Cesare Lombroso credette di dare dignità scientifica a simili teorie, prendendosela con i Meridionali, da lui ritenuti delinquenti per tendenza a causa della forma del cranio (?!).
Se affermazioni del genere risultassero fondate, il genocidio sarebbe, se non giustificabile, quanto meno comprensibile, trattandosi di una misura utile ad estirpare il male dal mondo.
Hitler redasse il “Mein Kampf” precisamente con lo scopo di sostenere questa tesi aberrante.
Non basta dunque condannare l’Olocausto: occorre estirpare anche tutte le forme di razzismo che tendono a giustificare l’odio e la violenza nei riguardi di chi è diverso.
Queste riflessioni sorgono spontanee ascoltando da una parte le ultime notizie dall’Ucraina, che testimoniano la pratica – da parte degli invasori – della tristemente nota “pulizia etnica”, e dall’altra parte le asserzioni di Zelensky: il Presidente definisce tutti i Russi come “bastardi”, attribuendo loro una colpa collettiva.
L’asserita colpa collettiva dei popoli è sempre all’origine del razzismo.
In ogni popolo ci sono dei Giusti, e la Bibbia dice che ne sarebbero bastati pochi per salvare Sodoma e Gomorra.
Non si può tuttavia dimenticare che Putin ha iniziato la guerra giustificandola a sua volta con un asserito genocidio ai danni dei connazionali del Donbas.
Stando così le cose, il criterio del “cuius regio, ejus religio”, applicato alle differenze etniche - per quanto ingiusto e disastroso - costituirebbe in teoria un male minore rispetto ai massacri causati dall’esasperazione identitaria.
L’esperienza storica dimostra però che la sua applicazione – comunque foriera di per sé di gravi ingiustizie - non è comunque alternativa alle stragi, che anzi vengono deliberatamente commesse per costringere i superstiti all’esodo, oppure all’assimilazione forzata.
Se inoltre si separano i popoli tra Stati diversi, sorge il problema costituito dal tracciato delle frontiere, che ciascuno vorrebbe tracciare fino a coincidere con la sua massima espansione territoriale.
Che cosa sono d’altronde le frontiere – tanto riconosciute dai Trattati quanto stabilite “de facto” - se non dei fronti di guerra su cui a suo tempo sono cessate le ostilità tra le diverse Nazioni?
In Europa Occidentale ci si è accordati su due principi: da una parte, si sono smesse le rivendicazioni territoriali, e dall’altra parte si è riconosciuta una tutela giuridica più o meno ampia alle minoranze linguistiche.
Poiché invece Putin persegue la politica della russificazione forzata, c’è il rischio che gli Ucraini facciano la stessa fine dei Tibetani e degli Uiguri: nei riguardi di queste popolazioni non viene forse attuato un genocidio, ma certamente si commette un etnocidio.
Noi Occidentali assistiamo alla guerra limitandoci ad inviare aiuti militari ed umanitari, oltre che accogliendo doverosamente i profughi.
Risulta però sbagliato ritenere che simili situazioni non possano riguardarci.
Che cosa succede, infatti, se una minoranza rivendica il diritto alla secessione?
In questo caso, anche se da noi non avvenne nulla di simile a quanto si è consumato nell’ex Jugoslavia, non soltanto si nega il diritto all’autodeterminazione, ma affiorano anche degli atteggiamenti razzistici.
Il Delegato in Italia della Generalità di Catalogna ci raccontò a suo tempo ciò che era accaduto quando alcuni dei suoi dirigenti, dopo avere proclamato l’Indipendenza, decisero di costituirsi presso la Procura Generale di Madrid: nel percorso verso il carcere – dove sarebbero rimasti per anni, malgrado non avessero commesso nessuna violenza, costoro vennero gravemente insultati e minacciati fisicamente dagli agenti di Polizia che li avevano arrestati.
Se poi dovesse realizzarsi il disegno di Putin, basato sul principio di legittimità, i diritti dei popoli verrebbero rimessi all’arbitrio dell’etnia dominante.
I patrioti italiani del Risorgimento accusavano l’Austria di praticare il “divide et impera”: lo provava il fatto che i gendarmi inviati Lombardo – Veneto erano di etnia croata o magiara.
Di qui la compassione espressa dal Giusti: “Povera gente, lontana dai suoi, in un paese, qui, che le vuol male: chissà che in fondo all’anima po’ poi non mandi a quel paese il principale”.
Questa politica toccò il culmine con il cosiddetto “ausgleich”, cioè il “compromesso” stipulato dopo la sconfitta nella guerra austro – prussiana del 1866, che riconosceva ai Magiari una statualità, sia pure in regime di unione personale, mentre non si concedeva una uguale dignità agli altri sudditi degli Asburgo.
Si compì in questo modo un rimo passo verso lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Invano, Francesco Ferdinando si erse a difensore degli “Slavi dell’Impero”, auspicando la sua “trialità”: furono proprio gli Slavi Meridionali, frustrati nelle loro aspirazioni, ad ucciderlo.
Negli Stati multinazionali c’è sempre una etnia dominante, come ci sono minoranze privilegiate ed altre discriminate.
Non rimane dunque che riconoscere, sempre e dovunque, il diritto dei popoli all’autodeterminazione.
Analogo discorso vale per le religioni: nel 1945 Stalin costrinse i Cattolici di rito orientale dell’Ucraina Occidentale, tolta alla Polonia, ad unificarsi con la Chiesa Ortodossa.
Ora Putin vuole sottomettere al Patriarcato della “Terza Roma” tutti i Cristiani dell’Occidente.
Il Papa può anche astenersi dall’andare a Kiev per non irritare il confratello Cirillo: costui mira comunque a soppiantarlo, ed esorta a tal fine i soldati russi a combattere per la causa che considera giusta.
Non rimane dunque che riconoscere e sostenere i diritti dell’Ucraina, in quanto sono anche i nostri: sia di chi vuole mantenere l’Indipendenza, sia di chi si propone di conquistarla.
Dopo la guerra, potremo chiedere che questi diritti vengano estesi ad altri popoli, come è avvenuto per tante Nazioni dopo il 1918, e poi dopo il 1945.
Mario Castellano