazia dipende dalla saldezza del fronte interno. Come abbiamo già scritto, la piena realizzazione della democrazia porterà un giorno al superamento degli Stati nazionali, costituendo nuovi soggetti al di sopra degli attuali confini, ma questo esito risulterà possibile soltanto se le democrazie prevarranno sulle autocrazie. Occorre dunque mettere per il momento da parte certe rivendicazioni regionalistiche, per quanto giuste e fondate. Il fatto di essere gente di frontiera rende d'altronde necessario e possibile lavorare insieme con chi si trova dall'altra parte, e questo ci farà rafforzare i vincoli che uniscono i liguri italiani con i liguri francesi. Superate le prove, la nostra unione risulterà già realizzata di fatto, e non rimarrà che conferirle la forma giuridica più adeguata. Non mancano, però, le "quinte colonne" del nemico.

Grillo e D'Alema rivelano la loro propensione per la Cina, e questo atteggiamento è causato - più ancora che dagli interessi commerciali - dalla sopravvivenza di una cultura politica fondamentalmente autoritaria. La stessa che contraddistingue certe periferie dell'Europa: a Belgrado, dove c'è chi non si rassegna alla perdita della "grande Serbia", comandano - non a caso - i cinesi, con il loro spionaggio elettronico. Nella nostra provincia, questi soggetti hanno potuto a lungo spadroneggiare, grazie al commercio di selvaggina. Noi non cadremo nei metodi propri degli Stati di polizia: se ciò accadesse, verrebbe meno la differenza con la parte opposta. C'è però chi conosce le trame degli agenti di Belgrado. Se costoro vogliono agire come cittadini leali, dovrebbero confidare ciò che sanno alle autorità competenti. La Resistenza non ha assolutamente nulla a che vedere con tutto questo, in quanto venne combattuta per conquistare la libertà e l'indipendenza. Gli eredi di Milosevic sono nemici dell'una e dell'altra.

Mario Castellano