Il Presidente del Consiglio incaricato lo merita d'altronde pienamente, e Dio ci perdonerà la vanità di sentirci modestamente coinvolti in questo insperato apprezzamento. Abbiamo più o meno l'età del nuovo Presidente del Consiglio, cui ci uniscono alcuni tratti biografici.
In primo luogo, non (sottolineiamo la parola "non") abbiamo "fatto il Sessantotto". Per due motivi. In primo luogo, eravamo troppo poveri per poterci distrarre dagli studi, e in secondo luogo non condividevamo quello che il generale De Gaulle definì con il termine di "chienlit", cioè letteralmente "cagnara". Per abbattere il "sistema" - come si diceva allora - bisognava conoscerlo, e per conoscerlo era necessario studiare. Chi rimaneva asino, era destinato a fare il funzionario del partito comunista, cioè a personificare la quintessenza del piccolo borghese, che è quanto di più reazionario esista in natura. Pasolini, commentando la cosiddetta "battaglia di Valle Giulia", aveva capito tutto. Non per nulla, pagò con la vita l'avere detto la verità. Se il paragone non suonasse irriverente, come accadde al Battista.
Padre Fanzaga, nel suo inatteso elogio di Draghi, ha però commesso un errore: il Presidente incaricato non appartiene al novero dei cattolici sociali, bensì a quello dei cattolici liberali. L'errore commesso dal noto predicatore radiofonico non è casuale: notoriamente, noi cattolici italiani non gli piaciamo; le sue preferenze sono per i confessionalisti. I quali ebbero anch'essi un "revirement" proprio a partire dal "Sessantotto": se qualcuno voleva imitare il modello del "socialismo reale", qualcun altro intendeva per l'appunto instaurare uno Stato la cui legge coincidesse con il precetto religioso. Il capo fila laico di questa congrega fu quel Formigoni che avrebbe concluso la sua carriera passando dalla "Società delle Opere" al carcere di Opera, dove scoprì una pratica devozionale che - purtroppo per lui - aveva trscurato: quella della penitenza.
Draghi è la nostra rivincita, non certo per motivi personali - "nos, non nobis" - bensì perchè con la sua ascesa al potere si chiude un ciclo: quello - per l'appunto - del confronto tra i cattolici liberali e quanti rifiutano il principio della laicità dello Stato.
I nostri bisnonni abbatterono lo Stato Pontificio, ma la Chiesa impiegò cinquantanove anni per riconoscere che avevano avuto ragione: anche dal punto di vista spirituale. Noi siamo stati più fortunati. Con le leggi sul divorzio, sull'aborto, sulle unioni civili, ed infine con la sentenza della Corte Costituzionale in materia di eutanasia passiva si è affermata la facoltà dello Stato di regolare queste materie. Si tratta, naturalmente, di pratiche che per noi risultano illecite. Si è però giustamente stabilito che lo Stato può legiferare senza tenere conto del precetto religioso. La cui osservanza, venuto meno il "braccio secolare", è rimessa unicamente alla coscienza individuale.
Draghi è uno di noi, uno di coloro che si riconoscono in questi principi, e ci fa piacere che anche le componenti più conservatrici della Chiesa si sentano tutelate da lui. L'alternativa al cattolicesimo liberale è costituita dal paganesimo di Salvini. Come a suo tempo era stato l'ateismo, altrettanto dichiarato, di Mussolini. Che venne però preferito alla fede cristiana di don Sturzo. Come disse Mao Tse-tung quando l'Armata rossa passò il ponte sul fiume Tatu: "la storia non si ripeterà".
Post scriptum.
Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze al dottor Paolo Celi: come si dice per l'appunto in francese "quand on est foutus, on est foutus".
Mario Castellano