La manovra concepita e già messa in atto da una opposizione che non si limita a perseguire un cambio di Governo - come è normale in ogni democrazia rappresentativa - ma intende sovvertire le istituzioni di uno Stato ritenuto illegittimo, comporta da un lato la mobilitazione della piazza, e dall'altro lato una campagna di stampa diretta a screditare la classe dirigente.

L'avvento di Draghi - preceduto da un susseguirsi di voci sul suo ritorno quale salvatore della patria - aveva suscitato una sorta di attesa messianica. Anche Gesù Cristo era apparso nel tempo in cui si attendeva il compimento delle profezie, tra quanti lo ritenevano l'Unto del Signore, suscitò tra i compatrioti un dissidio che sfociò nella sua crocifissione. Giuda riteneva che il Messia dovesse restituire la libertà al suo popolo, ma Gesù lo deluse quando disse: "regnum meum non est de hoc mundo". Probabilmente anche Bechis era tra quanti aspettavano che il messia Draghi restaurasse miracolosamente il benessere economico. Risultando logicamente impossibile conseguire tale obiettivo, il direttore de "Il Tempo" sfoga la propria delusione mettendo in piazza le faccende private del Presidente del Consiglio.

In realtà, si deve dare atto a Draghi di non avere tentato di illudere nessuno nel momento in cui si è presentato al Parlamento, l'uomo della Banca Europea ha detto chiaramente che non avrebbe salvato le imprese incapaci di reggersi sulle loro gambe. E' finita dunque l'era delle sovvenzioni e dell'assistenzialismo. Questo segna la rottura con una tradizione risalente alla Democrazia Cristiana, quella degli aiuti pubblici elargiti "a pioggia", beneficiando tanto gli imprenditori quanto i loro dipendenti, l'epoca cioè di una economia gestita in base a criteri elettorali.

Draghi non sembra preoccuparsi dei voti: il Presidente del Consiglio non ha un partito, non sembra intenzionato a costituirlo, e tiene le diverse forze politiche "in gran dispitto". Il "premier" è stato chiamato, sostanzialmente in seguito ad una sorta di colpo di stato, o comunque di una imposizione del Presidente della Repubblica sulle Camere, a guidare un Paese sostanzialmente in guerra, e dunque non mira a dotarsi di alcuno strumento concepito per promuovere il consenso: nè quello coatto, imposto dai dittatori, nè quello spontaneo, su cui si fondano invece le democrazie rappresentative. Draghi non è il primo Presidente del Consiglio privo di un partito - ci sono già stati Ciampi e Monti - ma è il primo Presidente del Consiglio che non si rapporta con i partiti. L'uomo arrivato da Francoforte governa basandosi sull'apparato amministrativo dello Stato, con il supporto di un piccolo gruppo di validissimi e fidati collaboratori: Franco, Gabrielli, la Cartabia, e la Lamorgese, chiamati a comporre il suo "gabinetto ristretto", simile a quello che gestisce in Israele le situazioni di crisi.

Qualcuno, a questo punto, potrà insinuare che Draghi governa soprattutto mediante gli strumenti repressivi. A tale osservazione si può rispondere che quando vi è chi dichiara la guerra contro lo Stato, bisogna rispondere costituendo - per l'appunto - un "war cabinet". L'estensione e la gravità della sovversione già in atto possono risultare maggiori o minori a seconda di due fattori: uno è costituito dalla consistenza dei ceti sociali che verranno colpiti da misure quali una imposta patrimoniale o un prelievo forzoso dai conti correnti; l'altro è determinato dalla disponibilità di questi soggetti ad imbarcarsi in un tentativo di eversione come quello loro prospettato attualmente dalla estrema destra.

La predisposizione di una sorta di campi di concentramento, costruiti usando i container e disponendo perfino le uniformi degli internati (ritorneremo ai pigiami a righe o adotteremo le tute arancioni come a Guantanamo?) induce a pensare che il conflitto sia inevitabile. Nelle guerre civili, ci si divide d'istinto, ma noi cerchiamo ancora di ragionare.

Draghi è certamente uomo organico alla classe dirigente romana. Vi sono tuttavia degli elementi, nella sua formazione, che escludono un disegno autoritario, e tanto meno una ispirazione totalitaria di tipo "terzomondista", presenti invece entrambi nel suo predecessore. Draghi è un dittatore, ma nel senso etimologico del termine, come quelli che si nominavano in tempo di guerra nell'antica Roma.

Noi non vivremo abbastanza per vedere la fine, ma possiamo prevedere che gli attuali Stati nazionali verranno sostituiti da un lato con una sorta di nuovo Sacro Romano Impero, e dall'altro con delle entità regionali, espressione delle rispettive diverse identità. Questo, però, riguarda il futuro. Nel momento attuale, la scelta è tra una concezione sostanzialmente liberale della "res publica" ed un totalitarismo ispirato a modelli non occidentali: "hic Rhodhus, hic salta".

Mario Castellano