La Russia sovietica non disponeva di un mercato in grado di assorbire e di retribuire le materie prime di cui è ricco il “Continente Nero”, soprattutto i minerali ed il legname. Per non parlare della possibilità di sradicare le foreste trasformando grandi estensioni di terra in coltivazioni agricole, la cui produzione di generi alimentari è destinata a soddisfare il fabbisogno crescente della popolazione cinese.
Il colonialismo si basa sempre e comunque sulla sottrazione delle risorse dei paesi dominati, non certo per promuovere il loro sviluppo con quanto ricevono in cambio, bensì in funzione delle necessità delle potenze dominanti. Il metodo praticato per conseguire questo risultato e per mantenere nel tempo questa relazione diseguale può tuttavia cambiare.
Gli europei prelevavano dall’Africa le sue materie prime, limitando la costruzione di infrastrutture a quanto era necessario per il loro trasporto fino ai porti di imbarco.
L’edilizia abitativa era a sua volta ristretta alla costruzione di alloggi e di servizi per i pochi “bianchi” distaccati nelle colonie, per sovraintendere alle attività estrattive o per svolgere funzioni di polizia. L’unica eccezione era costituita dai missionari, i quali – essendo animati da uno spirito autenticamente filantropico – davano ai nativi istruzione ed assistenza sanitaria. Sradicando, però, insieme con i loro culti ancestrali, anche la loro cultura originaria. Questo spiega per quale motivo oggi si assiste nell’Africa “nera” ad una grande espansione dell’Islam: il cristianesimo viene infatti identificato “tout court” con il dominio straniero. Non si considera il fatto che gli arabi collaborarono con gli europei nella cattura e nel commercio degli schiavi, né del fatto che gran parte della classe dirigente promotrice dell’indipendenza si era formata presso scuole cristiane.
Il fatto che anche gli arabi abbiano sofferto il dominio coloniale basta per conferire alla loro religione una connotazione “antimperialista”.
Il finanziamento da parte dei paesi del petrolio delle scuole coraniche, in cui comunque si provvede alla alfabetizzazione, nonché di una rete assistenziale sostenuta dallo “Islamic Relief” fa il resto. Schematizzando, si potrebbe affermare che tra i nuovi colonialisti ed i musulmani si è determinata la stessa divisione dei compiti che si era stabilita a suo tempo tra le vecchie potenze coloniali e le diverse chiese cristiane.
Esistono certamente anche delle contraddizioni potenziali, ma non sono destinate ad emergere tanto presto, almeno fino a quando i cinesi e gli islamisti saranno accomunati dalla loro contrapposizione all’Occidente.
Pechino si sta appropriando comunque delle risorse dell’Africa con una rapidità ed una estensione dello sfruttamento messo in atto ben superiori a quanto facevano gli europei. Anche qui, esiste naturalmente una contraddizione con gli interessi delle popolazioni locali, ma la Cina fa in modo che la resa dei conti venga proiettata in un futuro remoto: abbastanza remoto da permettere – almeno nel suo disegno – nel frattempo la conquista dell’Europa occidentale.
La chiave di volta del nuovo sistema di sfruttamento dell’Africa consiste essenzialmente nella delocalizzazione della produzione industriale, che approfitta di una compressione salariale superiore a quella praticata nella madrepatria, benché in Cina molti dei prodotti destinati al mercato occidentale siano fabbricati addirittura dalla mano d’opera schiavizzata dei campi di concentramento, nei quali finiscono tanto i criminali comuni quanto i dissidenti politici ed i componenti delle minoranze nazionali.
Tutti gli uomini adulti di etnia uigura sono stati ristretti nel famigerato “laogai”, ove vengono “rieducati”. Il che significa che sono costretti a rinnegare la religione islamica.
Il re dell’Arabia Saudita e gli altri Emiri non trovano nulla da obiettare, come a suo tempo non ebbero nulla da obiettare quando nell’Asia centrale sovietica si perseguiva lo stesso scopo, anche se con metodi più sofisticati.
Le fabbriche impiantate in Africa dai cinesi creano comunque un ceto operaio, privilegiato rispetto al resto della popolazione. Inoltre, le infrastrutture necessarie per trasferire all’estero il prodotto finito o semilavorato sono maggiori di quelle a suo tempo costruite dagli europei per esportare le materie prime. Le strade possono essere usate anche dagli agricoltori per raggiungere i mercati con i loro prodotti, e l’energia elettrica generata per le industrie beneficia anche la popolazione.
La “nomenklatura” locale è pur sempre minoritaria, ma più ampia rispetto al piccolo strato di collaborazionisti alimentato a suo tempo dal colonialismo europeo.
Quel tanto di sviluppo che viene implementato “in loco” necessita a sua volta di tecnici, formati in Cina secondo i canoni ideologici propri del suo regime. L’omologazione culturale indotta dai cinesi risulta ben più ampia e profonda di quella promossa a suo tempo dagli europei.
L’asso nella manica di Pechino è però un altro: la corruzione delle classi dirigenti – tollerata, se non incoraggiata dai cinesi per tenerle sotto il loro ricatto – unita con la mancanza di una amministrazione pubblica, causa da una parte lo spreco, e dall’altra comunque l’assoluta insufficienza del gettito fiscale. Le risorse pubbliche non vengono in ogni caso destinate né a creare delle infrastrutture (a questo provvedono direttamente i cinesi), né ad erogare dei servizi alla popolazione, ma soltanto a mantenere la polizia e l’esercito. Che nel “terzo mondo” sono spesso – anche formalmente – la stessa cosa.
Nel nostro paese di adozione, la polizia politica appartiene alle forze armate e si occupa di reprimere non soltanto la dissidenza, ma anche i reati economici. I servizi di sicurezza italiani dipendono – per la raccolta delle informazioni – dalla nuova potenza egemone.
Se siamo arrivati a questo punto, lo si deve al fatto che anche nel nostro caso, come avviene nei paesi africani, la Cina ripiana il deficit pubblico, sottoscrivendo in blocco le nuove emissioni di buoni del tesoro. In questo modo, il governo non è costretto ad inasprire la pressione fiscale, e può inoltre acquisire allo stato le imprese che gli conviene mantenere in funzione. Le altre vengono abbandonate al loro destino. Più lo stato si indebita con la Cina, più stretto diviene il controllo esercitato da Pechino sul suo apparato di sicurezza.
Chi non è d’accordo sulla nostra collocazione internazionale, viene dunque considerato per ciò stesso come un criminale. L’amministrazione pubblica, dal canto suo, si sta contraendo, lasciando i cittadini privi del supporto necessario per molte attività economiche.
Con la scusa di combattere l’epidemia, si risparmia sulle spese necessarie al funzionamento degli uffici e sulle stesse retribuzioni degli impiegati. Intanto, però, l’apparato repressivo e spionistico viene blandito con le elargizioni degli “straordinari”. L’Italia si avvia – senza che i cittadini se ne accorgano – a divenire una dittatura “terzomondista”, gestita di fatto da chi ne controlla lo spionaggio elettronico, lo stesso paragone con il fascismo risulta improprio. Il “duce” si preoccupava di rafforzare l’amministrazione pubblica, mentre “l’avvocato del popolo” la indebolisce; inoltre, aumentava le prestazioni sociali dello stato, che oggi diminuiscono.
Mussolini usava il bastone e la carota; Conte impiega soltanto il bastone.
Mario Castellano