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Il contenzioso che si è aperto drammaticamente tra la Conferenza Episcopale Italiana e il governo Conte in merito alla possibilità di celebrare riti religiosi con il concorso dei fedeli va ben oltre una semplice controversia su quali siano le misure più adeguate a combattere l’epidemia.

Quando l’autorità ecclesiastica raccomandò ai credenti di adeguarsi alle disposizioni vigenti, contraddicendo ed isolando il settore tradizionalista, pronto a denunziare inopinatamente una asserita limitazione della libertà di culto, non mancammo di sottolinea…

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La signora Tiziana Ameglio in Ascheri, nostra carissima amica e molto meritevole collaboratrice, ci pone un quesito giuridico al quale volentieri rispondiamo pubblicamente, essendo ben consci di come il nostro parere possa risultare utile anche ad altre persone.

La nostra amica sta organizzando un incontro letterario pubblico all'aperto, e ci domanda se, in base all'ultimo decreto-legge contenente misure di contrasto all'epidemia, sia tenuta a richiedere ai partecipanti di esibire il cosiddetto “green pass”. Vediamo d…

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L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontri – produrrebbe conseguenze disastrose su tutta l’Europa occidentale. La nave su cui l’Italia affronta questa congiuntura tempestosa è il Governo Meloni. Che – al pari di ogni regime basato su un’ideologia, anche se non espressamente adottata dallo Stato – tende inevitabilmente a discriminare tra chi vi aderisce e chi, viceversa, la rifiuta. Rimane, tra questi due schieramenti, la zona grigia costituita in particolare dagli imprenditori. I quali, pur non aderendovi espressamente, si astengono anche dal criticarla e dall’esprimere nei suoi confronti una aperta dissociazione. Restringendosi gli spazi in cui costoro si muovono – quando viene meno l’autentica libertà politica, quella economica risulta inevitabilmente inefficace – essi sono costretti a barcamenarsi per sopravvivere. Praticando la resilienza, ma nel contempo manifestando verso il Potere un omaggio formale. Che risulta necessario in quanto il Regime può ulteriormente restringere gli spazi disponibili per gli operatori economici. Quanto accade a livello nazionale trova puntuale riscontro nella nostra piccola realtà cittadina. Dove le imprese superstiti sono assoggettate a una grassazione che riduce in modo drammatico i loro margini di profitto. A tale condizione non è però possibile sottrarsi, se non si vuole chiudere definitivamente bottega. Un Governo che discrimina i cittadini in base alle rispettive convinzioni può naturalmente imporre loro una disciplina. Tanto più cogente quanto più la situazione evolve verso un’economia di guerra. Ciò che un simile potere non potrà tuttavia mai ottenere dai consociati è un’adesione che può risultare incondizionata solo in quanto sia spontanea. Basandosi su convinzioni profonde e condivise. Nel periodo tra il 1915 e il 1918 gli Italiani volevano tutti vincere la guerra, considerandola una causa nazionale. Non fu così durante il conflitto successivo, che venne viceversa percepito come la causa propria di una parte politica. Questo fu precisamente il risultato derivante dall’avere discriminato gli Italiani in base a un criterio ideologico. La Meloni e i suoi corifei sono incamminati su questa stessa strada. L’Opposizione ha certamente commesso degli errori, ma il processo di costruzione della democrazia – o meglio il tentativo di portare l’Italia in questa direzione – non è stato intrapreso a suo tempo contro qualcuno. Questo processo escludeva infatti soltanto chi rifiutava di prendervi parte. Oggi la discriminazione viene invece stabilita “a priori”. Il disastro cui Mussolini aveva condotto l’Italia rese indispensabile, a un certo punto, rovesciare le alleanze. Riportando l’Italia nel campo delle democrazie. Il Re d’Inghilterra, parlando dinanzi al nostro Parlamento, ha signorilmente evitato di ricordare come il Fascismo avesse predicato l’ostilità nei confronti del suo Paese, preferendo ricordare che gli Italiani non si erano lasciati convincere dalla propaganda sulla “Perfida Albione”, ed avessero anzi sentito spontaneamente la necessità di ristabilire una collaborazione e un’amicizia che affondavano le loro radici nel Risorgimento. Tutto ciò conduce inevitabilmente a una conclusione: non ci sono alternative alle alleanze nelle quali oggi il nostro Paese è inserito. L’Opposizione dovrebbe dunque compiere una scelta tanto difficile quanto inevitabile. Consistente nel distinguere tra il doveroso dissenso nei confronti dell’indirizzo autoritario dell’attuale Governo e – dall’altra parte – la necessità di mantenere l’Italia nel campo occidentale. Una volta dato alla sua causa il nostro contributo, verrà il momento di esigere il compenso dovuto per questa scelta. Nel frattempo, ricordiamo ai nostri Alleati come il loro rapporto con una forza politica che non nasconde la propria ispirazione e la propria vocazione autoritaria risulti in primo luogo spurio, una sorta di “mésalliance” che prima o poi rivelerà le contraddizioni su cui è fondata. Questo è il messaggio che noi abbiamo modestamente ma fermamente espresso agli amici di Nizza. Ben prima che le necessità della “realpolitik” inducessero il Sindaco–Presidente Estrosi a offrire al suo omologo, installato su questo lato del confine, il proprio riconoscimento “diplomatico”. O meglio politico, oltre che basato sulle ragioni economiche che abbiamo già avuto modo di illustrare. Chi però sta sbagliando è l’attuale dirigenza dell’Opposizione italiana. Ci sono state autorevolmente riferite le voci che circolano in merito ai finanziamenti giunti ai capi del Partito Democratico e a quelli del Movimento 5 Stelle da certi ambienti islamisti. Se queste voci risultassero fondate, ne saremmo molto rattristati, ma non certo stupiti. L’attuale Maggioranza ha ormai acquisito l’egemonia sui diversi soggetti sociali del nostro Paese. Si identificano infatti in essa non soltanto le varie rappresentanze del padronato imprenditoriale, ma anche molte di quelle espresse da altri ceti. Tanto per fare due esempi, il vecchio sindacato “Bianco”, che aveva un proprio radicamento nella classe operaia, nonché la Coldiretti, espressione dei piccoli imprenditori agrari, si annoverano ormai tra le organizzazioni di massa che incanalano il consenso verso il nuovo Regime. Esonerandolo dalla necessità di costituirle, come invece aveva dovuto fare Mussolini. Un discorso a parte riguarda la Chiesa. La Meloni concluderà con una prevedibile apoteosi l’adunanza annuale di Rimini dei Confessionalisti. Ai quali non si presenterà a mani vuote. Come il Duce poté offrire a Pio XI la trasformazione dello Stato laico in uno Stato sostanzialmente confessionale, così la Presidente del Consiglio potrà esibire non tanto l’abrogazione di alcune norme di legge – o l’introduzione di altre – quanto piuttosto i fatti compiuti che si stanno determinando nei campi dove chi si accinge ad ospitarla opera concretamente. Sostituendosi allo Stato e agli altri enti pubblici nella governance di due settori vitali, quali sono la Sanità e l’Istruzione. Che permettono sia di arricchirsi, sia di estendere la propria base, tanto tra gli utenti quanto tra gli operatori. Che infatti vengono assunti per chiamata diretta da parte di soggetti di diritto privato. Quanto il Concordato del 1929 dichiarava espressamente, e quello del 1984 aveva invece abrogato, si riafferma nella sostanza. Il problema che si pone davanti al nuovo Papa consiste dunque nel mantenere l’alterità – che non significa certamente ostilità, ma comporta necessariamente una distinzione – tra la Chiesa e lo Stato. O meglio tra la Chiesa e il Governo. Il che risulta difficile quando il Governo tende a costituirsi in Regime. È logico che una platea fanatizzata, la quale detesta chiunque le venga additato come “modernista”, o addirittura “comunista”, veda nella Meloni il proprio punto di riferimento. Questa gente stava a suo tempo nella Democrazia Cristiana, ma sempre considerando con sospetto la sua radice popolare – cioè sturziana – poiché scorgeva in essa per l’appunto una contaminazione “modernista”. La fine della Democrazia Cristiana non ha dunque indebolito questo settore, ma anzi ha finito per rafforzarlo, essendo stato eliminato il suo principale nemico interno al mondo cattolico. Rimini segna dunque la sua adesione alla Maggioranza, come avvenne nel 1924, quando la destra del Partito Popolare entrò nel “Listone” fascista. L’Opposizione, anziché affrontare questo pericolo, si dedica a sostenere Hamas. Ripetendo l’errore commesso dopo la Prima e poi dopo la Seconda guerra mondiale. Consistente nel riferirsi a modelli stranieri, appartenenti ad altre culture e ad altre realtà sociali, completamente diverse da quelle proprie dell’Italia e dell’Occidente. Il mito della Rivoluzione d’Ottobre, e poi quello dell’Armata Rossa che “marcia alla riscossa”, portarono per due volte allo stesso tragico errore: Perseverare diabolicum. Si può – anzi si deve – simpatizzare con la causa dell’emancipazione dei popoli. A parte il fatto che noi non riteniamo si debba annoverare Hamas tra quanti la perseguono, se non aveva senso proporre per l’Italia il modello sovietico, ancor meno ne ha proporre oggi quello islamista. Credendo di giustificarsi con l’asserzione secondo cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Con un risultato paradossale: il Partito Democratico neanche si accorge che i nostri reparti ospedalieri vengono dati in gestione – naturalmente senza licitazione – alle cooperative appartenenti alla “Società delle Opere”. Svuotando inoltre la Sanità pubblica dei medici comunisti che l’avevano invasa al tempo del dottor Castellano, e riempiendola invece di confessionalisti. Il che dovrebbe allarmare perfino chi – come certi dirigenti democratici nostrani – pensa solo alla carriera. Mentre però la Sanità viene privatizzata, l’unica preoccupazione dei capi della Sinistra consiste nel sostenere lo Stato Palestinese. Il bello è che il segretario della Federazione ci accusava a suo tempo di ignorare che “la Rivoluzione si fa nel proprio Paese”. A parte il fatto che costui preferiva farla a Belgrado, questo signore dovrebbe rivolgere la sua critica precisamente a chi gli è succeduto. Questi soggetti procedono nella direzione esattamente opposta rispetto a quella su cui cammina la Storia. La cosiddetta Sinistra dovrebbe competere con la Destra dimostrando di rappresentare meglio l’identità italiana, anzi le diverse identità regionali che vengono nuovamente soffocate dal centralismo. Se sapesse farlo, la Sinistra dimostrerebbe di avere assimilato la grande lezione di Gramsci, conquistando l’egemonia, anziché lasciarla – come sta avvenendo – alla parte politica opposta. La Schlein e Conte ritornano invece all’antico costume, consistente nel proporre i mai abbastanza vituperati modelli stranieri. Se il paradigma rappresentato da Stalin era semi-asiatico, quello di Hamas risulta ancora più lontano dalla nostra cultura. La sua proposta produce dunque l’effetto di allontanare la cosiddetta Sinistra non soltanto dalla possibilità di assumere la guida dello Stato, ma anche dalla capacità di rappresentare le aspirazioni della nostra gente. Come può la Schlein, che non sfila alla testa degli operai disoccupati, ma partecipa ai cortei degli omosessuali, andare d’accordo con chi li precipita dai grattacieli? È vero che anche l’affermazione dell’identità islamica confluisce nel processo di emancipazione dei popoli, ma proprio la necessità di contribuirvi dovrebbe indurci a valorizzare quanto esprime la cultura italiana. Che è certamente – almeno in parte – di matrice cristiana, ed anzi cattolica, ma ha saputo esprimere Manzoni, Rosmini e Gioberti. Cioè il cattolicesimo liberale. Nell’ambito della cosiddetta Sinistra, questa tradizione dovrebbe essere rappresentata dall’ex democristiano Renzi. Il quale apparteneva alla corrente di Fanfani. Ora, però, il “rottamatore” propone per l’Italia il modello dell’Arabia Saudita, che può attrarre soltanto chi è a libro paga del principe ereditario. La Boschi faccia attenzione: verrà reclusa in un “harem”, insieme con le altre concubine.

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Due notizie, apparentemente non in relazione tra loro e provenienti per giunta da Paesi lontani l’uno dall’altro, concorrono a rilevare la tendenza alla frantumazione degli Stati Nazionali. La Signora Proietti, “Governatrice” dell’Umbria, ha accettato di buon grado l’inclusione della sua Regione nella grande “Zona Economica Speciale”, comprendente già tutto quanto il Meridione d’Italia e le Isole, alla quale sono riservati notevoli benefici fiscali, tali da indurre molte imprese del Settentrione a collocarvi le rispettive sedi legali. I Deputati Democratici delle Marche hanno invece espresso contrarietà a tale misura, regalando così un argomento al candidato della Destra alla Presidenza della Regione, il quale potrà attribuire alla “Sinistra” la responsabilità della crisi economica che affligge una Regione un tempo piena di piccole fabbriche, ed oggi cosparsa di capannoni vuoti. Un Partito che si rispetti esamina la questione nei competenti organi nazionali, in modo da esprimere una valutazione univoca. Si ripete dunque quanto avvenuto a Roma, dove il Sindaco Gualtieri ha collaborato alla stesura del Disegno di Legge con cui verrà emendata la Costituzione. E per giunta se ne vanta, potendo esibire di fronte ai Quiriti un aumento delle competenze attribuite al Comune, nonché dei fondi che egli stesso sarà chiamato a spendere quale capo dell’Amministrazione di “Roma Capitale”. Noi siamo sempre stati a favore di un incremento delle autonomie locali, che però – a nostro modesto avviso – dovrebbero essere estese tutte quante, anche se non necessariamente nella stessa misura. Il sistema costituzionale spagnolo ha retto fino ad ora alle tendenze centrifughe proprio in quanto venne configurato secondo una “geometria variabile”, tenendo conto delle diverse caratteristiche – culturali, storiche e sociali – delle diverse “Autonomie”. Così vengono denominate nel Paese iberico i soggetti corrispondenti alle nostre Regioni. Il Re Juan Carlos usava regolarmente, nei suoi discorsi ufficiali, l’espressione “Confederazione Spagnola”, volendo con questo sottolineare come il potere di imperio proprio di tali enti fosse tanto originario quanto quello attribuito all’Autorità Centrale. La Costituzione della Baviera – per dare un altro esempio – afferma nel suo primo articolo che “la Baviera è uno Stato”. Essendo la Germania per l’appunto una Repubblica federale, tale caratteristica è implicita nella sua stessa qualificazione giuridica, e non avrebbe dunque bisogno di essere resa esplicita. La sottomissione di Monaco a Berlino nel 1871 diede luogo a una umiliazione che i Bavaresi non hanno mai dimenticato, e che alimenta tuttora le loro tendenze autonomistiche, se non indipendentiste. La lettera di adesione al “Primo Reich” venne spedita da Bismarck al Re Luigi II, la cui condizione era notoriamente indebolita dalla malattia mentale, che lo avrebbe in seguito portato alla deposizione, e poi a una morte misteriosa, probabilmente dovuta a un “omicidio di Stato”. Il sovrano dovette restituire il documento dopo averlo firmato, come se fosse stato un modulo distribuito dall’Amministrazione Pubblica. La cosiddetta “Autonomia Differenziata”, tanto pubblicizzata dalla Lega, è una finzione sul piano sostanziale, ed è una truffa dal punto di vista del Diritto. Si tratta di una finzione in quanto non vengono garantiti dallo Stato i mezzi finanziari necessari per l’esercizio delle nuove competenze che si finge di attribuire alle Regioni. Si tratta di una truffa perché il loro esercizio – mancando una assegnazione esplicita da parte della Costituzione – mette il Governo nella condizione di richiedere l’annullamento degli atti, tanto legislativi quanto amministrativi, emanati in base alla asserita “Riforma” dalle Regioni. La dimostrazione “a contrario” di quanto da noi sostenuto al riguardo viene proprio dall’emendamento costituzionale che istituisce “Roma Capitale” quale nuovo ente pubblico territoriale. Le sue nuove attribuzioni risulteranno infatti da una modifica della Legge Suprema, che è mancata quando si è varata la cosiddetta “Autonomia Differenziata”. Se Gualtieri fosse un sincero fautore del decentramento, rivendicherebbe lo stesso trattamento riservato a Roma quanto meno anche per le altre “Città Metropolitane”. La logica in cui si muove l’inquilino del Campidoglio – come anche la “Governatrice” dell’Umbria – è invece quella del “Si salvi chi può”, che induce ad afferrare quanto passa il convento, senza preoccuparsi dei connazionali. Eppure il Partito Democratico, in cui milita Gualtieri (il quale vi è pervenuto con la componente ex comunista), aveva gridato a suo tempo al tradimento della solidarietà – e perfino dell’Unità – nazionale quando era entrata in vigore la pseudo “Riforma” voluta da Calderoli. Il quale è un ottimo medico, ma dimostra di ignorare completamente il Diritto Costituzionale. Le competenze delle Regioni sono infatti indicate tassativamente nella Costituzione, che non può essere emendata mediante una Legge Ordinaria. Quando invece si è voluto effettivamente accrescere la competenza di “Roma Capitale”, si è promosso il suo emendamento, in base al quale la Capitale godrà di uno “status” giuridico privilegiato, comparabile con quello delle Regioni a Statuto Speciale, che infatti viene loro concesso mediante una Legge Costituzionale. In America, il Congresso del Texas ha ridisegnato i collegi elettorali in cui si eleggono i membri della Camera dei Rappresentanti da mandare a Washington, in modo da garantire ai Repubblicani cinque seggi in più. La California ha risposto con un analogo provvedimento, che a sua volta permetterà di aumentare in egual misura la rappresentanza dei Democratici. Lo Stato laico per antonomasia, cioè la Federazione Nordamericana, applica – sia pure trasferendolo dalla discriminante confessionale all’appartenenza politica – il principio “Cuius regio, eius religio”. Da tempo, si registra negli Stati Uniti il fenomeno di una migrazione interna, che porta i militanti dei due partiti a trasferirsi dove è maggioritario quello cui essi appartengono. In Italia assistiamo viceversa a una più disinvolta acquisizione alla fazione egemone di quanti provengono da una origine ideologica diversa, ma con il loro cambio di casacca garantiscono l’omogeneità della rappresentanza politica di un determinato territorio. Gualtieri si è probabilmente garantito la rielezione, dato che – in cambio del suo interessamento per facilitare l’approvazione in Parlamento della nuova norma – la Destra gli opporrà il classico “candidato debole”. Ciò è già peraltro avvenuto in occasione del suo primo mandato, quando scese in campo contro di lui il meloniano Michetti, un personaggio da fescennino espresso dal “Movimento Tradizionale Romano”. Si tratta di un pittoresco raggruppamento di estrema destra, i cui adepti si riuniscono vestendo la toga e consumano i loro banchetti adagiati sul triclinio. Costoro non si esprimono peraltro in latino, dato che – a causa della loro insufficiente scolarizzazione – non sanno neanche declinare “Rosa rosae”. Quando costui arrivò in ritardo a un dibattito televisivo, venne accusato di avere parcheggiato la biga in terza fila. Ad Imperia, l’arruolamento dei rappresentanti della “Sinistra” nelle fila della Maggioranza si giustifica nel nome del ripudio del “Revisionismo”. Se in Spagna Juan Carlos era chiamato il “Re dei Repubblicani”, avendoli riabilitati per garantire il loro appoggio alla Corona, Scajola è il “Sindaco degli Staliniani”, di cui il “Bassotto” propizia ultimamente la “conversione” costringendoli ad ascoltare la catechesi impartita dal fido De Via. Il cui verbo, esposto recentemente in occasione di una solenne riunione conviviale, celebrata in un rinomato ristorante di Nava, ha svolto per due autorevoli esponenti dell’Opposizione la stessa funzione della caduta sulla via di Damasco occorsa a San Paolo, al punto che si è gridato al miracolo. Abbiamo cortesemente rifiutato un invito a presenziare all’evento, che ci è stato porto dal nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Appartenendo al Giansenismo ed al “Modernismo”, non ci siamo mai recati in visita ad alcun Santuario: né Lourdes, né Fatima, né Loreto, né San Giovanni Rotondo. Non ci è stato dunque possibile assistere all’evento prodigioso, cui preferiamo dare, come già detto, una spiegazione razionale: “Cuius regio, eius religio”.

…go a una umiliazione che i Bavaresi non hanno mai dimenticato, e che alimenta tuttora le loro tendenze autonomistiche, se non indipendentiste. La lettera di adesione al “Primo Reich” venne spedita da Bismarck al Re Luigi II, la cui condizione era notoriamente …

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La “Giornata Mondiale della Gioventù” si è conclusa offrendo un’ulteriore dimostrazione dell’influenza della Chiesa. Che non si manifesta, peraltro, solamente con la capacità di riunire centinaia di migliaia di persone intorno al Papa, potendo contare anche sull’espressione di una propria cultura, nonché sul prestigio di tanti vescovi e sacerdoti. Per non parlare del fatto che la Santa Sede dispone – a differenza di altre confessioni religiose – di una propria diplomazia, essendo munita di personalità giuridica di diritto internazionale. Ciò le consente di disporre di informazioni di prima mano sulla realtà di tanti Paesi. Rimane tuttavia un problema: come impiegare tutta questa forza e tutta questa influenza. Qui le possibilità variano a seconda delle situazioni. L’anteriore Pontefice aveva costituito, in seno al Sacro Collegio dei Cardinali, un’apparente amplissima maggioranza composta da “terzomondisti”. Al momento di scegliere il nuovo Papa, la gran parte di questi porporati ha dovuto però tenere conto della propria situazione economica. Che si può riassumere brutalmente in questi termini: praticamente tutte le Chiese extraeuropee dipendono dall’Occidente. L’aiuto di cui esse hanno necessità per proseguire non soltanto la propria azione di assistenza, ma anche la normale vita religiosa, proviene infatti dall’Europa e dall’America settentrionale. Lo prova il fatto che le spese necessarie per la riuscita del grande raduno di Tor Vergata sono state sostenute dal governo italiano. La Meloni non ha perso l’occasione per far valere tale contributo. Invece di congratularsi con il Papa per il consenso di cui Prevost ha indubbiamente manifestato di godere, la Presidente del Consiglio si è compiaciuta per il perfetto funzionamento di una gigantesca ed efficiente macchina organizzativa predisposta e gestita dalle autorità dello Stato. Gli svenimenti a catena hanno messo in luce i suoi aspetti sanitari, evitando che un collasso facesse schiattare qualche partecipante. Si ripete – sia pure “mutatis mutandis” – la situazione successiva al 1929. Anche allora venne celebrato un Giubileo, quello della “Redenzione” del 1933. In tale circostanza, il Tribunale Speciale erogò l’unica condanna a carico di oppositori cattolici del regime. Piero Malvestiti – futuro dirigente della Democrazia Cristiana – ed alcuni suoi compagni, componenti il cosiddetto “Movimento Neoguelfo”, vennero processati per avere distribuito ai pellegrini dei volantini critici nei confronti di Mussolini. La denominazione di questo sparuto gruppo di animosi, facendo riferimento per l’appunto ai Guelfi, rivelava che la Chiesa – ridottasi a costituire uno dei tanti movimenti di massa creati per promuovere e incanalare il consenso – vedeva affermarsi precisamente l’ideale dei Ghibellini, i quali volevano il potere spirituale subordinato a quello dello Stato. Non è un caso che sia stata pubblicata, in contemporanea con l’evento di Tor Vergata, un’intervista del cardinale Ruini, il quale invita bruscamente i figli di Berlusconi – in realtà solo Pier Silvio manifesta delle velleità politiche, mentre Marina si occupa più sagacemente delle aziende di famiglia – a “non disturbare il manovratore”, cioè la Meloni, di cui il cardinale rileva che non è cattolica. Mussolini, da parte sua, non rinnegò mai il proprio ateismo, mentre la Signora della Garbatella è neopagana. Come Tolkien, cui deve la propria formazione ideologica. Ruini rileva però che la Meloni ha delegato la propria azione politica, nel campo dei rapporti con la Chiesa, a Mantovano, il quale è viceversa un cattolico praticante, che ha avuto in precedenza occasione di collaborare direttamente con la Santa Sede. I giovani venuti a Roma dal “Terzo Mondo” scontano la stessa situazione in cui si trovano i loro pastori, che in alcuni casi – soprattutto in ambito islamico, ma non solo – è di aperta persecuzione. Per cui le comunità cristiane devono non soltanto fare appello alla generosità dell’Occidente per sopperire alle proprie necessità materiali, ma anche per richiedere un minimo di protezione. Che a volte, però, viene inopinatamente lesinata. Mentre i cardinali Pizzaballa e Parolin si indignano per la morte di tre correligionari, bombardati nella chiesa di Gaza da Israele, non fiattano quando quaranta credenti del Congo vengono sterminati – in questo caso deliberatamente – dai musulmani “estremisti”. Non si vede, peraltro, nessuna mobilitazione in favore di chi sconta la colpa ontologica di essere cristiano. L’Occidente laico odia se stesso e ritiene che le colpe del colonialismo debbano essere pagate non già dai discendenti di chi ne trasse beneficio, bensì da chi è stato abbandonato “in partibus infidelium”, che dunque sopravvive solamente quando è in grado di difendersi da sé. Come fa Israele. Anche se ciò dispiace ad alcuni cardinali e anche a molti laici. Non si ripete quel moto di solidarietà che accompagnò l’azione di Giovanni Paolo II volta a liberare l’Europa orientale dal comunismo. Anche se va rilevato come “Comunione e Liberazione” sfruttasse in realtà la situazione della Polonia in funzione del proprio ruolo nella politica interna italiana. Le alte sfere ecclesiastiche sapevano benissimo che la caduta del comunismo avrebbe determinato anche la fine della Democrazia Cristiana. Esse dunque predisponevano nuovi strumenti per esercitare la propria influenza sulla vita pubblica italiana. Il movimento di Formigoni, costituendosi come una sorta di “Chiesa nella Chiesa”, ma anche di “partito nel partito”, si preparava a confluire nei nuovi soggetti politici destinati a rappresentare la destra. Per giunta, persone come Ruini non nascondevano la propria diffidenza nei confronti del partito fondato da De Gasperi, di cui denunciavano continuamente le “contaminazioni moderniste”. La sua soppressione non venne dunque considerata come un fatto positivo in quanto eliminava un focolaio di corruzione, bensì perché toglieva di mezzo uno strumento usato dalle correnti cattoliche liberali per esprimersi, sia pure in posizione minoritaria. Si ripeté dunque quanto era successo per il Partito Popolare, la cui componente di destra confluì nel “Listone” fin dal 1924. La parte antifascista fu messa invece a tacere, in vista della “Conciliazione”. Mussolini avrebbe potuto commentare – parafrasando Enrico IV – che “Roma vale bene una messa”. Se i cattolici del Terzo Mondo sono abbandonati a se stessi, vedendosi offrire tutt’al più qualche buona parola, ovvero un posto di lavoro come “vigilantes” in Vaticano, quale sorte attende quelli dell’Occidente? La difesa della sua identità è affidata ai soggetti politici secolari, i quali incassano – e naturalmente gradiscono – l’appoggio di una parte rilevante della gerarchia. L’essere però priva di un proprio “braccio secolare” pone inevitabilmente la Chiesa in una condizione di dipendenza da chi si erge a difensore dell’identità cristiana, laddove essa può ancora contare – se non su un sostegno diretto delle masse, precluso dalla cosiddetta “secolarizzazione” – quanto meno sull’appoggio dei governi. Non importa dunque se essi sono guidati da “Atei Devoti”, ovvero da neopagani. L’importante è che questo connubio tuteli l’interesse immediato di entrambe le parti. Quando Berlusconi bestemmiò pubblicamente in diretta televisiva, un monsignore disse che la sua espressione doveva essere “contestualizzata”. Quanto alla “sinistra”, ben le si attaglia il motto “Qui gladio perit gladio ferit”. Monsignor Castellano sostenne attivamente l’elezione di sua nipote, ottenendo in cambio la remissione dei propri debiti da parte del Monte dei Paschi. Ora monsignor Ruini rileva che la Meloni non è cristiana, ma la Presidente del Consiglio si accinge a introdurre un emendamento alla Costituzione che – come abbiamo già rilevato – riconosce alla Santa Sede un “droit de regard” su Roma, oltre, naturalmente, a sostenere le spese del Giubileo. Il vecchio Ruini è dunque pronto a scendere nuovamente in campo in suo favore, le campagne elettorali essendo la specialità del quasi centenario prelato di Carpi, di cui ricordiamo la plateale rottura dell’amicizia con Romano Prodi e con la sua compianta consorte, rei entrambi di essersi opposti a Berlusconi. A Sua Santità vorremmo ricordare come la nostra sia un’identità molto complessa, in cui entra tanto De Maistre quanto Gioberti, Rosmini e Manzoni; confluisce tanto il Sillabo come il cattolicesimo sociale. L’Europa carolingia compone anche quell’area della teologia “renana” che si espresse nel Concilio. Bergoglio diceva di considerare “I promessi sposi” come uno dei propri testi preferiti. Non a caso, l’anteriore Pontefice riabilitò pienamente noi cattolici liberali, che ora si accingono a una nuova “traversata del deserto”. Nella prospettiva di una guerra, è logico che la Chiesa si ripieghi a difesa di se stessa, ma essa dovrebbe – a nostro modesto avviso – pensare, come sempre, non soltanto al domani, bensì anche al dopodomani.

…I giovani venuti a Roma dal “Terzo Mondo” scontano la stessa situazione in cui si trovano i loro pastori, che in alcuni casi – soprattutto in ambito islamico, ma non solo – è di aperta persecuzione. Per cui le comunità cristiane devono non soltanto fare appell…

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Non sappiamo se ci sia ancora qualche anziano vivente – se esiste, si tratta ormai comunque di centenari – che ricordi l’impiego, e tanto più l’etimologia, del termine gergale “Ginobartalini”. Nell’immediato dopoguerra, gli italiani, reduci dalle restrizioni di carattere tanto legale quanto economico imposte dal recente conflitto, si diedero a viaggiare come potevano, affollando soprattutto i treni – la motorizzazione di massa non c’era ancora stata – e muovendosi in branco. In occasione di una delle prime Milano–Sanremo disputate dopo la Liberazione, vinta trionfalmente da Gino Bartali (da cui l’origine del termine), un’enorme quantità di abitanti del Basso Piemonte si riversò sulla nostra Riviera: tanto per applaudire i concorrenti italiani quanto per trascorrervi una giornata di vacanza, godendo del tepore primaverile. Naturalmente, tutti costoro portarono con sé il cibo e le bevande, arrivando in mattinata e ripartendo dopo il passaggio dei ciclisti. Questa orda di visitatori rumorosi, invadenti e squattrinati, che non recarono alcun beneficio all’economia locale, venne per l’appunto denominata – in omaggio al vincitore della gara – con l’appellativo, appositamente coniato, di “Ginobartalini”. Ora succede qualcosa di analogo, a quanto riferiscono le cronache, sull’altra Riviera. Vi sono infatti dei milanesi che partono in direzione dell’Adriatico prima del sorgere del sole, piombano sulle spiagge della Romagna affittando solamente l’ombrellone e la sdraio, consumano un panino portato da casa e, al tramonto, prendono la via del ritorno, limitandosi ad affrontare soltanto le spese incomprimibili. Sulla Riviera ligure si produce un fenomeno analogo, che consiste nella presenza esclusivamente di chi è proprietario di un alloggio. Costoro portano con sé perfino la carta igienica e il pane, appositamente congelato e conservato in frigorifero. Nessuno, ormai, si può permettere di affittare una casa, e tanto meno di andare in albergo, sia pure a “mezza pensione”. Tale espediente si basa sulla consumazione di una gigantesca prima colazione “all’inglese”, che permette di ingerire fin dal mattino tutte le calorie necessarie per affrontare la giornata, che, grazie alla calura estiva, non richiede pasti troppo pesanti, ed anzi li sconsiglia. Anche sommando i proprietari di “seconde case” e i fruitori della “mezza pensione”, le spiagge rimangono comunque desolatamente vuote. A questo punto, per iniziativa di qualche stratega collocato nell’Ente Turismo, nell’Azienda Autonoma o in un Consorzio tra gli operatori del settore, si è fatto ricorso al classico espediente impiegato in tempo di guerra per trarre in inganno il nemico: nascondere le proprie perdite. Poiché i superstiti visitatori potevano contemplare lo squallido spettacolo degli ombrelloni chiusi, qualcuno ha ordinato di aprirli comunque. Visto da un drone, il panorama delle nostre spiagge può trarre in inganno il suo “pilota”, apparendo simile a quello che si contemplava nei tempi delle “vacche grasse”. Se l’osservazione viene però effettuata al livello del suolo, ci si accorge che sotto gli ombrelloni aperti giacciono le sedie a sdraio viceversa chiuse. Il nostro amico Riccardo Martini Sartorelli, subentrato al padre – il leggendario Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo – nella gestione dell’omonimo ristorante, ci informa che gli avventori hanno solo in parte rinunciato a consumarvi i loro pasti, riducendoli però a una sola portata. Anche qui si assiste a una dissimulazione: non già delle perdite – che il gestore non può nascondere – bensì del proprio “status” economico, inesorabilmente abbassato. Un altro espediente è stato adottato dai titolari di stabilimenti balneari. Costoro erano soliti affiggere cartelli che diffidavano i clienti dal portare con sé alimenti da consumare sulla spiaggia. Un noto gestore di Arma Taggia aveva addirittura ingaggiato un dipendente con mansioni di poliziotto privato, incaricato di smascherare tale infrazione. Costui, quando scopriva un trasgressore, lo obbligava a pagare la consumazione, pur non avendo acquistato “in loco” la classica “mezza minerale”. Ora però il chiosco viene dato in gestione a un appaltatore, il quale paga il titolare dello stabilimento obbligandosi a osservare un determinato orario di apertura e perfino a rifornirsi da una particolare marca di gelato. Il padrone dello stabilimento si astiene però dall’esigere che i clienti osservino la norma in base alla quale è vietata la consumazione di cibi e bevande acquistati altrove. Il povero gestore del chiosco – non potendo esigerne il rispetto – finisce così per essere rovinato. Vi è poi chi subappalta la stessa concessione demaniale, cosa espressamente autorizzata dal Codice della Navigazione. Tra albergatori, ristoratori, titolari di bar, bagnini e padroni dei chioschi, tutti quanti orbati di clienti, molti rimarranno vittime di una autentica strage, non avendo nemmeno recuperato le spese sostenute per affrontare la stagione, che per molti di costoro sarà l’ultima della loro esistenza. Perfino per i “playboys”, dediti a rimorchiare le turiste (specialmente tedesche) nelle località balneari, si profila un disastro: mancano infatti ormai anche le donne da corteggiare. L’alternativa costituita dalle crociere – oltre a risultare dispendiosa – può causare delle delusioni. Come asserisce il nostro amico Angelo Nuvolone di Taggia, autentico veterano dell’ambiente e poeta estemporaneo: “Le crociere sono cose buone, ma sono piene di tardone”. L’unico a credere nel turismo, con l’entusiasmo del neofita e con la cecità del fanatico, è il sindaco di Imperia, il quale crede di essere destinato a impersonare nella Storia un ruolo simile a quello di Maometto. Il Profeta, obbligando i propri seguaci a recarsi in pellegrinaggio almeno una volta nella vita alla Mecca, fece la fortuna della propria città, divenuta la meta più visitata nel mondo, che per giunta non soffre di abbassamenti congiunturali nelle cosiddette “presenze”. Analoga funzione hanno svolto tra i cristiani Bernadette Soubirous per Lourdes e suor Lucia Marto per Fatima, entrambe innalzate agli onori degli altari. Dubitiamo che il “Bassotto” possa nutrire una simile aspirazione. Egli assomiglia piuttosto ai veggenti di Medjugorje: la Chiesa lascia liberi i fedeli di credere o meno all’autenticità delle apparizioni; basta comunque chi li ritiene veridici per riempire gli alberghi. In previsione di un simile risultato, Scajola ha propagandato la “Pista Ciclabile” perfino in Giappone. In effetti, è necessario un atto di fede per credere nel fantomatico “sviluppo turistico” di Imperia.

Non sappiamo se ci sia ancora qualche anziano vivente – se esiste, si tratta ormai comunque di centenari – che ricordi l’impiego, e tanto più l’etimologia, del termine gergale “Ginobartalini”. Nell’immediato dopoguerra, gli italiani, reduci dalle restrizioni d…

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Gli ultimi avvenimenti di Diano Marina, di Sanremo e di Imperia risultano molto inquietanti: non tanto e non solo per la loro gravità, quanto per il modo in cui sono stati portati – o meglio, non sono stati portati – a conoscenza dell’opinione pubblica. A Diano Marina, tre automobili – tutte appartenenti allo stesso proprietario, un noto politico locale – bruciano nottetempo nello stesso cortile, senza che l’incendio danneggi le altre vetture. Normalmente i giornalisti informano i loro lettori di un cosiddetto “giallo” e, in seguito, quando le solerti indagini compiute dalla Polizia individuano il responsabile, ne annunciano la soluzione. In questo caso, invece, si è venuti a conoscenza del fatto solo dopo che ne era stata appurata la presunta origine accidentale. Delle due l’una: o non si voleva allarmare il pubblico comunicandogli l’esistenza di un ignoto piromane, non ancora identificato, oppure si voleva nascondere la consumazione di un reato. La notizia avrebbe infatti indotto la gente a domandarsi per quale motivo un concittadino fosse stato preso di mira da ignoti malviventi, finendo per scavare nelle vicende della sua vita privata, pubblica o professionale. Di qui la necessità di trovare una spiegazione dell’incendio come “accidentale”. Esclusa l’autocombustione, che sarebbe risultata poco credibile, si è attribuita l’origine del rogo alla ricarica difettosa di un’automobile elettrica parcheggiata nello stesso cortile. I vicini hanno però potuto constatare come né questa vettura, né il filo che la collegava alla batteria risultassero danneggiati. Nel mondo dei “gialli” esiste il famoso enigma della persona uccisa – e non suicida – ritrovata in una stanza chiusa. Ora gli inquirenti di Diano Marina hanno escogitato un problema di ancor più difficile soluzione: quello di un incendio in cui brucia tutto, tranne l’esca che lo ha appiccato. A noi capitò una volta che un personaggio con cui coabitavamo nello stesso alloggio venisse pugnalato nel bagno, rimanendo gravemente ferito. Costui non volle però che il tentato omicidio fosse denunciato all’Autorità di Polizia Giudiziaria né alla Magistratura inquirente. Il motivo era molto semplice: questo soggetto si era reso responsabile di uno “sgarro” ai danni dell’associazione a delinquere a cui era affiliato e, naturalmente, aveva interesse a nascondere tale imbarazzante condizione. Ad Imperia, l’incendio di autoveicoli si è ripetuto nel parcheggio di un supermercato, ma questa volta la Polizia ha prontamente individuato il presunto colpevole. Non si sa ancora se la coincidente comparsa, nei pressi del luogo del delitto, di scritte murali di contenuto razzistico risulti casuale o debba essere messa in relazione con l’incendio doloso. In ogni caso, le indagini sono state coronate da un esito fulmineo, per cui non rimane che congratularsi con le Forze di Polizia per la “brillante operazione”. Quando invece il Sindaco venne minacciato con il famoso distico in cui “infame” faceva rima con “lame” (quale triste conclusione per la storia della letteratura italiana, iniziata con l’Alighieri!), si rese necessario l’arrivo da Roma di una nutrita spedizione dei Servizi Segreti, che infine smascherarono e sbaragliarono un pericoloso gruppo estremista, pronto a trasformarsi nel nucleo iniziale di una più ampia e temibile formazione terroristica. È destino che la violenza politica, in provincia di Imperia, rimanga sempre allo stato embrionale. Le Brigate Rosse, pur contando a Genova su ben quattro “Colonne” – denominate rispettivamente “Cittadina”, “Porto”, “Fabbriche” e “Sanitaria” (la pubblicità che invitava all’arruolamento sottolineava come questa organizzazione terroristica fosse l’unico soggetto munito di una Mutua in grado di visitare a domicilio tutti gli assistiti) – non riuscirono tuttavia ad allungare i loro tentacoli fino al Ponente. Un gruppo di scalzacani, tra cui figuravano i nipoti di una sindachessa democristiana, si fece scoprire con un arsenale nascosto in un muro a secco nelle campagne della zia. Un altro aspirante terrorista venne individuato grazie a una “soffiata”, in quanto deteneva una quantità di esplosivo inversamente proporzionale alle sue capacità operative. Il caso più tragicomico ebbe per teatro Taggia, dove un giovane aspirante “brigatista”, volendo essere arruolato senza però disporre di contatti nell’organizzazione, dapprima incendiò un filobus della STEL parcheggiato nottetempo in piazza Reghezza, poi fece il giro dei bar vantandosi di tale impresa, nella speranza che qualcuno informasse Renato Curcio o chi per lui. Vennero informati invece i Carabinieri, e il padre dell’aspirante terrorista – uomo molto facoltoso – dovette risarcire di tasca propria l’Azienda dei Trasporti. Per scoprire gli autori delle minacce al “Basotto” non bastava evidentemente qualche maresciallo della “Benemerita” né qualche ispettore della Questura. Di qui la mobilitazione del SISDE, se non addirittura del SISMI, anche se gli autori delle scritte risultarono essere italiani. Ora le nostre “barbe finte” potranno rimanere a Roma, giacché un incendio è risultato accidentale e dell’altro si è immediatamente individuato il responsabile. L’ordine regna dunque a Imperia. Almeno in apparenza. Se anche ciò vale per il capoluogo, Sanremo è viceversa al centro delle tensioni che, ogni estate, tornano a manifestarsi puntualmente in ambito carcerario. Una rivolta nella prigione di Bussana ha causato tra gli agenti della Polizia Penitenziaria ben otto feriti gravi, tutti colpiti con armi da taglio, e alcuni addirittura sfregiati. Dell’accaduto si è venuti a conoscenza soltanto per via di un comunicato di protesta emesso dal sindacato che rappresenta il personale degli istituti di pena. Perché i giornali non sono stati avvertiti? E perché, soprattutto, non si ha notizia né di un rapporto penale di denuncia inoltrato alla Procura, né tantomeno dell’inizio di un’azione penale a carico dei responsabili? Il carcere di Bussana è un feudo dominato dai detenuti islamisti, i quali vi dettano legge, ricorrendo anche a metodi violenti. Ne ha fatto le spese tempo fa un recluso italiano, ridotto in fin di vita e salvato “in extremis” dopo il trasporto in ospedale. La vittima non poteva logicamente dare l’allarme, essendo in coma, e tanto meno intendevano farlo gli autori dell’aggressione. Gli agenti si limitano evidentemente a vigilare affinché nessuno evada. Né si può pretendere di più da personale costretto a lavorare sotto organico per vigilare su una struttura sovraffollata, e soprattutto controllata da musulmani radicalizzati. La comunità islamica di Imperia ha raccolto dei fondi per dotare la moschea della prigione di tappeti per la preghiera. La devozione, nei soggetti fanatici, può però evidentemente portare a degli eccessi. Qui ci vorrebbe un’indagine dei servizi di sicurezza, la situazione risultando ben più grave e pericolosa rispetto a quella causata dal “Pasquino” che prendeva a gabbo il Sindaco. Ci domandiamo come mai un governo che non nasconde le sue mire autoritarie ometta di pubblicizzare episodi talmente gravi da non avere alcun bisogno di essere enfatizzati, tali inoltre da causare nei cittadini l’effetto – auspicato dalla Meloni e conveniente per la sua parte politica – detto in inglese “Law and Order”. Il motivo è difficile da individuare. La nostra opinione è questa: l’esecutivo si trova costretto ad amministrare una situazione che non è tanto di progressiva anarchia, quanto piuttosto di dilagante “anomia”. Non è infatti venuta meno l’autorità, ma essa risulta ormai incapace di far rispettare la legge, salvo laddove le conviene, in considerazione degli interessi privati di chi la rappresenta. La rivolta carceraria costituisce una faccia della medaglia. Sull’altro verso troviamo un sindaco che emana atti amministrativi in forma verbale, cioè nulli, e non semplicemente illegittimi. Peccato però che una magistratura compiacente eviti di accertarlo, emanando una sentenza dichiarativa e non costitutiva. Se, per altro verso, non si reprime la violenza islamista e anzi si censurano le sue manifestazioni – anche le più gravi ed estreme – il motivo può essere ricercato nel fatto che certi Paesi musulmani sono a disposizione, per il tramite dei loro fiduciari locali, di chi intende esportare all’estero denaro di provenienza illecita. Un tempo provvedevano le autorità di Belgrado; oggi sono a disposizione emiri e sceicchi.

…ione”. Quando invece il Sindaco venne minacciato con il famoso distico in cui “infame” faceva rima con “lame” (quale triste conclusione per la storia della letteratura italiana, iniziata con l’Alighieri!), si rese necessario l’arrivo da Roma di una nutrita spe…

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Nel 1894, la Francia e l’Inghilterra arrivarono a un passo dalla guerra. Dopo il Trattato di Francoforte, che aveva posto fine alla guerra franco-prussiana, procurando alla Germania i territori contesi dell’Alsazia e della Lorena, il Cancelliere Bismarck, preoccupato dalle tentazioni “revansciste” che covavano negli ambienti nazionalisti di Parigi, decise di lanciare la nazione rivale alla conquista dell’Africa. Costituendo un impero coloniale, la Francia avrebbe appagato le proprie ambizioni e compensato le proprie frustrazioni, allontanando così il pericolo di un nuovo conflitto in Europa. Fu così che le autorità della “Terza Repubblica” concepirono il progetto di saldare da est a ovest i loro domini, collegando Gibuti con l’Africa Occidentale Francese. L’Inghilterra, che già controllava l’Egitto e il Sudan, voleva a sua volta stabilire una continuità territoriale che andasse dal settentrione al meridione, essendo già in possesso del Sudafrica. Avvenne così che gli “Spahis” ingaggiarono una scaramuccia con i Lancieri del Bengala. Salvo gli ufficiali – uno dei quali era addirittura un russo, distaccato presso l’esercito francese – si trattava di soldati extraeuropei. L’unico francese autentico coinvolto nel fatto d’armi, tale capitano Marchand, fu considerato un eroe nazionale. L’impatto sull’opinione pubblica risultò enorme, e la stampa di Parigi, inneggiando ai propri soldati, scatenò un’azione di propaganda bellicista contro la Gran Bretagna. Sei anni dopo, rovesciando tale tendenza, francesi e inglesi stipularono la cosiddetta “Entente Cordiale”. Ricordiamo che l’alleanza che avrebbe combattuto dal 1914 al 1918 venne per l’appunto denominata “Intesa”. Le autorità di Parigi, smaltita la sbornia nazionalista, avevano fatto i loro conti: In primo luogo, la Francia si trovava in condizioni di inferiorità rispetto alla potenza d’oltremanica. In secondo luogo, il contenzioso più importante non riguardava i territori africani, bensì quelli europei. Fedele alla consegna espressa da Léon Gambetta riguardo alla Lorena – “Pensiamoci sempre, non parliamone mai” – la Francia cercava la “revanche” e non rinunciava a riportare il confine sul Reno. Soltanto con l’aiuto dell’Inghilterra questo obiettivo sarebbe risultato possibile, a causa della superiorità territoriale, demografica e industriale dell’Impero tedesco. La possibilità che l’Inghilterra potesse varcare la Manica era determinata dal timore – alimentato costantemente da Londra – dell’esistenza di una potenza egemone sul continente. La Prima guerra mondiale fu dunque decisa nel 1904. Gli anni successivi trascorsero nell’attesa del “casus belli”, caratterizzati da un riarmo frenetico che incrementò l’industria e produsse l’effimero benessere proprio della “Belle Époque”. È facile scorgere le analogie con quanto avvenuto tra il momento in cui Trump ha innalzato i dazi imposti all’Europa e la giornata di ieri, in cui l’Unione si è inchinata all’America in cambio di una “diminuzione dell’aumento”, ma soprattutto impegnandosi, quale contropartita, sia a investire oltre Atlantico, sia – soprattutto – a rinunciare allo sviluppo di una propria industria militare. Le armi verranno naturalmente prodotte, ma negli Stati Uniti, che ce ne imporranno il prezzo. Perché il Vecchio Continente, senza che l’annuncio dell’aumento dei dazi abbia causato una pur effimera ondata di avversione all’America – fummo gli unici, “sans vouloir nous flatter”, a rilevarne la mancanza – si è inchinato alla volontà del “Tycoon”? Come la Francia dell’inizio del XX secolo temeva la Germania e manteneva un contenzioso aperto con Berlino, così l’Unione Europea di oggi ha paura di due nemici: la Russia e l’Islam, di cui il Vecchio Continente sente il fiato sul collo. Non è casuale che, in contemporanea con l’accordo raggiunto in Scozia – dove Trump ha fatto comunque attendere la von der Leyen la fine della sua partita di golf – Israele abbia permesso l’ingresso del cibo a Gaza, ponendo fine alle lamentele umanitarie degli europei. A Netanyahu non interessa far morire di fame i palestinesi, ma piuttosto il controllo territoriale. Quanto alle armi, non essendo prodotte in Europa, potranno essere usate solo nelle guerre autorizzate – o decise – dall’America. Trump ha ricordato come gli F-35 possano perfino venire disattivati a distanza da chi li ha prodotti. La Meloni si rafforza, non avendo neanche partecipato alle pur flebili proteste per l’aumento dei dazi ed essendosi viceversa schierata fin dal principio sulla linea del negoziato, che in sostanza significa una resa dell’Europa alle pretese di Trump. Un’ultima annotazione riguarda i movimenti regionali autonomisti o indipendentisti dell’Europa occidentale. Abbiamo commentato ampiamente come l’edizione di quest’anno delle “Ghjurnate” di Corte segni una rottura definitiva tanto nell’ambito del nazionalismo corso, catalano e basco quanto tra i soggetti radicali di queste regioni e altre realtà ugualmente importanti. A quanto risulta dal programma, mancheranno in questa edizione i rappresentanti di Scozia, Fiandra e soprattutto Irlanda, schierati unanimemente sulla linea del negoziato con le autorità dei rispettivi Stati “nazionali”. Questa frattura rivela innanzitutto che la guerra – pur non risultando imminente – viene ormai considerata inevitabile. Di conseguenza, ciascuno sceglie da che parte stare. C’è chi decide – come abbiamo già rilevato – in base alla logica per cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”, il che porta però talvolta a un errore fatale: schierarsi dalla parte sbagliata. Se dunque risulta sempre necessario valutare attentamente il rapporto di forze tra le parti in conflitto, occorre anche calcolare quello che si instaura con i propri alleati. Un’ipotetica islamizzazione dell’Europa occidentale cancellerebbe completamente quel contesto politico, culturale e giuridico in cui le rivendicazioni autonomistiche – come quella dell’autodeterminazione – possono trovare compimento. Lo stesso vale per la visione “grande russa” che ispira la strategia di Putin. Dugin ha messo in chiaro come il contenzioso con l’Occidente non sia solo né tanto di carattere territoriale. L’ideologo del Cremlino, ispiratore del Presidente e soprattutto del Patriarca, ha chiarito che la Russia rigetta tutto lo sviluppo del pensiero occidentale a partire dal Tomismo, passando per la Riforma protestante, giungendo all’Illuminismo e infine alle nostre attuali scuole politiche. Occorre anche considerare come, al di fuori dell’Occidente, nessuna reale autonomia sia goduta dalle minoranze etniche o religiose, che si trovano di conseguenza nell’alternativa tra insorgere per conquistare l’indipendenza “manu militari” oppure subire la “pulizia etnica”. Solo in Occidente, in un contesto di pieno sviluppo della democrazia rappresentativa, risulta praticabile l’opzione della effettiva autonomia. Questa non soddisfa gli indipendentisti, ma rimane l’unica praticabile nell’attuale contesto internazionale. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, alcuni leader nazionalisti – Chandra Bose in India e Jabotinsky nel futuro Stato di Israele – proposero di allearsi rispettivamente con il Giappone e con la Germania contro l’Inghilterra. Gandhi e Ben Gurion – pur mantenendo aperto il contenzioso con la potenza coloniale dominante – proposero invece la scelta opposta. Il Giappone militarista e la Germania nazista erano entrambi avversi alla causa dell’autodeterminazione dei popoli, ma soprattutto destinati a perdere. La storia diede ragione a chi non ragionava in base al presupposto che necessariamente “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Per questo dissentiamo dalle scelte compiute da “Corsica Nazione”, tanto più avendo constatato come il terrorismo praticato a lungo in Irlanda e nel Paese Basco abbia danneggiato – e non certo aiutato – il progresso dell’autonomia, che rimane anche per noi l’unica meta attualmente praticabile. Nella prospettiva delle restrizioni che verranno imposte ai diritti civili, il rispetto delle identità minoritarie rimane una base acquisita e intangibile su cui si potrà riprendere a costruire nel futuro.

Nel 1894, la Francia e l’Inghilterra arrivarono a un passo dalla guerra. Dopo il Trattato di Francoforte, che aveva posto fine alla guerra franco-prussiana, procurando alla Germania i territori contesi dell’Alsazia e della Lorena, il Cancelliere Bismarck, preo…

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La Commissione dell’Unione Europea ha definito “giuridicamente non vincolante” l’accordo stipulato verbalmente domenica scorsa in un campo da golf della Scozia da Trump e dalla von der Leyen. Questo organo si comporta come tutti coloro che si accorgono di avere stipulato un contratto svantaggioso – in parole povere di essere stati fregati – e si affrettano di conseguenza a negarne la validità, tentando di farlo annullare. Anche ammesso che si sia trattato di un’intesa “politica”, rimangono senza risposta le nostre domande. Chi, in primo luogo, ha autorizzato la Presidente della Commissione a negoziare in nome e per conto dell’Unione? Perché, inoltre, non sono stati posti dei limiti al mandato conferito alla Signora – belga (di lingua francese) e tedesca? Comunque venga qualificata l’intesa, essa risulta svantaggiosa per l’Europa. In terzo luogo, se l’accordo non era “giuridicamente vincolante”, per quale motivo la Presidente della Commissione non lo ha chiarito? Ritenendolo anzi – contro ogni evidenza – vantaggioso per la propria parte (il che è manifestamente falso), la von der Leyen si è vantata di averlo stipulato, guardandosi bene dal precisare che il patto non era “giuridicamente vincolante”. Tale qualifica di quanto concordato è emersa soltanto in seguito, quando – dopo avere ascoltato il resoconto della plenipotenziaria europea – i suoi colleghi della Commissione si sono accorti che costei era stata “mangiata a colazione” da Trump, come ha giustamente annotato Orbán. Vediamo però che cosa dovrebbe succedere in base al diritto. La fissazione dei dazi americani al trenta per cento a partire dal primo agosto era stata stabilita a suo tempo dal Presidente degli Stati Uniti mediante un atto di tipo legislativo, in cui veniva fissato per l’appunto tale termine iniziale per la sua entrata in vigore, che poteva essere impedita soltanto se l’atto fosse stato modificato da una norma emanata successivamente. Se dunque l’accordo fosse stato “giuridicamente vincolante”, esso avrebbe quanto meno emendato quanto stabilito in precedenza, facendo scendere i dazi dal trenta al quindici per cento. Se invece l’intesa non produce alcun effetto giuridico, con il primo agosto – a prescindere da quanto dica Trump, il quale fino ad ora non ha commentato la “marcia indietro” della Commissione di Bruxelles – scattano i dazi al trenta per cento, con tutti i conseguenti effetti catastrofici sull’occupazione in Europa. Per giunta, l’accordo non si limitava a stabilire l’ammontare dei dazi. In cambio della cosiddetta “diminuzione dell’aumento”, il nostro continente si impegnava ad acquistare dagli Stati Uniti armamenti e materie prime energetiche per un ammontare stimato, solo per l’Italia, in sessanta miliardi di euro. Inoltre, l’Unione assumeva l’obbligo di investire nelle industrie americane. Questo è l’unico punto su cui la Commissione ha ragione nell’escludere un impegno dell’Unione: gli investimenti devono infatti essere compiuti da soggetti di diritto privato, che naturalmente non possono esservi costretti né dall’Unione, né dagli Stati membri. Non entrando in vigore l’accordo nel suo insieme, gli americani possono astenersi dal darci il petrolio e il gas, che comunque l’Italia, ricevendolo liquido, avrebbe dovuto “rigassificare”. Non si sa dove, visto che l’impianto di Ravenna non risulta sufficiente e gli altri cosiddetti “rigassificatori” – che comunque dovrebbero essere installati e attrezzati – non li vuole nessuno. La von der Leyen ha stipulato una sorta di “patto leonino” per fare arrivare in Europa il gas necessario ad accendere i termosifoni, la cui prima consegna sarebbe forse avvenuta “a puffo”, come direbbe il nostro Sindaco nella sua lingua regionale. Le successive sarebbero invece dipese dal rispetto di quanto concordato. Ora, oltre a pagare il trenta per cento sulle nostre esportazioni – avendo negato il carattere “giuridicamente vincolante” dell’accordo – rischiamo di non ricevere un bel nulla. Come si dice “giuridicamente non vincolante” in finnico o in gaelico? Le lingue ufficiali dell’Unione, in cui si traducono tutte le tonnellate di documenti prodotti a Bruxelles e a Strasburgo, sono in numero addirittura maggiore rispetto a quello degli Stati membri. Ciò è dovuto al fatto che in alcuni di essi vi sono più idiomi “ufficiali”. In Spagna è entrata in vigore la norma che impone l’uso del catalano e del basco per tutti gli atti di diritto internazionale riguardanti tale Paese. L’Unione ha dovuto dunque verosimilmente assumere nuovi traduttori. Malgrado tale sovrabbondanza di personale, il testo dell’accordo presenta discordanze tra la versione europea e quella americana. La questione riguarda però ormai soltanto gli studiosi di linguistica, mentre quelli di diritto se ne sono tratti fuori, dal momento che si tratta per l’appunto di un testo “non vincolante giuridicamente”, alla pari delle opere letterarie. Tra poche ore sapremo qual è la situazione reale. Quando la prima cassa di Valpolicella, o di Cognac, o di Valdepeñas, giungerà alla dogana degli Stati Uniti, i produttori conosceranno l’importo di quanto dovuto. Se sarà il trenta per cento, le proteste dovranno essere indirizzate alla von der Leyen e non a Trump, il “tycoon” potendo invocare il principio in base al quale “pacta sunt servanda”. A tanto ci ha portato l’avvento di una “classe dirigente” europea composta da “dilettanti allo sbaraglio”. Il nostro Sindaco vive, da parte sua, in una sorta di “capsula del tempo”. Credendo che sia ancora in vigore il “Patto di Rinascita”, il Primo Cittadino medita nuove opere faraoniche. Ora è preso dalla mania degli “sventramenti”, come Mussolini, che voleva distruggere la Roma del Medioevo e del Rinascimento per fare emergere quella dell’Impero. L’abbattimento dei “silos” dovrebbe ripristinare, nelle intenzioni, il paesaggio urbano quale era nell’epoca preindustriale. I tre (3) portuali superstiti – da parte loro – gareggiano in “nostalgismo” con Scajola ed intonano “Fischia il vento”. La maggioranza, colta impreparata in materia musicale, avrebbe potuto rispondere con “Giovinezza” – molto apprezzata dall’ex vice sindaco Strescino – o con l’Inno di Garibaldi: “Si scopron le tombe, si levano i morti”. Ovvero con quello dei Templari, certamente conosciuto dall’ex consigliere Augusto Ferrari: “Non nobis, Domine, sed Nomini Tuo da gloriam”. Mentre si naufraga nei debiti, ci si aggrappa a un passato leggendario, in cui si cerca non tanto ispirazione quanto piuttosto evasione. Il deficit dell’Azienda sanitaria tocca intanto i centodue milioni, al punto che perfino la stampa locale parla con impertinenza di una “voragine”. La nostalgia è veramente il sentimento dei falliti.

…uarda però ormai soltanto gli studiosi di linguistica, mentre quelli di diritto se ne sono tratti fuori, dal momento che si tratta per l’appunto di un testo “non vincolante giuridicamente”, alla pari delle opere letterarie. Tra poche ore sapremo qual è la situ…

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Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno dei suoi romanzi — ambientato nel periodo fascista — come il Regime illuse molti giovani meridionali, facendogli credere che il problema della riforma agraria sarebbe stato risolto grazie alla guerra in Abissinia. Per quella guerra tanti poveri ragazzi si arruolarono come “volontari”, trovandovi sovente la morte. La distribuzione ai contadini delle terre appartenenti ai latifondisti, naturalmente, non avvenne. Si fece tuttavia credere ai poveri “cafoni” del Sud che le avrebbero ottenute precisamente in Etiopia, naturalmente dopo averla conquistata. Lo stesso inganno viene oggi consumato ai danni dei nostri titolari di imprese, i quali, non essendo poveri analfabeti diseredati, potrebbero fare a meno di cadervi. Costoro dimostrano invece un’ingenuità veramente incredibile, simile a quella esibita dagli industriali della nostra provincia, accorsi — come abbiamo più volte ricordato — ad applaudire chi annunciava loro la fine della libertà di intrapresa, compensata però dalle commesse di Stato. A queste commesse, ad alcuni viene gentilmente concesso il mercato interno, mentre quelle per la “ricostruzione” dell’Ucraina dipendono dall’andamento delle operazioni militari, nelle quali comunque si getterà anche l’Italia, partecipando alla “Coalizione dei Volenterosi”. Cavour, mandando i Bersaglieri in Crimea, si proponeva di qualificare il Piemonte come rappresentante del futuro Regno d’Italia. Il conte riuscì nell’impresa in quanto la storia procedeva in direzione dell’affermazione degli Stati nazionali. Oggi, però, lo zeitgeist ha preso la direzione esattamente contraria, come paradossalmente dimostra la stessa vicenda dell’Ucraina, la quale non si considera più una regione della Russia e proprio per questo aspira all’indipendenza. Gli imprenditori italiani hanno evidentemente dimenticato — se mai l’abbiano imparata nei loro studi universitari — la lezione impartita da un grande studioso del diritto commerciale, il quale affermava che in tempo di guerra si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti, il che esige la nazionalizzazione, per l’appunto, delle attività produttive. Quanti saranno “embedded” in Ucraina dovranno obbedire agli ordini impartiti dallo Stato Maggiore. “L’intendance suivra”, diceva per l’appunto De Gaulle, il quale non era a caso un militare di carriera. Ai nostri imprenditori è riservata piuttosto la funzione della sussistenza. Durante la guerra, il Regime stabilì il cosiddetto “Ammasso del grano”, nonché di altri prodotti agricoli. Quello della barbabietola da zucchero continuò a lungo dopo la Liberazione, finché venne abolito il monopolio di Stato. Alcuni gerarchi si arricchirono illecitamente, rivendendo una parte del grano tolto ai coltivatori sul cosiddetto “mercato nero”, che in simili circostanze diviene inevitabile. Altri, essendo persone oneste, gestirono l’ammasso correttamente. Certi giovani economisti della Lega non sarebbero capaci neanche di questo, ma tale limite non sembra intaccare le loro ambizioni. Non si può affrontare un conflitto senza adottare tutte le misure connesse con l’economia detta per l’appunto di guerra. Pare invece che la spartizione delle cariche, presenti e future, avvenga — da parte della Destra — con l’allegra noncuranza propria dei periodi di “vacche grasse”, che sono però destinate a dimagrire.

Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno…

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L’Inghilterra è l’unico Paese occidentale in cui non esistono i Vigili Urbani. Per un motivo ben preciso: le funzioni di polizia giudiziaria, di ordine pubblico e perfino di polizia amministrativa non possono essere esercitate da nessun soggetto diverso dallo Stato. Questa particolarità della Gran Bretagna ci è venuta in mente osservando, questa mattina di buon’ora, la consueta colossale operazione volta alla ricerca, all’identificazione e all’annientamento degli utenti abusivi del trasporto pubblico. In cui però, questa volta, erano impegnati insieme ai solerti ispettori della "R.T." – moltiplicati di numero man mano che i conducenti non possono più superare l’esame di revisione della patente “E pubblica”, venendo di conseguenza sbarcati come i “marittimi” privi del libretto di navigazione – anche gli agenti e le agenti della “Vigile”. Cioè dipendenti di un soggetto di diritto privato. I quali non possono svolgere nessuna funzione di polizia amministrativa, né tanto meno di polizia giudiziaria, salvo incorrere nel reato di usurpazione di funzione pubblica. Siamo dunque giunti al punto in cui la cariocinesi dello Stato porta alla costituzione di milizie private. Esattamente come nell’Alto Medioevo. Il “Bassotto” agisce dunque come il mitico Arduino di Ivrea, che – nella dissoluzione dei regni barbarici – ne costituì uno proprio. Intanto, a Roma, la Meloni – assenti i colleghi francese, inglese e tedesco – ospita la Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina. Raccontavano Gianni e Susanna Agnelli di come il loro nonno – il mitico senatore Giovanni Agnelli – si fosse recato a Roma, nel fatidico giugno del 1940, per scongiurare Mussolini a non entrare in guerra. Il senatore tornò felice a Torino, avendo ricevuto dal “Duce” le più ampie rassicurazioni al riguardo. Poche ore dopo, Mussolini annunciò l’ingresso dell’Italia nel conflitto. Cui la Confindustria si opponeva – come anche la Casa Reale, il Vaticano ed una parte dello stesso Partito Fascista – per il semplice motivo che la distruzione delle fabbriche (l’aviazione non era più quella dei tempi di Francesco Baracca) avrebbe danneggiato i suoi interessi, senza essere compensata dalle commesse di guerra. Ora, invece, centinaia di “cummenda”, capi di altrettante piccole fabbriche (non solo lombarde), gongolano vedendosi promettere contratti con lo Stato italiano (quello ucraino non ha il becco di un quattrino), contribuendo per l’appunto alla “ricostruzione”. Che, in primo luogo, avviene dopo la guerra – ben lungi dall’essere finita – e, in secondo luogo, è realizzata dai vincitori. Vedi il caso della Siria, dove Erdoğan, essendo intervenuto per il tramite del cittadino turco Giulani, se l’è aggiudicata, facendola per giunta pagare dai sauditi. È vero che gli attuali “sciur Brambilla” hanno in comune con i loro antenati del 1915 il fatto di non poter essere bombardati (almeno per il momento), ma intanto andremo a ricostruire Kiev soltanto quando si sarà raggiunta un’improbabile e comunque remota pace vittoriosa. Per arrivare a questo obiettivo, ci vuole però una guerra mondiale. Durante la quale nessun obiettivo in Italia, ed in tutto l’Occidente, sarà al sicuro. Se dunque i “padroncini” italici si aggrappano a questa speranza quale “Ultima Dea”, ciò significa che sono tutti quanti dei disperati questuanti alla ricerca di qualche commessa pubblica per sopravvivere. Nel mondo sono in corso attualmente due guerre, una delle quali si combatte per l’appunto in Ucraina, e l’altra in Medio Oriente. L’una vede contrapporsi l’Est e l’Ovest del mondo, l’altra il Nord e il Sud. A ben vedere, però, questa distinzione risulta labile. La Russia fa infatti parte dei cosiddetti BRICS, cioè del cartello che riunisce i Paesi del meridione, mentre nell’altro conflitto si confrontano l’Oriente islamico e l’Occidente, essendo Israele l’avanguardia della civiltà giudaico-cristiana. La Meloni compie una scelta di campo. Se però i valori in gioco sono tanto elevati e importanti, la Presidente del Consiglio dovrebbe invocarli a fondamento di una causa nazionale. Quale venne concepita a suo tempo quella dell’Italia nel 1915-1918, quando, in effetti, un’adesione popolare permise la vittoria. Se la Meloni ritiene invece – e lo proclama apertamente – che siano in gioco soltanto le elemosine di qualche futura ed incerta commessa pubblica (per il momento stiamo soltanto ricostruendo la cattedrale di Odessa, dove sono all’opera i pur bravissimi esperti dell’Istituto Centrale del Restauro), risulta poco probabile che la Signora della Garbatella mobiliti gli italiani. Non avendo il necessario prestigio, e soprattutto considerando la guerra come l’occasione per regolare i conti con i propri competitori, a colpi di “Decreti Sicurezza”, grazie ai quali finiremo per chiederle il permesso perfino per andare ad orinare. Se vogliamo considerare l’aiuto a due Paesi aggrediti, in violazione del diritto internazionale, come una causa di tutti gli italiani, non possiamo affidarci a una persona che rappresenta soltanto l’estrema destra, e che tenta di raggranellare intorno al governo il consenso di qualche speculatore e di qualche brasseur d’affaires. I quali gremiscono la platea di Roma in qualità di “compagnia dell’applauso”. Avendo a che fare con i veri imprenditori come gli imbucati del Forte di Ventimiglia, accorsi per applaudire un economista che annunciava loro la fine della libertà di intrapresa. Di questo obiettivo, la destra ha sempre accusato la sinistra, malgrado i “comunisti” abbiano sempre affidato il governo dell’economia ai tecnici della Banca d’Italia. Analogamente, la destra si opponeva alla costituzione delle Regioni perché questi enti – essendo competenti in materia di “polizia urbana e rurale” – avrebbero armato un’armata rossa pronta a marciare dall’Emilia e dalla Toscana su Roma. Ora la destra non usa neanche più la polizia regionale, e si affida alle milizie private, i cui componenti vengono assunti senza ricorrere alla fictio juris costituita dalla celebrazione di un concorso. Nella “Vigile” si viene infatti assunti per chiamata diretta. Proprio come nel Comitato Olimpico. Dei “pallanuotisti”, però, non c’è più bisogno.

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Almeno una delle sanzioni decretate dall’Unione Europea contro la Russia si è già dimostrata completamente inefficace: quando si è provveduto a bloccare i conti correnti bancari aperti in Occidente dai cosiddetti “oligarchi”, si è constatato che non c’era più neache un centesimo.

Almeno una delle sanzioni decretate dall’Unione Europea contro la Russia si è già dimostrata completamente inefficace: quando si è provveduto a bloccare i conti correnti bancari aperti in Occidente dai cosiddetti “oligarchi”, si è constatato che non c’era più …

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La seconda uscita pubblica del movimento "free vax" (l'etichetta di "no vax" viene sdegnosamente respinta, dal momento che alcuni dei suoi stessi dirigenti sono stati inoculati con tre dosi, e lo dichiarano apertamente) nella centrale Piazza Colombo di Sanremo eguaglia praticamente il numero di partecipanti della prima uscita. Il successivo concerto di Povia raccoglie ben millecinquecento spettatori, ma qui c'entra l'impegno civile. I quasi quattrocento che assistono al comizio vengono inoltre da tutta la provincia: sono rappresentate Ventimiglia ed Imperia.

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Tra i maestri che ricordiamo con più affetto e riconoscenza, quello di maggiore statura morale ed intellettuale è stato certamente il dottor Giovanni Battista "Titta" Novaro, cui toccò presiedere la Provincia di Imperia nel momento tragico del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro. Poco dopo, il dottor Novaro sarebbe morto anch'egli durante il suo mandato, stroncato dalla fatica e dall'impegno profuso per il bene comune. Prima di quei giorni terribili, avevamo pregustato, incontrandoci molto sovente per via dei nostri rispettivi incarichi, il momento in cui Moro avrebbe cooptato nel Governo il partito comunista, così permettendo all'Italia di raggiungere quell'equilibrio che il nostro Paese non ha più trovato. Per questo, ritenemmo entrambi che le lettere inviate da Moro quando era tenuto in ostaggio, in cui egli ammoniva su quanto sarebbe accaduto, non fossero apocrife, nè coartate.

Tra i maestri che ricordiamo con più affetto e riconoscenza, quello di maggiore statura morale ed intellettuale è stato certamente il dottor Giovanni Battista "Titta" Novaro, cui toccò presiedere la Provincia di Imperia nel momento tragico del rapimento e dell…

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I nostri vecchi raccontavano come durante la guerra si ascoltava Radio Londra. Questa emittente, con i suoi programmi in italiano, svolgeva in quel tempo diverse funzioni, supplendo alla mancanza di una informazione indipendente dal regime e libera nel valutare gli eventi. In primo luogo, il gruppo di esuli antifascisti riuniti presso la redazione italiana della "BBC" comunicava ai connazionali rimasti in patria, e più tardi nella parte del territorio italiano ancora occupato dai nazisti, che cosa stava succedendo realmente nel mondo. In secondo luogo, veniva demistificata la propaganda fascista, anticipando il libero dibattito tra le diverse istanze politiche e culturali che si sarebbe aperto dopo la guerra. In terzo luogo, Radio Londra incoraggiava gli italiani ad insorgere ed a resistere, enfatizzando certamente il loro apporto alla causa degli alleati, ma anche dimostrando come un popolo possa trovare in sè stesso le ragioni e le energie necessarie per emanciparsi.

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Alcuni giornali hanno parlato - con le consuete finalità sensazionalistiche - di una "polemica" che si sarebbe aperta tra alcuni rabbini ed il Papa. In realtà, tra la religione israelitica e quella cristiana è già passato il tempo delle polemiche, ed è iniziato quello delle sollecitazioni dialettiche, degli stimoli alla riflessione su di una fede che - come ricorda giustamente il professor Alberto Melloni su "La Repubblica" di venerdì scorso - ebbe origine quando "una minoranza interna al giudaismo diventò religione dell'impero".

In realtà, tra la religione israelitica e quella cristiana è già passato il tempo delle polemiche, ed è iniziato quello delle sollecitazioni dialettiche, degli stimoli alla riflessione su di una fede che - come ricorda giustamente il professor Alberto Melloni …

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Sabato ventiquattro luglio, si manifesta in ottanta città d'Italia, non solo e non tanto per protesta contro il "green pass", ma soprattutto per chiedere le dimissioni di Draghi. Martedì prossimo, "io apro" chiama tutti quanti non solamente a riunirsi davanti a Montecitorio, bensì ad entrarvi con la forza. Nel primo caso, si tratta di manifestazioni autorizzate, ma con una finalità eversiva: in uno Stato di diritto, i Governi cadono nelle urne o in Parlamento, e non certamente in piazza. Nel secondo caso, si annunzia apertamente l'intenzione di commettere un reato. Nello stesso tempo, però, gli organi di informazione governativi trattano come "assassini" quanti obiettano all'obbligo - peraltro soltanto asserito - di vaccinarsi. Questo significa praticamente criminalizzare una opinione.

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Le visite a Roma dei Segretari di Stato americani hanno seguito nel dopoguerra due diversi copioni: quando il ministro degli esteri italiano era un "oltranzista" atlantico, detto anche un "bulgaro della NATO", appartenente ad una genia che ebbe quale capostipite Gaetano Martino e proseguì con Giuseppe Saragat, ogni incontro si concludeva con l'immancabile riaffermazione della "completa identità di vedute", che significava l'accettazione supina del punto di vista dell'interlocutore d'oltre Atlantico. Quando invece gli facevano da contraltare uomini come Fanfani, Moro o Nenni, si instaurava immancabilmente una dialettica: che tra Moro e Kissinger sfociò in una aperta incomprensione e diffidenza. In realtà, se si eccettua la Germania, Paese tuttora assoggettato ad occupazione militare da parte dei vincitori occidentali della guerra, la nostra è la nazione più assoggettata - tanto per la sua posizione geografica, quanto soprattutto per appartenere anch'essa al campo dei perdenti - ai vincoli della Alleanza Atlantica. Non è inoltre un segreto per nessuno che dobbiamo ancora rimborsare gli aiuti del "Piano Marshall".

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Un attacco sferrato da misteriosi pirati informatici ha bloccato i siti dei massimi soggetti economici ed istituzionali dell'Occidente. Nel mondo si combattono attualmente innumerevoli conflitti, ma i più prossimi a noi - non tanto forse dal punto di vista geografico (la Libia, si trova proprio di fronte alla Sicilia) - quanto piuttosto dal punto di vista delle culture politiche coinvolte, sono quelli che rendono di nuovo incandescente il confine tra l'Europa occidentale e l'Europa orientale. Questa frontiera, che fino al 1989 si trovava sull'Elba, è stata progressivamente spostata fino sul Don, ma si è anche trasformata da una sorta di cicatrice - quale era il Muro di Berlino - in una ferita aperta e sanguinante. Tra la Russia e l'Ucraina si spara, mentre tra la Bielorussia, la Polonia ed i Paesi Baltici si combatte a colpi di rapimenti e di dirottamenti.

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In Inghilterra, non esiste la cronaca giudiziaria come la intendiamo noi. Quando i giornali danno notizia di un processo, pubblicano i nomi del giudice, delle parti, dei loro rappresentanti ed il dispositivo della sentenza. Se soltanto venissero riassunte le arringhe e le requisitorie, o venisse esposto il dibattimento, si incorrerebbe infatti nel reato di "contempt of court", letteralmente "disprezzo della corte", essendo considerata una simile informazione come tentativo di influenzare il giudice.

…nisse esposto il dibattimento, si incorrerebbe infatti nel reato di "contempt of court", letteralmente "disprezzo della corte", essendo considerata una simile informazione come tentativo di influenzare il giudice. Una volta, accadde che un ministro, parlando a…

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