Questo nobile francese, di ascendenza “royaliste”, come tutta l’aristocrazia d’Oltralpe, peraltro apportatrice di numerosi “grands commis” allo Stato, è passato in effetti alla storia per il rifiuto opposto al Papa Benedetto XVI quando – conformandosi con i principi laici si cui si basa la “République” – ha rifiutato di inserire nella cosiddetta “costituzione” dell’Unione Europea ogni riferimento alle radici giudaico-cristiane del continente. Vi è stato invece citato l’Illuminismo.
L’ex presidente ha dunque voluto indicare ai concittadini un denominatore comune non religioso, tale da unire i credenti ed i non credenti. La polemica è stata comunque a suo tempo particolarmente vivace, e noi vi abbiamo preso parte dall’America Latina, dovendo spiegare ai connazionali di adozione i termini della controversia tra i connazionali di origine.
In tempi di incipiente identitarismo, occorreva – anche a nostro modesto avviso – delimitare i confini della auspicata confederazione continentale, come sempre avviene quando si fonda un nuovo Stato. Non si sarebbe trattato peraltro di confini geografici. L’Unione si sta infatti ancora espandendo ad est, mentre arretra sul versante occidentale con l’uscita della Gran Bretagna.
I confini dell’Europa sono infatti di carattere culturale, e possono dunque coincidere per l’appunto soltanto con quelli dell’influenza spirituale giudaico-cristiana.
Giscard, formato alla scuola del laicismo francese, temeva che una simile definizione dell’Europa potesse venire usata come pretesto per una sua evoluzione in senso confessionale. Si trattava di un timore eccessivo, in quanto altra cosa l’auspicio espresso dalla Santa Sede non venne comunque accolto, ma l’Europa dei lumi risulta tanto estranea alla mentalità dei suoi nuovi cittadini musulmani quanto lo è quella dello “ancien régime”: che non ha nessuna possibilità di essere restaurato, mentre si continua a pregare nelle cattedrali, ed a leggere Chrétien de Troyes e Dante Alighieri.
Giscard è morto tuttavia nella sua fede cattolica, senza trovare in essa nessuna contraddizione con la lealtà verso lo Stato laico. Questa è la grande lezione della Francia, fin dal concordato del 1801, con cui Roma dovette riconoscere la Chiesa aderente alla “costituzione civile del clero”, cioè alla Rivoluzione. Noi, come cattolici liberali, ci siamo sempre ispirati a questo ideale.
All’ex presidente è legato un aneddoto della piccola storia locale.
Mentre Giscard sedeva all’Eliseo, il nostro concittadino Luigi Ivo Bensa era presidente della giuria del Giro di Francia. La carovana del “tour” è organizzata come una sorta di Stato ambulante. Il potere formale veniva esercitato in quel tempo da un consolato, composto dai due dirigenti della società che gestiva la corsa, l’israelita Lévinas ed il gentile Goddet. Il potere effettivo spettava però al commissario di polizia incaricato dell’ordine pubblico. Tra i concorrenti e tra gli spettatori, la cui autorità era assoluta e temutissima.
Quando il Giro approdò nell’Alvernia, ove sorge il castello avito dei Giscard d’Estaing, il commissario comunicò a Bensa che il Presidente della Repubblica invitava la giuria ad una cena presso il suo domicilio privato. Giscard ricevette l’ospite qualificando l’evento come l’incontro tra due personalità dello stesso rango. Ciò accrebbe l’ego – già smisurato – di Bensa, al quale il potere assoluto sui corridori aveva dato alla testa. Giscard domandò da dove venisse il suo ospite: “je suis d’Oneille”, rispose costui, e questa fu l’unica frase che riuscì a pronunziare in francese corretto. Bensa parla la lingua d’Oltralpe come un venditore di scarpe sul mercato di Ventimiglia.
Seguì comunque uno scambio di battute storico: “nous sommes à peu près du meme eviron”, rispose Giscard, alludendo alla geografia. Bensa ravvisò però in questa espressione dell’interlocutore una assunzione al suo stesso rango. Al levar delle mense, vi fu un brindisi, durante il quale i due Presidenti pronunziarono i discorsi ufficiali. Dopo che il nostro concittadino ebbe parlato, Giscard non lo fece neanche arrestare: segno che il Capo dello Stato era molto sportivo. Quindi fece omaggio al “collega” di una copia del “menu” con dedica autografa.
Tra mille anni, quando Bensa morirà, il prezioso cimelio verrà consegnato al nostro museo civico. Sempre che, naturalmente, lo si sottragga alla cupidigia di Brioglio.
Mario Castellano