L’opera analitica più importante scritta da Lenin rimane “Lo sviluppo del capitalismo in Russia”, in cui spiega come questa grande nazione avesse potuto trasformarsi in una semicolonia. Di qui trae origine la sua visione della rivoluzione intesa non soltanto come occasione di riscatto sociale, ma anche come rivendicazione dell’indipendenza. Se il primo di questi obiettivi fu mancato, il secondo venne raggiunto.

Dopo la liberazione dei servi della gleba nel 1861, da parte dell’imperatore riformatore Alessandro II, i proprietari terrieri, non in grado – per la loro inesperienza in materia economica e per la loro mancanza di mezzi finanziari – di trasformare i propri domini in imprese agricole, finirono per indebitarsi con le banche, che erano però di proprietà inglese e francese. A questo punto, la subordinazione della Russia alle potenze occidentali era diventata assoluta.

Nell’Italia di Conte, questa operazione risulta più facile, in quanto l’indebitamento con le potenze finanziarie straniere non riguarda dei soggetti privati, bensì lo Stato, e questo risultato si è ottenuto mediante il fondo denominato con involontaria ironia “salva Stati”. L’Italia vi aveva aderito sotto il Governo Monti. Si tratta di una sorta di ircocervo giuridico, la cui natura non è né privatistica, né pubblicistica, dal momento che possono farne parte tanto gli Stati quanto i soggetti finanziari per l’appunto privati. Come tutti i fondi di investimento, fino ad ora esso poteva imprestare denaro ai vari paesi a due condizioni: che questi lo richiedessero, e che i dirigenti del Fondo considerassero solvibili i debitori.

Ora il Parlamento sta per approvare la sua riforma. Che cosa stabilisce? Che il Fondo possa imporre unilateralmente agli Stati di contrarre dei debiti, essendo loro imposti dei finanziamenti. E’ come se un privato non andasse di sua volontà dall’usuraio, sia pure essendovi costretto dalla necessità, ma venisse obbligato dallo strozzino a farsi imprestare del denaro. Il Fondo, per giunta, può decidere la sua destinazione, come pure imporre le misure necessarie per assicurare la restituzione del debito. Un soggetto esterno allo Stato, che non sarà però l’Unione Europea – la quale è quanto meno una organizzazione internazionale, e in quanto tale un soggetto di diritto pubblico – potrà dunque stabilire che le autorità italiane non paghino più le pensioni, impongano la diminuzione dei salari, licenzino i dipendenti pubblici, diminuiscano le prestazioni sanitarie gratuite, impongano un prestito forzoso prelevando i soldi dai conti correnti bancari dei cittadini. Per giunta, i più alti tassi di interesse praticati dal Fondo “salva Stati” sottrarranno risorse finanziarie alla sottoscrizione dei buoni del tesoro.

Il debito pubblico è dunque destinato ad aumentare, e la spesa pubblica a contrarsi ulteriormente. In questo modo, i “tecnici” componenti il “board” del Fondo – tutti quanti, naturalmente, uomini di fiducia delle grandi istituzioni finanziarie private internazionali che lo compongono – otterranno non soltanto la restituzione dei prestiti con i relativi interessi, ma decideranno la politica economica dell’Italia (e degli altri Paesi dell’Europa meridionale), facendosi anche consegnare le nostre infrastrutture. Il Ministro delle Finanze diverrà un semplice esecutore di ordini, ed al Governo spetterà solo il compito di reprimere gli scontenti. L’unica consolazione è che l’Italia, ridotta insieme con la Spagna ed il Portogallo nelle condizioni del Terzo Mondo, faccia causa comune con i suoi popoli, e prenda parte prima o poi ad una rivoluzione, al cui confronto quella di ottobre sarà soltanto uno scherzo.

Ecco perché la Chiesa ha nominato Vescovo di Roma e Primate d’Italia un terzomondista.

La sua visione è sempre la più lungimirante.

Mario Castellano