Il "Foreign Office" britannico, con molta lungimiranza, colse in quell'evento, e nell'indirizzo che esso esprimeva, il maggiore pericolo - in prospettiva storica - per l'Occidente: i rivoluzionari "islamici" erano ben più insidiosi di quelli atei dell'Europa. A partire da quel momento, il comunismo - e comunque la ribellione alla preponderanza delle potenze coloniali - avrebbe contagiato tutta l'Asia. L'Inghilterra, che era stata lungimirante nel cogliere questa tendenza, non lo fu atrettanto nel prendere le misure necessarie per contrastarla: la linea cui si adeguò tutto l'Occidente consistette nel non riconoscere la Russia rivoluzionaria, il cui governo - non considerandosi vincolato dagli obblighi che comporta l'appartenenza alla comunitàò internazionale - intensificò l'attività sovversiva all'estero.
In Afghanistan si è instaurato il primo governo rivoluzionario sunnita. Gli sciiti avevano già raggiunto lo stesso risultato in Iran, ma furono essi stessi a porsi fuori dalla legalità internazionale con la presa degli ostaggi nell'ambasciata americana. Ora si commette l'errore di isolare i "talebani", che - come i bolscevichi dopo il 1917 - sono alla guida di un Paese impoverito e disastrato. Dipende soprattutto da noi se si dedicheranno a ricostruirlo - come probabilmente vorrebbero - oppure a farne una base per il terrorismo islamista. Certamente, la loro ideologia è antioccidentale, ma essi possono mantenerla come ispirazione in politica interna, oppure scegliere di "esportare la rivoluzione". Risulta dunque sbagliato escluderli dalla comunità internazionale.
Intanto, i nostri eroi rientrano trionfalmente a Roma, dove si prepara per loro un trionfo simile a quello riservato a Giulio Cesare al suo ritorno dalla Gallia: con la differenza che Giulio Cesare aveva vinto, mentre i suoi emuli di Kabul hanno perso. Ben pochi, tra gli sventurati di cui "La Repubblica" invocava il salvataggio, sono stati trasportati in Italia. I "bianchi", sconfitti nella guerra civile, poterono imbarcarsi da Odessa alla volta dell'Occidente in numero di circa due milioni.
Si diceva tra le due guerre che non c'era nessuna differenza tra i tassisti di Mosca e quelli di Parigi, in quanto erano entrambi tutti russi. I profughi afgani sono invece una rarità: il sindaco di Sanremo se ne è sagacemente accaparrato un buon numero, memore di quanto era avvenuto quando molti aristocratici di San Pietroiburgo si erano rifugiati nella "città dei fiori". Il nostro amico Biancheri ha trovato una attrazione per il malandato turismo sulla Riviera: venite tutti a vedere gli afgani!
Mario Castellano