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Palmiro Togliatti si macchiò del torto storico di avere ridotto la tattica, a mero espediente elettoralistico. Il grande progetto gramsciano dell'egemonia ed il risultato di questo svilimento portò - dopo gli effimeri fasti degli Anni Settanta - al fallimento storico del suo partito. Se infatti l'egemonia consiste nella capacità di interpretare e rappresentare l'interesse generale, il compito di una forza politica non consiste nel fare la somma aritmetica dei motivi di malcontento, bensì nel compierne la sintesi. Che è mancata a livello nazionale, ma è invece riuscita in alcune realtà regionali, cioè in Emilia ed in Toscana. Dove il partito ex comunista che altrove si è ridotto alla rappresentanza dei dipendenti pubblici - e cioè dei garanti - ha assunto la guida dei ceti produttivi. E, di conseguenza, ha vinto le elezioni.

…ere il sistema. A questo esito Landini porta il suo contributo consapevole o inconsapevole? Non spetta a noi pronunziare dei giudizi morali, ma possiamo esprimere una valutazione di ordine politico. Anche al tempo di Di Vittorio, il sindacato era diretto da co…

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Mediante un apposito decreto-legge, cioè con un atto di tipo legislativo, il Governo ha introdotto l'obbligo di vaccinazione contro il "covid 19" per tutti i sanitari. Nei prossimi giorni, le diverse Regioni disporranno dei controlli. "Chi si sarà vaccinato - intima un dirigente di questo settore della Liguria - potrà continuare a lavorare, gli altri o si vaccineranno o verranno sospesi dal servizio oppure assegnati ad altre mansioni, tolti dall'assistenza ai pazienti, con uno stipendio anche inferiore". Se questo signore conosce la medicina come dimostra di conoscere il diritto amministrativo, si può prevedere che l'epidemia faccia strage. Costui intende dire che nei confronti dei renitenti alla vaccinazione verranno adottate delle sanzioni disciplinari. Qui sorge un primo problema. Le sanzioni disciplinari, infatti, sono adottate da un organo apposito, osservando il procedimento stabilito dalle leggi che regolano il pubblico impiego. Tali leggi dispongono, in primo luogo, gli obblighi cui costoro sono assoggettati.

…e applicata. Nel caso dei liberi professionisti, le sanzioni disciplinari possono essere disposte soltanto dal loro rispettivo Ordine professionale. Per quanto riguarda invece i sanitari dipendenti pubblici, non si capisce come tali sanzioni possano essere min…

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Peter Thiel a Roma: strategia, élite e nuovo ordine geopolitico

…dalla guerra, dell’attuale classe dirigente dell’Europa occidentale. Tra gli attuali “leader” non mancava certamente chi sperava di essere tra i privilegiati prescelti per comporre l’uditorio. Tutti i componenti del pubblico sono stati infatti selezionati da u…

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L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontri – produrrebbe conseguenze disastrose su tutta l’Europa occidentale. La nave su cui l’Italia affronta questa congiuntura tempestosa è il Governo Meloni. Che – al pari di ogni regime basato su un’ideologia, anche se non espressamente adottata dallo Stato – tende inevitabilmente a discriminare tra chi vi aderisce e chi, viceversa, la rifiuta. Rimane, tra questi due schieramenti, la zona grigia costituita in particolare dagli imprenditori. I quali, pur non aderendovi espressamente, si astengono anche dal criticarla e dall’esprimere nei suoi confronti una aperta dissociazione. Restringendosi gli spazi in cui costoro si muovono – quando viene meno l’autentica libertà politica, quella economica risulta inevitabilmente inefficace – essi sono costretti a barcamenarsi per sopravvivere. Praticando la resilienza, ma nel contempo manifestando verso il Potere un omaggio formale. Che risulta necessario in quanto il Regime può ulteriormente restringere gli spazi disponibili per gli operatori economici. Quanto accade a livello nazionale trova puntuale riscontro nella nostra piccola realtà cittadina. Dove le imprese superstiti sono assoggettate a una grassazione che riduce in modo drammatico i loro margini di profitto. A tale condizione non è però possibile sottrarsi, se non si vuole chiudere definitivamente bottega. Un Governo che discrimina i cittadini in base alle rispettive convinzioni può naturalmente imporre loro una disciplina. Tanto più cogente quanto più la situazione evolve verso un’economia di guerra. Ciò che un simile potere non potrà tuttavia mai ottenere dai consociati è un’adesione che può risultare incondizionata solo in quanto sia spontanea. Basandosi su convinzioni profonde e condivise. Nel periodo tra il 1915 e il 1918 gli Italiani volevano tutti vincere la guerra, considerandola una causa nazionale. Non fu così durante il conflitto successivo, che venne viceversa percepito come la causa propria di una parte politica. Questo fu precisamente il risultato derivante dall’avere discriminato gli Italiani in base a un criterio ideologico. La Meloni e i suoi corifei sono incamminati su questa stessa strada. L’Opposizione ha certamente commesso degli errori, ma il processo di costruzione della democrazia – o meglio il tentativo di portare l’Italia in questa direzione – non è stato intrapreso a suo tempo contro qualcuno. Questo processo escludeva infatti soltanto chi rifiutava di prendervi parte. Oggi la discriminazione viene invece stabilita “a priori”. Il disastro cui Mussolini aveva condotto l’Italia rese indispensabile, a un certo punto, rovesciare le alleanze. Riportando l’Italia nel campo delle democrazie. Il Re d’Inghilterra, parlando dinanzi al nostro Parlamento, ha signorilmente evitato di ricordare come il Fascismo avesse predicato l’ostilità nei confronti del suo Paese, preferendo ricordare che gli Italiani non si erano lasciati convincere dalla propaganda sulla “Perfida Albione”, ed avessero anzi sentito spontaneamente la necessità di ristabilire una collaborazione e un’amicizia che affondavano le loro radici nel Risorgimento. Tutto ciò conduce inevitabilmente a una conclusione: non ci sono alternative alle alleanze nelle quali oggi il nostro Paese è inserito. L’Opposizione dovrebbe dunque compiere una scelta tanto difficile quanto inevitabile. Consistente nel distinguere tra il doveroso dissenso nei confronti dell’indirizzo autoritario dell’attuale Governo e – dall’altra parte – la necessità di mantenere l’Italia nel campo occidentale. Una volta dato alla sua causa il nostro contributo, verrà il momento di esigere il compenso dovuto per questa scelta. Nel frattempo, ricordiamo ai nostri Alleati come il loro rapporto con una forza politica che non nasconde la propria ispirazione e la propria vocazione autoritaria risulti in primo luogo spurio, una sorta di “mésalliance” che prima o poi rivelerà le contraddizioni su cui è fondata. Questo è il messaggio che noi abbiamo modestamente ma fermamente espresso agli amici di Nizza. Ben prima che le necessità della “realpolitik” inducessero il Sindaco–Presidente Estrosi a offrire al suo omologo, installato su questo lato del confine, il proprio riconoscimento “diplomatico”. O meglio politico, oltre che basato sulle ragioni economiche che abbiamo già avuto modo di illustrare. Chi però sta sbagliando è l’attuale dirigenza dell’Opposizione italiana. Ci sono state autorevolmente riferite le voci che circolano in merito ai finanziamenti giunti ai capi del Partito Democratico e a quelli del Movimento 5 Stelle da certi ambienti islamisti. Se queste voci risultassero fondate, ne saremmo molto rattristati, ma non certo stupiti. L’attuale Maggioranza ha ormai acquisito l’egemonia sui diversi soggetti sociali del nostro Paese. Si identificano infatti in essa non soltanto le varie rappresentanze del padronato imprenditoriale, ma anche molte di quelle espresse da altri ceti. Tanto per fare due esempi, il vecchio sindacato “Bianco”, che aveva un proprio radicamento nella classe operaia, nonché la Coldiretti, espressione dei piccoli imprenditori agrari, si annoverano ormai tra le organizzazioni di massa che incanalano il consenso verso il nuovo Regime. Esonerandolo dalla necessità di costituirle, come invece aveva dovuto fare Mussolini. Un discorso a parte riguarda la Chiesa. La Meloni concluderà con una prevedibile apoteosi l’adunanza annuale di Rimini dei Confessionalisti. Ai quali non si presenterà a mani vuote. Come il Duce poté offrire a Pio XI la trasformazione dello Stato laico in uno Stato sostanzialmente confessionale, così la Presidente del Consiglio potrà esibire non tanto l’abrogazione di alcune norme di legge – o l’introduzione di altre – quanto piuttosto i fatti compiuti che si stanno determinando nei campi dove chi si accinge ad ospitarla opera concretamente. Sostituendosi allo Stato e agli altri enti pubblici nella governance di due settori vitali, quali sono la Sanità e l’Istruzione. Che permettono sia di arricchirsi, sia di estendere la propria base, tanto tra gli utenti quanto tra gli operatori. Che infatti vengono assunti per chiamata diretta da parte di soggetti di diritto privato. Quanto il Concordato del 1929 dichiarava espressamente, e quello del 1984 aveva invece abrogato, si riafferma nella sostanza. Il problema che si pone davanti al nuovo Papa consiste dunque nel mantenere l’alterità – che non significa certamente ostilità, ma comporta necessariamente una distinzione – tra la Chiesa e lo Stato. O meglio tra la Chiesa e il Governo. Il che risulta difficile quando il Governo tende a costituirsi in Regime. È logico che una platea fanatizzata, la quale detesta chiunque le venga additato come “modernista”, o addirittura “comunista”, veda nella Meloni il proprio punto di riferimento. Questa gente stava a suo tempo nella Democrazia Cristiana, ma sempre considerando con sospetto la sua radice popolare – cioè sturziana – poiché scorgeva in essa per l’appunto una contaminazione “modernista”. La fine della Democrazia Cristiana non ha dunque indebolito questo settore, ma anzi ha finito per rafforzarlo, essendo stato eliminato il suo principale nemico interno al mondo cattolico. Rimini segna dunque la sua adesione alla Maggioranza, come avvenne nel 1924, quando la destra del Partito Popolare entrò nel “Listone” fascista. L’Opposizione, anziché affrontare questo pericolo, si dedica a sostenere Hamas. Ripetendo l’errore commesso dopo la Prima e poi dopo la Seconda guerra mondiale. Consistente nel riferirsi a modelli stranieri, appartenenti ad altre culture e ad altre realtà sociali, completamente diverse da quelle proprie dell’Italia e dell’Occidente. Il mito della Rivoluzione d’Ottobre, e poi quello dell’Armata Rossa che “marcia alla riscossa”, portarono per due volte allo stesso tragico errore: Perseverare diabolicum. Si può – anzi si deve – simpatizzare con la causa dell’emancipazione dei popoli. A parte il fatto che noi non riteniamo si debba annoverare Hamas tra quanti la perseguono, se non aveva senso proporre per l’Italia il modello sovietico, ancor meno ne ha proporre oggi quello islamista. Credendo di giustificarsi con l’asserzione secondo cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Con un risultato paradossale: il Partito Democratico neanche si accorge che i nostri reparti ospedalieri vengono dati in gestione – naturalmente senza licitazione – alle cooperative appartenenti alla “Società delle Opere”. Svuotando inoltre la Sanità pubblica dei medici comunisti che l’avevano invasa al tempo del dottor Castellano, e riempiendola invece di confessionalisti. Il che dovrebbe allarmare perfino chi – come certi dirigenti democratici nostrani – pensa solo alla carriera. Mentre però la Sanità viene privatizzata, l’unica preoccupazione dei capi della Sinistra consiste nel sostenere lo Stato Palestinese. Il bello è che il segretario della Federazione ci accusava a suo tempo di ignorare che “la Rivoluzione si fa nel proprio Paese”. A parte il fatto che costui preferiva farla a Belgrado, questo signore dovrebbe rivolgere la sua critica precisamente a chi gli è succeduto. Questi soggetti procedono nella direzione esattamente opposta rispetto a quella su cui cammina la Storia. La cosiddetta Sinistra dovrebbe competere con la Destra dimostrando di rappresentare meglio l’identità italiana, anzi le diverse identità regionali che vengono nuovamente soffocate dal centralismo. Se sapesse farlo, la Sinistra dimostrerebbe di avere assimilato la grande lezione di Gramsci, conquistando l’egemonia, anziché lasciarla – come sta avvenendo – alla parte politica opposta. La Schlein e Conte ritornano invece all’antico costume, consistente nel proporre i mai abbastanza vituperati modelli stranieri. Se il paradigma rappresentato da Stalin era semi-asiatico, quello di Hamas risulta ancora più lontano dalla nostra cultura. La sua proposta produce dunque l’effetto di allontanare la cosiddetta Sinistra non soltanto dalla possibilità di assumere la guida dello Stato, ma anche dalla capacità di rappresentare le aspirazioni della nostra gente. Come può la Schlein, che non sfila alla testa degli operai disoccupati, ma partecipa ai cortei degli omosessuali, andare d’accordo con chi li precipita dai grattacieli? È vero che anche l’affermazione dell’identità islamica confluisce nel processo di emancipazione dei popoli, ma proprio la necessità di contribuirvi dovrebbe indurci a valorizzare quanto esprime la cultura italiana. Che è certamente – almeno in parte – di matrice cristiana, ed anzi cattolica, ma ha saputo esprimere Manzoni, Rosmini e Gioberti. Cioè il cattolicesimo liberale. Nell’ambito della cosiddetta Sinistra, questa tradizione dovrebbe essere rappresentata dall’ex democristiano Renzi. Il quale apparteneva alla corrente di Fanfani. Ora, però, il “rottamatore” propone per l’Italia il modello dell’Arabia Saudita, che può attrarre soltanto chi è a libro paga del principe ereditario. La Boschi faccia attenzione: verrà reclusa in un “harem”, insieme con le altre concubine.

L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontr…

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Nel suo articolo pubblicato ieri su La Stampa di Torino, Massimo Cacciari constata lucidamente – anticipando i risultati del “Vertice” di Anchorage – il modo in cui la guerra in Ucraina si avvia sostanzialmente a concludersi. Quanto ci attende, in sostanza, è il cosiddetto “decoupling” dell’Europa dalla Russia, o meglio dalla parte orientale del nostro continente. Se è vero che gli avvenimenti successivi alla caduta del Muro di Berlino hanno permesso di includere molti Paesi dell’Est tanto nell’Unione Europea quanto nell’Alleanza Atlantica, è altrettanto vero che non solo permane la contrapposizione tra la “Prima” e la “Terza Roma”, ma soprattutto si manifesta l’impossibilità di saldare in una nuova unità le due parti del continente. Ciò faceva parte tanto dei piani concepiti dai nostri grandi dirigenti del dopoguerra quanto, soprattutto, dei grandi Papi. In particolare Giovanni Paolo II, senza dimenticare che già Paolo VI – incontrando a Gerusalemme il Patriarca Atenagora – mostrava di ritenere imprescindibile la prospettiva della riconciliazione tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente. Laddove – annota Cacciari – il Concilio Vaticano II “poneva la complementarietà, oggi si erge una muraglia cinese”. Se è vero che il vertice tra Putin e Trump si è concluso con un accordo tanto solido quanto inconfessabile, in base al quale l’America riconosce in prospettiva alla Russia l’estensione della sua egemonia sull’intera Ucraina – mentre gli “esperti” si domandavano quanti territori sarebbero stati attribuiti alla sovranità de facto di Mosca – è altresì vero che l’innalzamento di una nuova “Cortina di Ferro” (o di una nuova Muraglia Cinese, come la definisce Cacciari) sul suo confine orientale mette l’Europa nell’impossibilità di divenire “una potenza economica globale, né dal punto di vista demografico, né per le risorse energetiche disponibili, né sotto il profilo economico, produttivo, tecnologico”. L’Europa occidentale si riduce dunque a costituire un avamposto isolato, o meglio contrapposto, simile alla fortezza del Deserto dei Tartari rispetto al suo entroterra euroasiatico. Con la prospettiva di rinchiudersi in una dimensione ristretta e asfittica. Di chi è la colpa di questa situazione? La “vulgata” più diffusa tra gli analisti la attribuisce a Putin, il quale indubbiamente ha voluto affermare le ragioni del suo Paese – deciso a riconquistare tanto la propria integrità territoriale quanto lo status di grande potenza – mediante una violazione del Diritto Internazionale. Solo Putin – si domanda Cacciari – è dunque l’Anticristo? “Piace crederlo? Bene, lasciamolo credere.” Il professore pone allora la questione delle responsabilità dell’Occidente, che non ha voluto fermare la propria espansione militare verso Est, suscitando nella Russia l’atavica paura delle invasioni: prima quella svedese, poi quella napoleonica e infine quella nazista. Quel che conta, però – a prescindere dall’attribuzione delle responsabilità – è che l’Europa ha perduto la sua grande occasione storica. Il nostro continente, “una volta caduto il socialismo reale, avrebbe finalmente potuto essere Occidente ed Eurasia insieme: speranza crollata”. Non oggi, quando Trump abbandona al suo destino l’Ucraina, senza riconoscere espressamente che questo è il risultato del vertice con Putin. Un esito tanto più inconfessabile in quanto contraccambiato con le concessioni sullo sfruttamento dell’Artico. Lenin disse che i “capitalisti” avrebbero venduto ai “bolscevichi” persino “la corda per impiccarli”. Putin, che si atteggia a fedele ortodosso, è in realtà – tra tutti i suoi successori – il più fedele all’insegnamento di Vladimiro Il’ič Ul’janov. Con una strana eterogenesi dei fini, la Russia si espande non già per respingere un’invasione, né semplicemente per estendere il territorio incluso nei propri confini militari, quanto piuttosto nel nome di un’ideologia. Che non è più, naturalmente, quella socialista, ma piuttosto il pensiero panslavista e panortodosso: il pensiero, cioè, che sostiene la sua identità nazionale. Proprio per questo, l’Europa occidentale non deve temere un’ulteriore espansione verso Ovest che – quand’anche risultasse possibile – finirebbe per contaminare, appunto, l’identità della Russia. Ciò nondimeno, l’erezione di un confine impenetrabile a Est ci rinchiude in una visione difensiva e ristretta della nostra identità cristiana occidentale. Cacciari aveva già indovinato – durante la Vacatio Sedis – l’esito del Conclave, intuendo il disegno di un Papato, o meglio di un Cattolicesimo, che l’ex sindaco definiva “carolingio”. Ora il professore ha intravisto con qualche ora di anticipo l’esito del vertice di Anchorage, che risultava prevedibile tenendo conto della situazione internazionale. Trump si preoccupa soltanto del tornaconto economico, che già lo ha spinto a rinnegare la “solidarietà occidentale”. L’Europa, naturalmente, protesta ad alta voce, ma si compiace per non dover aggiungere al danno derivante dai dazi la spesa necessaria per comprare in America le armi da destinare all’Ucraina. Ammesso che il tycoon sia ancora disposto a venderle. Per arricchirlo, basta la vendita delle materie prime energetiche, senza le quali andremo a piedi e passeremo l’inverno al freddo. Putin ha vinto su tutta la linea: avendo ritrovato lo status di grande potenza e accingendosi a restaurare l’unità del “Mondo Russo”, umiliando per giunta l’Europa occidentale, che non poteva avventurarsi in Ucraina con le proprie truppe senza l’apporto americano e soprattutto senza rischiare una guerra mondiale. Ora dovremo tuttavia continuare a fare a meno del nostro migliore fornitore di gas. Risulta evidente la contraddizione tra i nostri proclami altisonanti, in difesa del Diritto Internazionale e della causa della libertà dei popoli, e la convenienza di mantenere un relativo benessere, comunque declinante e soprattutto non supportato da una nostra forza militare, politica ed economica. L’Europa occidentale assomiglia sempre più al Basso Impero Romano.

Nel suo articolo pubblicato ieri su La Stampa di Torino, Massimo Cacciari constata lucidamente – anticipando i risultati del “Vertice” di Anchorage – il modo in cui la guerra in Ucraina si avvia sostanzialmente a concludersi. Quanto ci attende, in sostanza, è …

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Se l’indicazione che risulta implicitamente dall’annuncio del “Vertice” tra Putin e Trump in Alaska verrà confermata – come fa prevedere la convocazione di una riunione preparatoria tra le parti, da celebrare in Inghilterra – ciò vorrà dire che si prospetta per l’Ucraina una soluzione di tipo “coreano”: che è l’unica possibile, salvo la deprecata ipotesi di un allargamento del conflitto. L’Occidente preferisce logicamente evitarlo, per concentrarsi sul Medio Oriente ed, in prospettiva, su Formosa. È vero che Trump ha parlato di “scambi” di territori, ma una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, risulta molto improbabile un ritiro degli opposti eserciti dalle posizioni che hanno raggiunto, o che hanno mantenuto. L’unico caso in cui ciò non avvenne fu la Croazia, dove gli Occidentali imposero ai Serbi di ripiegare sulla linea di confine tra le repubbliche ex jugoslave. In questo caso, però, esisteva un soggetto terzo in grado di imporre il rispetto del proprio arbitrato. Nel caso della Russia, in tanto si può ottenere una cessazione degli scontri in quanto precisamente si accetta il principio che i confini – in questo caso tra le repubbliche ex sovietiche – possono essere ridisegnati, quanto meno de facto, rispettando il criterio dell’appartenenza linguistica. La conseguente “pulizia etnica” si è peraltro già consumata: chi non era russofono ha infatti dovuto abbandonare i territori invasi. Se poi la loro annessione rimarrà de facto, ovvero troverà un riconoscimento de jure, diviene a questo punto una questione irrilevante. Putin ottiene il riconoscimento del suo rinnovato ruolo di grande potenza, quanto meno regionale, e l’Ucraina – in cambio di amputazioni territoriali già consumate e comunque irreversibili – consegue una protezione occidentale sulla sua residua sovranità. Quanto soprattutto trova conferma è il riconoscimento dell’aspetto più rilevante della politica di potenza, che si estrinseca nell’uso della forza militare: ciascuno si appropria di tutto quanto gli appartiene in base al mero rapporto di forze. Vedi il caso di Israele, che assume il controllo militare di tutta la Striscia di Gaza, riservandosi di definire lo “status” giuridico che lo garantisca meglio: probabilmente un’amministrazione affidata ai Paesi Arabi. Che da una parte lasciano mano libera a Netanyahu nei riguardi dei Palestinesi, e dall’altra approfittano della sua protezione contro le ambizioni egemoniche dell’Iran. Quanto risulta morto e sepolto è il cosiddetto “internazionalismo”, cioè una prassi politica che costituiva il corollario della vecchia prevalenza delle ideologie. “Il Secolo XIX”, compiacendosi perché i manifestanti di Genova hanno bloccato nel porto un cannone destinato a Israele, pubblica impietosamente la fotografia dello sparuto gruppo di persone che sono riuscite nell’impresa. Le quali sono così poche che non sarebbero riuscite a bloccare neanche la corsa di un autobus del servizio urbano. Evidentemente, il Governo ha deciso sua sponte una sorta di embargo – che altri Paesi dell’Europa Occidentale hanno da parte loro proclamato formalmente – nei confronti di Israele. L’affinità ideologica tra diversi soggetti internazionali non condiziona però più neanche in minima misura le loro scelte. L’Arabia Saudita è da tempo un alleato oggettivo di Gerusalemme (sempre che non siano già in vigore degli accordi riservati), pur essendo uno Stato confessionale islamico, dove per giunta Israele non figura sulle mappe dei testi scolastici. Trump non si può considerare certamente un sostenitore della funzione messianica attribuita a Mosca in quanto “Terza Roma”, tanto più da quando – per la prima volta nella Storia – un suo concittadino occupa il Soglio di Pietro, e deve di conseguenza difendere le prerogative della “Prima Roma”. Il “Tycoon” non esita però a riconoscere come valide – almeno in parte – le pretese accampate dal nuovo imperatore di Russia. Il fondamento ideologico del potere vale tuttora però in politica interna, costituendo il fondamento dell’autorità esercitata tanto dalle dittature quanto dalle cosiddette “democrature”. Che hanno tutte in comune l’affermazione di una particolare identità. Se non vi sono dubbi sull’esistenza di quella propria della Russia, l’identità italiana costituisce – lo ripetiamo ancora una volta – un’invenzione intellettuale ed un’imposizione ideologica. Che fu tuttavia propria a suo tempo tanto dell’Italia liberale, dopo la sua costituzione in seguito al cosiddetto Risorgimento, quanto – in misura ancor maggiore – dell’Italia fascista. A partire dalla Liberazione prevalse – insieme con l’affermazione delle ideologie di cui erano assertori tanto i democristiani quanto i comunisti e i socialisti – per l’appunto l’internazionalismo. Le forze politiche dominanti la Prima Repubblica vissero tutte di rendita sulle cause proprie di altri Paesi: al sostegno offerto dai democristiani agli insorti ungheresi e ai cattolici polacchi faceva riscontro la mobilitazione della sinistra in favore del Vietnam. In verità, ai dirigenti dell’una e dell’altra parte non importava granché di tutte queste vicende, che venivano strumentalizzate o per sostenere l’adesione ad un sistema di alleanze, o viceversa per avversarlo. Ora la Meloni deve far dimenticare agli alleati europei dell’Italia le proprie radici ideologiche. Le vicende di tutti gli altri Paesi del continente dimostrano infatti che in essi vale pur sempre la conventio ad excludendum nei confronti dell’estrema destra. Così è stato – almeno fino ad ora – in Francia, in Spagna, in Germania e in Austria. In Italia, però, questa parte politica ha segnato una espansione elettorale inarrestabile, e la destra “moderata” ha scelto di accodarsi. Mettendo in pericolo la regola – fondamentale nelle democrazie rappresentative – della reversibilità delle maggioranze. La Meloni non ha infatti perso l’occasione per ripetere quanto già riuscito ai vari Putin, Erdogan, Modi e compagnia. Abbiamo udito questa mattina su Radio Radicale un giurista affermare che si è applicato il metodo detto “della cottura della rana”: se lo si getta nell’acqua bollente, il batrace salta fuori dalla pentola; se invece lo si mette nell’acqua fredda, l’aumento progressivo del calore lo stordisce, finendo per cucinarlo. Non fu però questo il metodo seguito da Mussolini, che instaurò progressivamente il regime in un arco di tempo che va dal 1922 al 1929. La differenza consiste soltanto che Mussolini, alla fine, lo dichiarò, mentre la Meloni nega la sua stessa esistenza. Se è così, però, non si vede per quale motivo la Presidente del Consiglio sottolinei con insistenza la discontinuità del suo Governo rispetto a tutta la vicenda storica precedente, cui attribuisce il carattere di una degenerazione, mentre a partire dal suo avvento si assisterebbe – secondo lei – a una rinascita. Ricordiamo bene quando, recandoci a Nizza, ammonivamo i nostri interlocutori francesi sul rischio costituito dall’avere il Terzo Mondo – inteso soprattutto come affermazione di una cultura politica estranea alla tradizione liberale e democratica europea – a Ponte San Luigi, cioè a trenta chilometri dagli eleganti dehors della Promenade su cui consumano tranquillamente ostriche e champagne. La Meloni è però riuscita a farsi percepire come un fattore di stabilizzazione. Se gli italiani non possono più praticare l’alternanza al governo, e se viene loro imposta una legislazione autoritaria, il Paese è tuttavia apparentemente tranquillo. Ecco dunque che i dirigenti di Parigi, di Bruxelles e della stessa Nizza sussumono tutti questi aspetti inquietanti della nostra situazione, ed anzi offrono alle Autorità di Roma un sostanziale sostegno. La recente visita di una delegazione delle Alpi Marittime a Imperia – a parte i risvolti gastronomici, che hanno messo nel giusto risalto l’opera del nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo – ha segnato l’accettazione da parte francese di tutto quanto reclamato dal “Bassotto”: anche a nome e per conto della Signora della Garbatella.

Se l’indicazione che risulta implicitamente dall’annuncio del “Vertice” tra Putin e Trump in Alaska verrà confermata – come fa prevedere la convocazione di una riunione preparatoria tra le parti, da celebrare in Inghilterra – ciò vorrà dire che si prospetta pe…

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Due notizie, apparentemente non in relazione tra loro e provenienti per giunta da Paesi lontani l’uno dall’altro, concorrono a rilevare la tendenza alla frantumazione degli Stati Nazionali. La Signora Proietti, “Governatrice” dell’Umbria, ha accettato di buon grado l’inclusione della sua Regione nella grande “Zona Economica Speciale”, comprendente già tutto quanto il Meridione d’Italia e le Isole, alla quale sono riservati notevoli benefici fiscali, tali da indurre molte imprese del Settentrione a collocarvi le rispettive sedi legali. I Deputati Democratici delle Marche hanno invece espresso contrarietà a tale misura, regalando così un argomento al candidato della Destra alla Presidenza della Regione, il quale potrà attribuire alla “Sinistra” la responsabilità della crisi economica che affligge una Regione un tempo piena di piccole fabbriche, ed oggi cosparsa di capannoni vuoti. Un Partito che si rispetti esamina la questione nei competenti organi nazionali, in modo da esprimere una valutazione univoca. Si ripete dunque quanto avvenuto a Roma, dove il Sindaco Gualtieri ha collaborato alla stesura del Disegno di Legge con cui verrà emendata la Costituzione. E per giunta se ne vanta, potendo esibire di fronte ai Quiriti un aumento delle competenze attribuite al Comune, nonché dei fondi che egli stesso sarà chiamato a spendere quale capo dell’Amministrazione di “Roma Capitale”. Noi siamo sempre stati a favore di un incremento delle autonomie locali, che però – a nostro modesto avviso – dovrebbero essere estese tutte quante, anche se non necessariamente nella stessa misura. Il sistema costituzionale spagnolo ha retto fino ad ora alle tendenze centrifughe proprio in quanto venne configurato secondo una “geometria variabile”, tenendo conto delle diverse caratteristiche – culturali, storiche e sociali – delle diverse “Autonomie”. Così vengono denominate nel Paese iberico i soggetti corrispondenti alle nostre Regioni. Il Re Juan Carlos usava regolarmente, nei suoi discorsi ufficiali, l’espressione “Confederazione Spagnola”, volendo con questo sottolineare come il potere di imperio proprio di tali enti fosse tanto originario quanto quello attribuito all’Autorità Centrale. La Costituzione della Baviera – per dare un altro esempio – afferma nel suo primo articolo che “la Baviera è uno Stato”. Essendo la Germania per l’appunto una Repubblica federale, tale caratteristica è implicita nella sua stessa qualificazione giuridica, e non avrebbe dunque bisogno di essere resa esplicita. La sottomissione di Monaco a Berlino nel 1871 diede luogo a una umiliazione che i Bavaresi non hanno mai dimenticato, e che alimenta tuttora le loro tendenze autonomistiche, se non indipendentiste. La lettera di adesione al “Primo Reich” venne spedita da Bismarck al Re Luigi II, la cui condizione era notoriamente indebolita dalla malattia mentale, che lo avrebbe in seguito portato alla deposizione, e poi a una morte misteriosa, probabilmente dovuta a un “omicidio di Stato”. Il sovrano dovette restituire il documento dopo averlo firmato, come se fosse stato un modulo distribuito dall’Amministrazione Pubblica. La cosiddetta “Autonomia Differenziata”, tanto pubblicizzata dalla Lega, è una finzione sul piano sostanziale, ed è una truffa dal punto di vista del Diritto. Si tratta di una finzione in quanto non vengono garantiti dallo Stato i mezzi finanziari necessari per l’esercizio delle nuove competenze che si finge di attribuire alle Regioni. Si tratta di una truffa perché il loro esercizio – mancando una assegnazione esplicita da parte della Costituzione – mette il Governo nella condizione di richiedere l’annullamento degli atti, tanto legislativi quanto amministrativi, emanati in base alla asserita “Riforma” dalle Regioni. La dimostrazione “a contrario” di quanto da noi sostenuto al riguardo viene proprio dall’emendamento costituzionale che istituisce “Roma Capitale” quale nuovo ente pubblico territoriale. Le sue nuove attribuzioni risulteranno infatti da una modifica della Legge Suprema, che è mancata quando si è varata la cosiddetta “Autonomia Differenziata”. Se Gualtieri fosse un sincero fautore del decentramento, rivendicherebbe lo stesso trattamento riservato a Roma quanto meno anche per le altre “Città Metropolitane”. La logica in cui si muove l’inquilino del Campidoglio – come anche la “Governatrice” dell’Umbria – è invece quella del “Si salvi chi può”, che induce ad afferrare quanto passa il convento, senza preoccuparsi dei connazionali. Eppure il Partito Democratico, in cui milita Gualtieri (il quale vi è pervenuto con la componente ex comunista), aveva gridato a suo tempo al tradimento della solidarietà – e perfino dell’Unità – nazionale quando era entrata in vigore la pseudo “Riforma” voluta da Calderoli. Il quale è un ottimo medico, ma dimostra di ignorare completamente il Diritto Costituzionale. Le competenze delle Regioni sono infatti indicate tassativamente nella Costituzione, che non può essere emendata mediante una Legge Ordinaria. Quando invece si è voluto effettivamente accrescere la competenza di “Roma Capitale”, si è promosso il suo emendamento, in base al quale la Capitale godrà di uno “status” giuridico privilegiato, comparabile con quello delle Regioni a Statuto Speciale, che infatti viene loro concesso mediante una Legge Costituzionale. In America, il Congresso del Texas ha ridisegnato i collegi elettorali in cui si eleggono i membri della Camera dei Rappresentanti da mandare a Washington, in modo da garantire ai Repubblicani cinque seggi in più. La California ha risposto con un analogo provvedimento, che a sua volta permetterà di aumentare in egual misura la rappresentanza dei Democratici. Lo Stato laico per antonomasia, cioè la Federazione Nordamericana, applica – sia pure trasferendolo dalla discriminante confessionale all’appartenenza politica – il principio “Cuius regio, eius religio”. Da tempo, si registra negli Stati Uniti il fenomeno di una migrazione interna, che porta i militanti dei due partiti a trasferirsi dove è maggioritario quello cui essi appartengono. In Italia assistiamo viceversa a una più disinvolta acquisizione alla fazione egemone di quanti provengono da una origine ideologica diversa, ma con il loro cambio di casacca garantiscono l’omogeneità della rappresentanza politica di un determinato territorio. Gualtieri si è probabilmente garantito la rielezione, dato che – in cambio del suo interessamento per facilitare l’approvazione in Parlamento della nuova norma – la Destra gli opporrà il classico “candidato debole”. Ciò è già peraltro avvenuto in occasione del suo primo mandato, quando scese in campo contro di lui il meloniano Michetti, un personaggio da fescennino espresso dal “Movimento Tradizionale Romano”. Si tratta di un pittoresco raggruppamento di estrema destra, i cui adepti si riuniscono vestendo la toga e consumano i loro banchetti adagiati sul triclinio. Costoro non si esprimono peraltro in latino, dato che – a causa della loro insufficiente scolarizzazione – non sanno neanche declinare “Rosa rosae”. Quando costui arrivò in ritardo a un dibattito televisivo, venne accusato di avere parcheggiato la biga in terza fila. Ad Imperia, l’arruolamento dei rappresentanti della “Sinistra” nelle fila della Maggioranza si giustifica nel nome del ripudio del “Revisionismo”. Se in Spagna Juan Carlos era chiamato il “Re dei Repubblicani”, avendoli riabilitati per garantire il loro appoggio alla Corona, Scajola è il “Sindaco degli Staliniani”, di cui il “Bassotto” propizia ultimamente la “conversione” costringendoli ad ascoltare la catechesi impartita dal fido De Via. Il cui verbo, esposto recentemente in occasione di una solenne riunione conviviale, celebrata in un rinomato ristorante di Nava, ha svolto per due autorevoli esponenti dell’Opposizione la stessa funzione della caduta sulla via di Damasco occorsa a San Paolo, al punto che si è gridato al miracolo. Abbiamo cortesemente rifiutato un invito a presenziare all’evento, che ci è stato porto dal nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Appartenendo al Giansenismo ed al “Modernismo”, non ci siamo mai recati in visita ad alcun Santuario: né Lourdes, né Fatima, né Loreto, né San Giovanni Rotondo. Non ci è stato dunque possibile assistere all’evento prodigioso, cui preferiamo dare, come già detto, una spiegazione razionale: “Cuius regio, eius religio”.

…lle Regioni. La dimostrazione “a contrario” di quanto da noi sostenuto al riguardo viene proprio dall’emendamento costituzionale che istituisce “Roma Capitale” quale nuovo ente pubblico territoriale. Le sue nuove attribuzioni risulteranno infatti da una modifi…

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La “Giornata Mondiale della Gioventù” si è conclusa offrendo un’ulteriore dimostrazione dell’influenza della Chiesa. Che non si manifesta, peraltro, solamente con la capacità di riunire centinaia di migliaia di persone intorno al Papa, potendo contare anche sull’espressione di una propria cultura, nonché sul prestigio di tanti vescovi e sacerdoti. Per non parlare del fatto che la Santa Sede dispone – a differenza di altre confessioni religiose – di una propria diplomazia, essendo munita di personalità giuridica di diritto internazionale. Ciò le consente di disporre di informazioni di prima mano sulla realtà di tanti Paesi. Rimane tuttavia un problema: come impiegare tutta questa forza e tutta questa influenza. Qui le possibilità variano a seconda delle situazioni. L’anteriore Pontefice aveva costituito, in seno al Sacro Collegio dei Cardinali, un’apparente amplissima maggioranza composta da “terzomondisti”. Al momento di scegliere il nuovo Papa, la gran parte di questi porporati ha dovuto però tenere conto della propria situazione economica. Che si può riassumere brutalmente in questi termini: praticamente tutte le Chiese extraeuropee dipendono dall’Occidente. L’aiuto di cui esse hanno necessità per proseguire non soltanto la propria azione di assistenza, ma anche la normale vita religiosa, proviene infatti dall’Europa e dall’America settentrionale. Lo prova il fatto che le spese necessarie per la riuscita del grande raduno di Tor Vergata sono state sostenute dal governo italiano. La Meloni non ha perso l’occasione per far valere tale contributo. Invece di congratularsi con il Papa per il consenso di cui Prevost ha indubbiamente manifestato di godere, la Presidente del Consiglio si è compiaciuta per il perfetto funzionamento di una gigantesca ed efficiente macchina organizzativa predisposta e gestita dalle autorità dello Stato. Gli svenimenti a catena hanno messo in luce i suoi aspetti sanitari, evitando che un collasso facesse schiattare qualche partecipante. Si ripete – sia pure “mutatis mutandis” – la situazione successiva al 1929. Anche allora venne celebrato un Giubileo, quello della “Redenzione” del 1933. In tale circostanza, il Tribunale Speciale erogò l’unica condanna a carico di oppositori cattolici del regime. Piero Malvestiti – futuro dirigente della Democrazia Cristiana – ed alcuni suoi compagni, componenti il cosiddetto “Movimento Neoguelfo”, vennero processati per avere distribuito ai pellegrini dei volantini critici nei confronti di Mussolini. La denominazione di questo sparuto gruppo di animosi, facendo riferimento per l’appunto ai Guelfi, rivelava che la Chiesa – ridottasi a costituire uno dei tanti movimenti di massa creati per promuovere e incanalare il consenso – vedeva affermarsi precisamente l’ideale dei Ghibellini, i quali volevano il potere spirituale subordinato a quello dello Stato. Non è un caso che sia stata pubblicata, in contemporanea con l’evento di Tor Vergata, un’intervista del cardinale Ruini, il quale invita bruscamente i figli di Berlusconi – in realtà solo Pier Silvio manifesta delle velleità politiche, mentre Marina si occupa più sagacemente delle aziende di famiglia – a “non disturbare il manovratore”, cioè la Meloni, di cui il cardinale rileva che non è cattolica. Mussolini, da parte sua, non rinnegò mai il proprio ateismo, mentre la Signora della Garbatella è neopagana. Come Tolkien, cui deve la propria formazione ideologica. Ruini rileva però che la Meloni ha delegato la propria azione politica, nel campo dei rapporti con la Chiesa, a Mantovano, il quale è viceversa un cattolico praticante, che ha avuto in precedenza occasione di collaborare direttamente con la Santa Sede. I giovani venuti a Roma dal “Terzo Mondo” scontano la stessa situazione in cui si trovano i loro pastori, che in alcuni casi – soprattutto in ambito islamico, ma non solo – è di aperta persecuzione. Per cui le comunità cristiane devono non soltanto fare appello alla generosità dell’Occidente per sopperire alle proprie necessità materiali, ma anche per richiedere un minimo di protezione. Che a volte, però, viene inopinatamente lesinata. Mentre i cardinali Pizzaballa e Parolin si indignano per la morte di tre correligionari, bombardati nella chiesa di Gaza da Israele, non fiattano quando quaranta credenti del Congo vengono sterminati – in questo caso deliberatamente – dai musulmani “estremisti”. Non si vede, peraltro, nessuna mobilitazione in favore di chi sconta la colpa ontologica di essere cristiano. L’Occidente laico odia se stesso e ritiene che le colpe del colonialismo debbano essere pagate non già dai discendenti di chi ne trasse beneficio, bensì da chi è stato abbandonato “in partibus infidelium”, che dunque sopravvive solamente quando è in grado di difendersi da sé. Come fa Israele. Anche se ciò dispiace ad alcuni cardinali e anche a molti laici. Non si ripete quel moto di solidarietà che accompagnò l’azione di Giovanni Paolo II volta a liberare l’Europa orientale dal comunismo. Anche se va rilevato come “Comunione e Liberazione” sfruttasse in realtà la situazione della Polonia in funzione del proprio ruolo nella politica interna italiana. Le alte sfere ecclesiastiche sapevano benissimo che la caduta del comunismo avrebbe determinato anche la fine della Democrazia Cristiana. Esse dunque predisponevano nuovi strumenti per esercitare la propria influenza sulla vita pubblica italiana. Il movimento di Formigoni, costituendosi come una sorta di “Chiesa nella Chiesa”, ma anche di “partito nel partito”, si preparava a confluire nei nuovi soggetti politici destinati a rappresentare la destra. Per giunta, persone come Ruini non nascondevano la propria diffidenza nei confronti del partito fondato da De Gasperi, di cui denunciavano continuamente le “contaminazioni moderniste”. La sua soppressione non venne dunque considerata come un fatto positivo in quanto eliminava un focolaio di corruzione, bensì perché toglieva di mezzo uno strumento usato dalle correnti cattoliche liberali per esprimersi, sia pure in posizione minoritaria. Si ripeté dunque quanto era successo per il Partito Popolare, la cui componente di destra confluì nel “Listone” fin dal 1924. La parte antifascista fu messa invece a tacere, in vista della “Conciliazione”. Mussolini avrebbe potuto commentare – parafrasando Enrico IV – che “Roma vale bene una messa”. Se i cattolici del Terzo Mondo sono abbandonati a se stessi, vedendosi offrire tutt’al più qualche buona parola, ovvero un posto di lavoro come “vigilantes” in Vaticano, quale sorte attende quelli dell’Occidente? La difesa della sua identità è affidata ai soggetti politici secolari, i quali incassano – e naturalmente gradiscono – l’appoggio di una parte rilevante della gerarchia. L’essere però priva di un proprio “braccio secolare” pone inevitabilmente la Chiesa in una condizione di dipendenza da chi si erge a difensore dell’identità cristiana, laddove essa può ancora contare – se non su un sostegno diretto delle masse, precluso dalla cosiddetta “secolarizzazione” – quanto meno sull’appoggio dei governi. Non importa dunque se essi sono guidati da “Atei Devoti”, ovvero da neopagani. L’importante è che questo connubio tuteli l’interesse immediato di entrambe le parti. Quando Berlusconi bestemmiò pubblicamente in diretta televisiva, un monsignore disse che la sua espressione doveva essere “contestualizzata”. Quanto alla “sinistra”, ben le si attaglia il motto “Qui gladio perit gladio ferit”. Monsignor Castellano sostenne attivamente l’elezione di sua nipote, ottenendo in cambio la remissione dei propri debiti da parte del Monte dei Paschi. Ora monsignor Ruini rileva che la Meloni non è cristiana, ma la Presidente del Consiglio si accinge a introdurre un emendamento alla Costituzione che – come abbiamo già rilevato – riconosce alla Santa Sede un “droit de regard” su Roma, oltre, naturalmente, a sostenere le spese del Giubileo. Il vecchio Ruini è dunque pronto a scendere nuovamente in campo in suo favore, le campagne elettorali essendo la specialità del quasi centenario prelato di Carpi, di cui ricordiamo la plateale rottura dell’amicizia con Romano Prodi e con la sua compianta consorte, rei entrambi di essersi opposti a Berlusconi. A Sua Santità vorremmo ricordare come la nostra sia un’identità molto complessa, in cui entra tanto De Maistre quanto Gioberti, Rosmini e Manzoni; confluisce tanto il Sillabo come il cattolicesimo sociale. L’Europa carolingia compone anche quell’area della teologia “renana” che si espresse nel Concilio. Bergoglio diceva di considerare “I promessi sposi” come uno dei propri testi preferiti. Non a caso, l’anteriore Pontefice riabilitò pienamente noi cattolici liberali, che ora si accingono a una nuova “traversata del deserto”. Nella prospettiva di una guerra, è logico che la Chiesa si ripieghi a difesa di se stessa, ma essa dovrebbe – a nostro modesto avviso – pensare, come sempre, non soltanto al domani, bensì anche al dopodomani.

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Nel 1894, la Francia e l’Inghilterra arrivarono a un passo dalla guerra. Dopo il Trattato di Francoforte, che aveva posto fine alla guerra franco-prussiana, procurando alla Germania i territori contesi dell’Alsazia e della Lorena, il Cancelliere Bismarck, preoccupato dalle tentazioni “revansciste” che covavano negli ambienti nazionalisti di Parigi, decise di lanciare la nazione rivale alla conquista dell’Africa. Costituendo un impero coloniale, la Francia avrebbe appagato le proprie ambizioni e compensato le proprie frustrazioni, allontanando così il pericolo di un nuovo conflitto in Europa. Fu così che le autorità della “Terza Repubblica” concepirono il progetto di saldare da est a ovest i loro domini, collegando Gibuti con l’Africa Occidentale Francese. L’Inghilterra, che già controllava l’Egitto e il Sudan, voleva a sua volta stabilire una continuità territoriale che andasse dal settentrione al meridione, essendo già in possesso del Sudafrica. Avvenne così che gli “Spahis” ingaggiarono una scaramuccia con i Lancieri del Bengala. Salvo gli ufficiali – uno dei quali era addirittura un russo, distaccato presso l’esercito francese – si trattava di soldati extraeuropei. L’unico francese autentico coinvolto nel fatto d’armi, tale capitano Marchand, fu considerato un eroe nazionale. L’impatto sull’opinione pubblica risultò enorme, e la stampa di Parigi, inneggiando ai propri soldati, scatenò un’azione di propaganda bellicista contro la Gran Bretagna. Sei anni dopo, rovesciando tale tendenza, francesi e inglesi stipularono la cosiddetta “Entente Cordiale”. Ricordiamo che l’alleanza che avrebbe combattuto dal 1914 al 1918 venne per l’appunto denominata “Intesa”. Le autorità di Parigi, smaltita la sbornia nazionalista, avevano fatto i loro conti: In primo luogo, la Francia si trovava in condizioni di inferiorità rispetto alla potenza d’oltremanica. In secondo luogo, il contenzioso più importante non riguardava i territori africani, bensì quelli europei. Fedele alla consegna espressa da Léon Gambetta riguardo alla Lorena – “Pensiamoci sempre, non parliamone mai” – la Francia cercava la “revanche” e non rinunciava a riportare il confine sul Reno. Soltanto con l’aiuto dell’Inghilterra questo obiettivo sarebbe risultato possibile, a causa della superiorità territoriale, demografica e industriale dell’Impero tedesco. La possibilità che l’Inghilterra potesse varcare la Manica era determinata dal timore – alimentato costantemente da Londra – dell’esistenza di una potenza egemone sul continente. La Prima guerra mondiale fu dunque decisa nel 1904. Gli anni successivi trascorsero nell’attesa del “casus belli”, caratterizzati da un riarmo frenetico che incrementò l’industria e produsse l’effimero benessere proprio della “Belle Époque”. È facile scorgere le analogie con quanto avvenuto tra il momento in cui Trump ha innalzato i dazi imposti all’Europa e la giornata di ieri, in cui l’Unione si è inchinata all’America in cambio di una “diminuzione dell’aumento”, ma soprattutto impegnandosi, quale contropartita, sia a investire oltre Atlantico, sia – soprattutto – a rinunciare allo sviluppo di una propria industria militare. Le armi verranno naturalmente prodotte, ma negli Stati Uniti, che ce ne imporranno il prezzo. Perché il Vecchio Continente, senza che l’annuncio dell’aumento dei dazi abbia causato una pur effimera ondata di avversione all’America – fummo gli unici, “sans vouloir nous flatter”, a rilevarne la mancanza – si è inchinato alla volontà del “Tycoon”? Come la Francia dell’inizio del XX secolo temeva la Germania e manteneva un contenzioso aperto con Berlino, così l’Unione Europea di oggi ha paura di due nemici: la Russia e l’Islam, di cui il Vecchio Continente sente il fiato sul collo. Non è casuale che, in contemporanea con l’accordo raggiunto in Scozia – dove Trump ha fatto comunque attendere la von der Leyen la fine della sua partita di golf – Israele abbia permesso l’ingresso del cibo a Gaza, ponendo fine alle lamentele umanitarie degli europei. A Netanyahu non interessa far morire di fame i palestinesi, ma piuttosto il controllo territoriale. Quanto alle armi, non essendo prodotte in Europa, potranno essere usate solo nelle guerre autorizzate – o decise – dall’America. Trump ha ricordato come gli F-35 possano perfino venire disattivati a distanza da chi li ha prodotti. La Meloni si rafforza, non avendo neanche partecipato alle pur flebili proteste per l’aumento dei dazi ed essendosi viceversa schierata fin dal principio sulla linea del negoziato, che in sostanza significa una resa dell’Europa alle pretese di Trump. Un’ultima annotazione riguarda i movimenti regionali autonomisti o indipendentisti dell’Europa occidentale. Abbiamo commentato ampiamente come l’edizione di quest’anno delle “Ghjurnate” di Corte segni una rottura definitiva tanto nell’ambito del nazionalismo corso, catalano e basco quanto tra i soggetti radicali di queste regioni e altre realtà ugualmente importanti. A quanto risulta dal programma, mancheranno in questa edizione i rappresentanti di Scozia, Fiandra e soprattutto Irlanda, schierati unanimemente sulla linea del negoziato con le autorità dei rispettivi Stati “nazionali”. Questa frattura rivela innanzitutto che la guerra – pur non risultando imminente – viene ormai considerata inevitabile. Di conseguenza, ciascuno sceglie da che parte stare. C’è chi decide – come abbiamo già rilevato – in base alla logica per cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”, il che porta però talvolta a un errore fatale: schierarsi dalla parte sbagliata. Se dunque risulta sempre necessario valutare attentamente il rapporto di forze tra le parti in conflitto, occorre anche calcolare quello che si instaura con i propri alleati. Un’ipotetica islamizzazione dell’Europa occidentale cancellerebbe completamente quel contesto politico, culturale e giuridico in cui le rivendicazioni autonomistiche – come quella dell’autodeterminazione – possono trovare compimento. Lo stesso vale per la visione “grande russa” che ispira la strategia di Putin. Dugin ha messo in chiaro come il contenzioso con l’Occidente non sia solo né tanto di carattere territoriale. L’ideologo del Cremlino, ispiratore del Presidente e soprattutto del Patriarca, ha chiarito che la Russia rigetta tutto lo sviluppo del pensiero occidentale a partire dal Tomismo, passando per la Riforma protestante, giungendo all’Illuminismo e infine alle nostre attuali scuole politiche. Occorre anche considerare come, al di fuori dell’Occidente, nessuna reale autonomia sia goduta dalle minoranze etniche o religiose, che si trovano di conseguenza nell’alternativa tra insorgere per conquistare l’indipendenza “manu militari” oppure subire la “pulizia etnica”. Solo in Occidente, in un contesto di pieno sviluppo della democrazia rappresentativa, risulta praticabile l’opzione della effettiva autonomia. Questa non soddisfa gli indipendentisti, ma rimane l’unica praticabile nell’attuale contesto internazionale. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, alcuni leader nazionalisti – Chandra Bose in India e Jabotinsky nel futuro Stato di Israele – proposero di allearsi rispettivamente con il Giappone e con la Germania contro l’Inghilterra. Gandhi e Ben Gurion – pur mantenendo aperto il contenzioso con la potenza coloniale dominante – proposero invece la scelta opposta. Il Giappone militarista e la Germania nazista erano entrambi avversi alla causa dell’autodeterminazione dei popoli, ma soprattutto destinati a perdere. La storia diede ragione a chi non ragionava in base al presupposto che necessariamente “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Per questo dissentiamo dalle scelte compiute da “Corsica Nazione”, tanto più avendo constatato come il terrorismo praticato a lungo in Irlanda e nel Paese Basco abbia danneggiato – e non certo aiutato – il progresso dell’autonomia, che rimane anche per noi l’unica meta attualmente praticabile. Nella prospettiva delle restrizioni che verranno imposte ai diritti civili, il rispetto delle identità minoritarie rimane una base acquisita e intangibile su cui si potrà riprendere a costruire nel futuro.

Nel 1894, la Francia e l’Inghilterra arrivarono a un passo dalla guerra. Dopo il Trattato di Francoforte, che aveva posto fine alla guerra franco-prussiana, procurando alla Germania i territori contesi dell’Alsazia e della Lorena, il Cancelliere Bismarck, preo…

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L’Italia, in base a quanto stipulato dalla Von der Leyen con Trump, dovrà pagare agli Stati Uniti una cifra annuale che, secondo i calcoli più attendibili, viene stimata in sessanta miliardi di euro. Qualcuno dice settanta, mentre i più ottimisti ne calcolano soltanto trenta. Che comunque non abbiamo. Tutto questo denaro costituirà il corrispettivo delle materie prime energetiche e delle forniture di armi che ci siamo impegnati ad acquistare dall’America, naturalmente insieme con tutti gli altri Stati dell’Unione Europea. La Von der Leyen aveva tanta fretta di stipulare questo atto di diritto internazionale da dimenticare che le relative norme ne impongono la redazione per iscritto. Proponiamo alla Presidente della Commissione di Bruxelles un gemellaggio con il nostro Sindaco, il quale ha destituito in forma verbale una funzionaria del Comune, senza curarsi del fatto che, fin dal Codice di Hammurabi, gli atti di diritto pubblico vengono emanati in forma scritta. Soprattutto per evitare discrepanze non solo sull’interpretazione, ma addirittura su quanto effettivamente dispongono. Quanto non è stato chiarito e dettagliato su un campo da golf in Scozia verrà dunque stabilito unilateralmente dalla parte statunitense. La situazione, come si è rivelata domenica scorsa, ripropone gli effetti di un rapporto di forze tra le due sponde dell’Atlantico che gioca disastrosamente a nostro sfavore. Tre le circostanze gravi: La Von der Leyen ha pattuito clausole che esulano dalla competenza dell’Unione, essendo riservate ai singoli Stati. Non le era stato conferito alcun mandato ben definito e condizionato. Non essendosi precisati i limiti del mandato, non può essere rimproverata per averli superati. Al danno economico dell’acquisto obbligatorio da mercato americano si aggiungono: dazi al 15% (o superiori) su prodotti strategici come l’acciaio; crollo dell’industria bellica europea, e in particolare italiana, con licenziamenti e perdita di investimenti. L’acquisto di armi all’estero non genera alcuna ricaduta economica positiva, ma aggrava il deficit pubblico in un contesto di recessione, aggravato dal fallimento della stagione turistica. Von der Leyen, cresciuta a Bruxelles e “funzionaria UE dalla nascita”, succede degnamente a presidenti come Van Rompuy o Juncker. Da lei non ci si poteva attendere resistenza a Trump, né dignità istituzionale. L’opposizione accusa la Meloni di aver favorito la capitolazione europea, sostenendo la “solidarietà atlantica” anziché una minaccia di guerra dei dazi. La firma dell’accordo, forse motivata dall’urgenza di ricevere gas USA a credito per l’inverno, vincola l’Italia a spese certe e pesanti. Occorre convocare la Meloni in Parlamento per due domande: Quanto dovremo pagare? Con quali coperture? Escluso un aumento fiscale, resteranno solo tagli: scuole, ospedali, servizi pubblici. La Presidente del Consiglio, favorita da questa crisi, può instaurare un regime repressivo, giustificandolo come “economia di guerra”. Ma non chiarisce né il nemico, né la causa reale. Se c’è una vera causa nazionale, va affrontata con unità nazionale; se non c’è, il Governo non può esigere sacrifici. La Meloni, però, sembra puntare più a regolare conti con gli avversari che a salvare il Paese. Stessa logica del nostro Sindaco: dividere gli oppositori tra chi comprare con incarichi e chi criminalizzare, accusandoli di minacce e atti vandalici, fino a coinvolgere i servizi segreti.

…aria del Comune, senza curarsi del fatto che, fin dal Codice di Hammurabi, gli atti di diritto pubblico vengono emanati in forma scritta. Soprattutto per evitare discrepanze non solo sull’interpretazione, ma addirittura su quanto effettivamente dispongono. Qua…

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Il famoso proverbio cinese dice che, quando il dito indica la Luna, il cretino guarda il dito. Tale espressione della saggezza popolare trova conferma in quanto avvenuto nel Consiglio Comunale di Imperia. Viene addirittura il sospetto che l’ennesimo “happening” – la cui messa in scena, per una volta, non è stata affidata né all’Ispettore Bracco, né a Senardi (rientrato dalla Capitale per dare man forte ai “Bassotti”), bensì alla veterana Carla Nattero – sia stato organizzato con il fine recondito di distogliere l’attenzione dalla sostanza della manovra ordita dal Sindaco, dalla Giunta e dalla Maggioranza, di cui sono state messe in luce le conseguenze sull’occupazione. Certamente negative, in quanto vengono perduti altri tre posti di lavoro, ossia i superstiti scaricatori onegliesi. Vediamo però – per comprendere gli altri e ben più gravi effetti della trama ordita dal Sindaco – il merito di quanto deliberato. La competenza sul porto – non esistendo, nel caso di Imperia, un’autorità specifica, quale è a Genova il Consorzio Autonomo – risulta attribuita alla Regione, cui spetta dunque redigere il “Piano portuale”. Al Comune spetta, in questa materia, soltanto un potere cosiddetto di proposta. Quanto suggerito da questo ente può, di conseguenza, essere accolto o respinto dalle autorità di via Fieschi, anzi di piazza De Ferrari. La mozione approvata dal Consiglio suggerisce di eliminare gli impianti fissi, cioè – in pratica – i famosi silos. Rimane incerta la sorte delle gru, che qualcuno potrebbe considerare – ricorrendo a un’interpretazione estensiva delle norme in materia – “non incorporate”, anche se in realtà possono essere rimosse solo smantellandole. È vero che questi macchinari sono montati su binari, ma i loro spostamenti – non essendo la linea ferroviaria raggiungibile e comunque percorribile – si limitano a pochi metri. Il Sindaco intende però installarvi un ristorante “panoramico”, simile a quello esistente sulla Torre Eiffel a Parigi e sulla Torre Olimpica a Monaco di Baviera. Anche l’archeologia industriale è dunque destinata a svolgere un ruolo cosiddetto “ancillare” nella trasformazione di Oneglia nella “Acapulco del Mediterraneo”. Pare che il paragone con la città turistica messicana sia da attribuire alla fervida fantasia del Sindaco in persona, ispirato da un leggendario sorvolo in elicottero della zona. Mussolini aveva preso addirittura il brevetto da pilota e conduceva personalmente il suo velivolo. Se il “Bassotto” avesse deciso di trasformare Imperia in una nuova Lourdes, avrebbe ordinato alla Madonna di apparire a Teresa Verda nel giardino della villa dei Gorleri. La Regione acconsentirà prevedibilmente ai “desiderata” espressi dal nostro Consiglio Comunale, tanto più essendo l’assessore competente il “Nipote” per antonomasia. Perfino il funzionario di più alto grado di questo settore dell’amministrazione regionale è un ex dipendente del Comune di Imperia, inviato a Genova come Nazario Sauro sulla costa delle Terre “Irredente” – si spera con migliore sorte rispetto al martire di Capodistria. Rimane un problema, costituito dalla convenzione tra un armatore francese e la Regione, in base alla quale l’imprenditore transalpino può scaricare cemento nel porto di Oneglia fino – a quanto ci dicono – al 2033. Se dunque costui troverà un giorno i silos abbattuti, e non avrà più dove depositare la merce, verosimilmente agirà in sede civile per inadempimento contro la Regione. Il Sindaco ha incaricato di studiare il caso alcuni luminari del diritto; malgrado la loro scienza, la causa rischia però di essere perduta. Niente paura: si potrà alternativamente risarcire il danno, destinato a essere ripagato ampiamente dai guadagni prodotti con l’arrivo degli sceicchi, oppure proporre una transazione. I Benetton vennero a suo tempo coincés – come si dice in francese – essendo stati costretti, con una sentenza, a risarcire i danni causati dal crollo del Ponte Morandi e quindi a vendere allo Stato le loro azioni della società che gestiva l’autostrada, al prezzo stabilito dalla controparte. Se un imprenditore italiano deve cedere dinanzi alle pretese della parte pubblica, figuriamoci che cosa può succedere a uno straniero. A questo punto inizierà il “gran finale”: la Regione darà in gestione il porto – ormai mondato della presenza di merci inquinanti – alla “Go Imperia” affinché realizzi la nuova Acapulco. A tal fine entrerà in scena un deus ex machina, nella persona di un socio privato, possibilmente di provenienza esotica. I molisani, che sono brava gente ma hanno il difetto di essere poveri provinciali fin dai tempi del Re delle Due Sicilie – che si ricordava della loro regione solo quando andava a caccia del lupo nel Bosco Matese – vanno bene soltanto per la “Rivieracqua”. Ora soffermiamoci – dulcis in fundo – sulla posizione assunta dagli ex comunisti. Questi hanno aderito all’iniziativa di protesta concepita dalla dirigenza di un partito loro alleato, ma pur sempre diverso. Ciò è avvenuto ad opera di una componente dei “Democratici”, tra i quali è in atto, ormai da tempo immemorabile, una “guerra per bande” simile a quella teorizzata da Bianco di Saint Jorioz. Ogni corrente mette in atto quanto decide autonomamente, e la consultazione degli organi comunali e provinciali non risulta tanto desueta quanto addirittura interdetta. Forse i dirigenti temono che la celebrazione di una riunione nei fatiscenti locali di via San Giovanni li faccia perire miseramente nel crollo dell’edificio, degna metafora del destino del partito che fu di Sandro Natta. Pare che perfino il suo fantasma abbia ormai abbandonato gli storici locali della federazione. Se si arrivasse a una conta, potrebbe risultare maggioritaria la componente che pratica il cosiddetto “entrismo” nelle partecipate. Anche il termine “Bolscevichi” significa, per l’appunto, “maggioritari”: il destino è sovente annunciato dai nomi.

Il famoso proverbio cinese dice che, quando il dito indica la Luna, il cretino guarda il dito. Tale espressione della saggezza popolare trova conferma in quanto avvenuto nel Consiglio Comunale di Imperia. Viene addirittura il sospetto che l’ennesimo “happening…

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Nel 1922, pochi mesi prima della “Marcia su Roma”, Mussolini e Balbo pranzarono insieme presso l’elegante ristorante “Cinzano” di Milano. Il “Ras” dell’Emilia, avendo espugnato uno ad uno tutti i comuni capoluogo della Valle Padana, intendeva scatenare l’offensiva finale per la conquista della capitale. Mussolini lo frenò, in quanto mancava ancora la seconda città più importante d’Italia, cioè la stessa Milano. Presa la “Capitale Morale”, nulla e nessuno avrebbe più potuto interporsi sulla strada dei fascisti. Poco dopo, gli squadristi scatenarono l’assalto a Palazzo Marino. Con dei risvolti tragicomici: il sindaco socialista Angelo Filippetti, prevedendo quanto sarebbe accaduto, aveva fatto barricare il portone del municipio. Non potendolo sfondare, i fascisti si servirono della scala mobile dei pompieri e penetrarono nell’edificio attraverso una finestra del “piano nobile”. Ora la storia si ripete, sia pure rovesciando l’ordine temporale degli eventi: il governo Meloni, ormai consolidato a Roma, parte alla conquista di Milano. Quando un suo esponente – scelto probabilmente da La Russa – si insedierà sullo scranno di sindaco, il nuovo potere potrà dirsi consolidato. Con questo, non intendiamo assolutamente insinuare che la procura ambrosiana abbia agito in nome e per conto della presidente del Consiglio. L’aspetto più grave della vicenda attuale consiste infatti precisamente nel fatto che la sinistra ha segnato un’autorete. Milano è sempre il laboratorio della politica nazionale. All’inizio degli anni Sessanta, il Partito Liberale annunciò la propria uscita dal governo se si fosse costituita una giunta di centrosinistra nel capoluogo della Lombardia. Quando ciò avvenne, gli eventi che avrebbero portato all’instaurazione del primo esecutivo nazionale appoggiato dai socialisti conobbero un’accelerazione. La Democrazia Cristiana decise in questo senso nel congresso di Napoli e subito dopo i ministri socialdemocratici e repubblicani si dimisero, annunciando che non avrebbero ripreso i loro posti se la maggioranza non fosse stata allargata ai seguaci di Nenni. Craxi iniziò la sua personale “Marcia su Roma” – confermando il detto di Marx secondo cui la storia si ripete, succedendo però alla tragedia la farsa – conquistando la Federazione Socialista di Milano. Una curiosa nemesi storica volle che le sue ruberie venissero scoperte iniziando proprio dal Pio Albergo Trivulzio. “Tangentopoli” segnò la fine del sistema di potere sorto nel momento stesso in cui il fascismo era caduto. Ora il nuovo regime si consolida definitivamente con la conquista di Milano, che qualche giorno fa era stata preannunciata dal figlio di Berlusconi, evidentemente informato di quanto stava bollendo in pentola. L’opposizione ha fallito non solo e non tanto essendosi lasciata corrompere, quanto piuttosto perché il suo maggiore partito ha dimostrato di non essere democratico, smentendo così la sua stessa denominazione. Per quanto riguarda gli aspetti penali della vicenda, è da notare come sia ritornata prepotentemente sulla ribalta politica una figura in auge negli ultimi anni della Prima Repubblica: quella del “brasseur d’affaires”. Che nella maggior parte dei casi risulta essere un ciarlatano e un millantatore. I craxiani inondarono a suo tempo l’Italia di personaggi che sarebbero stati curiosi e originali se non si fosse trattato di delinquenti. Costoro giravano la provincia vantando di essere reduci da una cena con il re dell’Arabia Saudita e di avere in calendario un imminente abboccamento con il presidente degli Stati Uniti. In genere proponevano l’acquisto di petrolio, anche ai poveretti che tutt’al più lo usavano per ricaricare l’accendino. Alla fine si accontentavano di qualche modesto affare, al livello degli “imbonitori di piazza” che si esibiscono nelle fiere. Un cognato (peraltro risultato autentico) di Craxi riuscì a rifilare al nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo un servizio di piatti di portata che, essendo tutti storti, non si potevano neanche impilare. Manfredi Catella non era invece un millantatore, dal momento che rappresentava effettivamente gli sceicchi del Qatar. Quanto agli uomini della giunta – sindaco, assessori e funzionari – non gli fu difficile comprarli, dal momento che non mancavano certamente i soldi per “ungere le ruote”. L’uomo era cresciuto sulle ginocchia di Ligresti, di cui suo padre fu stretto collaboratore. Tanto sarebbe bastato per mettere in guardia Sala, la cui faciloneria – dimostrata in occasione dell’Expo – è pari soltanto alla sua estraneità rispetto alla sinistra, che lo ha incoronato grazie alla sua fama di “manager” internazionale. Pur trattandosi di un piccolo industriale della Brianza, munito della classica “fabbrichetta”. Peccato sia morto Gino Bramieri, che lo avrebbe caratterizzato molto bene, il soggetto essendo simile al “Carugatti”, macchietta del “Cummenda” lombardo immortalata dal comico milanese. Poiché comunque vale sempre il principio di presunzione di innocenza, limitiamo la nostra analisi al significato politico della vicenda. Quando anche tutti gli imputati fossero assolti con formula piena, ci domandiamo in primo luogo se un’idea dello sviluppo urbanistico di Milano basata sulla trasformazione della città in un’unica grande zona residenziale destinata ai ceti più abbienti possa corrispondere con l’ispirazione e con il programma di una forza politica che si ispira a Filippo Turati. In secondo luogo, vorremmo sapere se questa scelta, compiuta dalla giunta comunale, sia mai stata discussa in una qualsiasi istanza rappresentativa interna del partito. Essa ha peraltro coinvolto perfino l’estrema (!?) sinistra. Trattandosi della capitale economica e “morale” (?) dell’Italia, avrebbe dovuto dire la sua anche la dirigenza nazionale del partito, che ora non invita Sala a dimettersi, ma neanche lo presenta come un innocente perseguitato, accumulando gli svantaggi derivanti da ciascuna di queste due opzioni. La Schlein dimostra tutta la sua inadeguatezza: si tratta di un’esibizionista, capace solo di partecipare ai cortei (preferibilmente degli omosessuali) e di gridare slogan nei comizi. La realtà è che al Nazareno non si sa assolutamente nulla di quanto avviene nelle “cento città” d’Italia. Anni or sono, venimmo accolti al cospetto del responsabile del “Territorio”, il quale esordì domandandoci in quale regione si trovasse Imperia. Nel tempo in cui vigeva il “centralismo democratico”, mutuato dai bolscevichi, era bastato garantirsi l’appoggio del segretario della federazione perché la consorteria della selvaggina non solo fosse lasciata libera di fare ciò che le conveniva, ma anche perché fagocitasse l’intero partito. Ora che vige teoricamente la più ampia democrazia interna, succede addirittura di peggio, Milano essendo anch’essa dominata da un “partito trasversale”. Quanto accaduto a Genova, dove Burlando negoziava a nome dei Democratici con Toti e Signorini sul panfilo di Spinelli, si è ripetuto nel capoluogo della Lombardia, dove Manfredi Catella rappresentava il partito presso gli sceicchi senza neanche essere iscritto. Il risultato è, in entrambi i casi, il consolidamento del potere della destra. Se lo sviluppo della città è deciso tenendo unicamente conto degli interessi degli speculatori stranieri – il “Bosco Verticale” del grande Boeri rimane comunque di loro proprietà – tanto vale che l’amministrazione venga esercitata direttamente da questo settore sociale. Quanto ai lavoratori, non ne abbiamo mai visto uno avvicinarsi al Nazareno, nei cui pressi passeggiavamo ogni sera durante la nostra “ora d’aria”, trovandoci a Roma. In cambio, vedevamo sempre un via vai di elegantissime prostitute di alto bordo, di cui si diceva fossero le amanti dei dirigenti, regolarmente piazzate nei posti di sottogoverno. Se dovesse venire la rivoluzione, non farebbe nessuna differenza tra la maggioranza e l’opposizione.

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Il Presidente Lupi, quando non si dedica a fare il verso agli animali selvatici, riesce ancora a dire delle cose sensate. Nel corso della presentazione, ambientata – ça va sans dire – in un frantoio, dell’iniziativa denominata “Riviera dei Sapori”, l’uomo ha pronunciato per ben due volte la parola “identità”. L’estensore dei suoi discorsi – sul quale aleggia un impenetrabile mistero – ha fatto riferimento per due volte a tale concetto, la cui iterazione esclude un lapsus calami. Citiamo testualmente, come si fa nel corso delle Omelie per le Sacre Scritture: “Le eccellenze agroalimentari (…) costituiscono patrimonio culturale e IDENTITARIO della Riviera dei Fiori”. Ancora più esplicito risulta il bon mot posto a conclusione del discorso – di cui curiosamente il resoconto giornalistico tace se sia stato coronato da una ovazione del pubblico presente: “Abbiamo il dovere di valorizzare immobili storici e aziende locali che raccontano la nostra IDENTITÀ.” A questo punto, ci si sarebbe atteso un applauso scrosciante. O è mancato, oppure è stato tenuto nascosto dal solerte cronista che ci ha informati dell’evento. I deputati democristiani avevano l’abitudine di pubblicare, in forma di opuscolo, i loro discorsi parlamentari per far sapere agli elettori che non avevano oziato nell’Urbe. L’unica eccezione era costituita dall’onorevole Ambrogio Viale, il quale, tacendo ostinatamente – al punto da essere soprannominato “l’onorevole Muto” – riuscì a risparmiare anche questa spesa. Il testo concludeva immancabilmente con un breve corsivo, che diceva: “Applausi al Centro”. Lupi, uomo notoriamente avaro, evita – pur pronunciandoli – di pubblicare i suoi discorsi, benché possa addebitarne la stampa alla Unioncamere. A diffondere il Verbo del quattordici volte Presidente ci pensano i giornalisti. I tedeschi, avendo eletto un presidente federale – tale Gustav Heinemann – che aveva due lauree, lo chiamavano “Doctor Doctor Heinemann”. Se Lupi fosse in Germania, i connazionali dovrebbero ripetere per ben quattordici volte “Präsident” Lupi. Perché il Nostro si è riferito per due volte all’identità? Viene il sospetto malizioso che l’estensore del discorso ci abbia scopiazzato. Se così non è, la sua mancanza di cautela sfiora la temerità. Parlare di identità davanti a un parterre des rois in cui figuravano ben due “Bassotti” – lo Zio e il Nipote, un leghista e un altro soggetto destrorso, tale Lombardi, di cui ignoriamo la corretta classificazione zoologica – è come inneggiare alla Rivoluzione alla Corte di Nicola II. Lupi può sperare soltanto, dopo questo atto di ostentata disobbedienza, nell’inconsapevolezza dell’uditorio. Se fosse stato composto soltanto da Piana, non dovrebbe preoccuparsi. Costui, essendo un analfabeta funzionale, deve farsi tradurre tutto quanto viene proferito in sua presenza. Una volta, ci invitò a parlare della società multiculturale. Dopo che l’avevamo descritta come ineluttabile, venne perfino a congratularsi. Il pubblico, essendo composto da soggetti centralisti, non si è verosimilmente accorto di come l’esaltazione delle peculiarità culturali – sia pure limitandosi alla materia apparentemente innocua dell’enogastronomia – manifesti un atteggiamento di opposizione al potere. Lupi, però, una volta preso coraggio – la sua intraprendenza è tanto proverbiale nei rapporti con il gentil sesso quanto carente nell’espressione politica – si è spinto a enunciare un programma autenticamente rivoluzionario, i cui capisaldi sono costituiti dal progressivo abbandono del turismo costiero – l’uomo, evidentemente, ha contemplato il cimitero cui sono ridotte le nostre spiagge – in favore di quello montano, nonché dal ripudio del turismo estivo in favore di quello invernale. Anche la cosiddetta “cattiva stagione” ha le proprie specialità e “eccellenze”. Il Presidente postula dunque un progressivo abbandono dei centri urbani e un ritorno alle radici ancestrali. Egli stesso, peraltro, non ha mai reciso il cordone ombelicale che lo lega a Dolcedo, dove propiziò a suo tempo una visita dei pittori russi ospitati nel convento di Taggia. Noi fummo testimoni di questa storica decisione, avendo accompagnato in Camera di Commercio l’avvenente dottoressa Buzhurina. La quale, debitamente informata del penchant di Lupi per le donne – evidentemente, questo aspetto della personalità del Presidente non è sfuggito agli occhiuti Servizi Segreti del Cremlino – esibì in modo convincente le proprie grazie. Senza, a dire il vero, che si andasse oltre una piena accettazione delle sue richieste, consistenti nella celebrazione di una grande festa di commiato nel chiostro dei Domenicani, comprensiva di cibi e bevande cucinati dai valorosi giovani della Scuola Alberghiera di Arma. Ora però, l’azione volta ad associare tutti quanti – ritornando all’agricoltura – incrementano le produzioni tipiche del nostro hinterland per proporle ai turisti, significa dare per scontata – se non assecondarla – la tendenza a una fuga dalle città, causata dalla imminente crisi sociale. In prospettiva, si profila un altro fenomeno: se è vero che il recupero delle varie identità rimane per ora confinato nei fenomeni metapolitici, esso assumerà, in un futuro neanche tanto lontano, la forma di una cariocinesi dello Stato. Questo è il motivo per cui la strada intrapresa da Lupi e quella seguita dai suoi occasionali interlocutori sono destinate a divergere. Qualche rivendicazione – come quella riguardante il ripristino della viabilità interna, tanto veicolare quanto pedonale – potrà anche essere accolta; alla fine, però, le zone culturalmente omogenee si distaccheranno comunque dal centralismo, sia esso meloniano, leghista o “bassotto”. Noi attendiamo Lupi a questo appuntamento storico, che il Presidente – con la sagacia tipica di chi è avvezzo alla mercatura – ha saputo intravedere. Vano risulta dunque il tentativo di mediazione con Scajola, intrapreso, come al solito, dal volenteroso Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Il quale ci ricorda, più che Henry Kissinger, quei paceri di paese che finiscono per prendere delle legnate da entrambi i contendenti.

…one del discorso – di cui curiosamente il resoconto giornalistico tace se sia stato coronato da una ovazione del pubblico presente: “Abbiamo il dovere di valorizzare immobili storici e aziende locali che raccontano la nostra IDENTITÀ.” A questo punto, ci si sa…

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Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno dei suoi romanzi — ambientato nel periodo fascista — come il Regime illuse molti giovani meridionali, facendogli credere che il problema della riforma agraria sarebbe stato risolto grazie alla guerra in Abissinia. Per quella guerra tanti poveri ragazzi si arruolarono come “volontari”, trovandovi sovente la morte. La distribuzione ai contadini delle terre appartenenti ai latifondisti, naturalmente, non avvenne. Si fece tuttavia credere ai poveri “cafoni” del Sud che le avrebbero ottenute precisamente in Etiopia, naturalmente dopo averla conquistata. Lo stesso inganno viene oggi consumato ai danni dei nostri titolari di imprese, i quali, non essendo poveri analfabeti diseredati, potrebbero fare a meno di cadervi. Costoro dimostrano invece un’ingenuità veramente incredibile, simile a quella esibita dagli industriali della nostra provincia, accorsi — come abbiamo più volte ricordato — ad applaudire chi annunciava loro la fine della libertà di intrapresa, compensata però dalle commesse di Stato. A queste commesse, ad alcuni viene gentilmente concesso il mercato interno, mentre quelle per la “ricostruzione” dell’Ucraina dipendono dall’andamento delle operazioni militari, nelle quali comunque si getterà anche l’Italia, partecipando alla “Coalizione dei Volenterosi”. Cavour, mandando i Bersaglieri in Crimea, si proponeva di qualificare il Piemonte come rappresentante del futuro Regno d’Italia. Il conte riuscì nell’impresa in quanto la storia procedeva in direzione dell’affermazione degli Stati nazionali. Oggi, però, lo zeitgeist ha preso la direzione esattamente contraria, come paradossalmente dimostra la stessa vicenda dell’Ucraina, la quale non si considera più una regione della Russia e proprio per questo aspira all’indipendenza. Gli imprenditori italiani hanno evidentemente dimenticato — se mai l’abbiano imparata nei loro studi universitari — la lezione impartita da un grande studioso del diritto commerciale, il quale affermava che in tempo di guerra si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti, il che esige la nazionalizzazione, per l’appunto, delle attività produttive. Quanti saranno “embedded” in Ucraina dovranno obbedire agli ordini impartiti dallo Stato Maggiore. “L’intendance suivra”, diceva per l’appunto De Gaulle, il quale non era a caso un militare di carriera. Ai nostri imprenditori è riservata piuttosto la funzione della sussistenza. Durante la guerra, il Regime stabilì il cosiddetto “Ammasso del grano”, nonché di altri prodotti agricoli. Quello della barbabietola da zucchero continuò a lungo dopo la Liberazione, finché venne abolito il monopolio di Stato. Alcuni gerarchi si arricchirono illecitamente, rivendendo una parte del grano tolto ai coltivatori sul cosiddetto “mercato nero”, che in simili circostanze diviene inevitabile. Altri, essendo persone oneste, gestirono l’ammasso correttamente. Certi giovani economisti della Lega non sarebbero capaci neanche di questo, ma tale limite non sembra intaccare le loro ambizioni. Non si può affrontare un conflitto senza adottare tutte le misure connesse con l’economia detta per l’appunto di guerra. Pare invece che la spartizione delle cariche, presenti e future, avvenga — da parte della Destra — con l’allegra noncuranza propria dei periodi di “vacche grasse”, che sono però destinate a dimagrire.

Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno…

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Si è svolto a Roma l’ennesimo Convegno di Studi dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione anticipatrice espressa nella sua opera. Quel che più stupisce è che gli studiosi – pur agendo con scopi ben più nobili rispetto all’aggiudicazione all’una o all’altra parte politica dell’eredità spirituale di Pasolini – si accapigliano per stabilire se egli fosse “di Destra” o “di Sinistra”. In realtà, come tutti i grandi uomini, egli superò già in vita i confini tra queste due appartenenze. Essendo soprattutto cosciente – trattandosi di un uomo radicale nelle sue scelte e nelle sue prese di posizione, ma mai fazioso né intollerante – di come il disastro che riteneva inevitabile avrebbe travolto tutti. Viene in mente, ripensando alla sua unica intervista televisiva, in cui disse di credere nel progresso, ma di non credere nello sviluppo, e soprattutto – aggiunse – “in questo tipo di sviluppo”, il Leopardi diffidente delle “magnifiche sorti e progressive”. Ci fu certamente un settore clericale che si dedicò a demonizzare Pasolini, denunciandolo come blasfemo. Quale in realtà egli fu, in molte delle sue opere cinematografiche, non essendo però certamente motivato dalla volgarità. Né tantomeno dalla volontà di perseguire una notorietà a buon mercato – o peggio un guadagno materiale – quanto perché Pasolini, volendo animare il dibattito sulle idee, era volutamente provocatorio. Laddove, come nell’attività di opinionista – che costituisce indubbiamente la parte migliore del suo lascito culturale – non risultava necessario impattare il pubblico, cioè per l’appunto épater les bourgeois, per indurre a una riflessione (sempre che non fosse fuorviato dalla repulsione piccolo-borghese nei riguardi dello scandalo), le idee di Pasolini hanno manifestato col trascorrere del tempo la loro sconvolgente attualità. Quando si usciva dalla polemica contingente con i censori, mossi tanto da un perbenismo retrogrado quanto da un’insuperabile incapacità di comprensione, le critiche mosse a Pasolini “da Sinistra” rivelavano un ritardo e un’ottusità in fondo ben più gravi di quelle manifestate dalla Destra cattolica. Se Pasolini si schierò con il Partito Comunista, fu in quanto vedeva in questa aggregazione politica l’unico soggetto in grado – se avesse voluto, e se ne fosse stato capace – di organizzare una resistenza delle masse popolari all’omologazione. Questa fu la ragione profonda per la quale Pasolini si schierava all’Opposizione. Si veda, al riguardo, quanto egli scrisse nel famoso articolo detto “delle lucciole”, che costituisce, se non un testamento spirituale, quanto meno un epitaffio per sé stesso. Dobbiamo però domandarci – a nostro modesto avviso – chi in realtà, al di là delle polemiche contingenti, contrastava le idee di Pasolini. Se riusciamo a dare una risposta spassionata e corretta a questo fondamentale quesito, ci accorgiamo che il regista di Casarsa non vedeva una sostanziale differenza di responsabilità, tra i diversi soggetti politici, per la tendenza presa dalla società italiana. Certamente la televisione di Stato – superata però in seguito di molte lunghezze da quella privata, di cui Pasolini non vide la devastazione spirituale indotta nel popolo soltanto perché morì a tempo – aveva svolto un ruolo determinante nel distruggere la cultura popolare italiana. E con essa la nostra identità. O meglio: le nostre identità. Che Pasolini andava inseguendo dove ancora sopravvivevano. Spostando la sua ambientazione dall’estremo Nord, in cui era nato e dove si era formato intellettualmente (le sue prime prove letterarie furono non a caso in lingua regionale), verso il Meridione. I personaggi di Pasolini si espressero dapprima in romanesco, poi in napoletano. Il regista uscì infine dall’ambito italiano, e andò a girare uno dei suoi film nello Yemen. Non essendo attratto da un esotico commerciale da cartolina, bensì perché la cultura popolare vi sopravviveva. E con essa un’identità che è rimasta irriducibile all’omologazione. Se Pasolini fosse ancora vivo, dialogherebbe probabilmente con quegli intellettuali occidentali che sono divenuti musulmani. Non in quanto condividerebbe la loro conversione religiosa, ma perché vedrebbe nella loro scelta un tentativo di resistere all’omologazione. Il Partito Comunista – anche se solo in alcuni momenti e su alcuni temi specifici i suoi rappresentanti ufficiali nel campo della cultura polemizzarono apertamente con Pasolini – non comprese tuttavia quali fossero i motivi profondi per cui l’essere il grande regista un suo “compagno di strada” sussumesse in realtà un disaccordo di fondo. Che non fu mai chiarito. Il Partito – per dirlo brutalmente – era pienamente disposto ad accettare senza alcuna remora l’omologazione, cioè la perdita di ogni identità, pur di essere cooptato nel sistema di potere che già aveva instaurato questa tendenza. Ci fu un momento in cui il dissenso tra Pasolini e i comunisti affiorò, e fu quando il regista si schierò dalla parte degli agenti di polizia che si erano scontrati con gli studenti a Valle Giulia. Non perché gli uni fossero “figli del popolo” e gli altri espressione di una borghesia – quella rappresentata dal cosiddetto “generone” romano – che non era stata neanche in grado di produrre in termini meramente economici, vivendo da parassita ai margini del potere. Se questa fosse stata la motivazione della scelta di Pasolini, avrebbe avuto ragione chi lo accusava, sia pure opportunisticamente, di essere un demagogo. Cosa che l’intellettuale friulano non fu assolutamente mai. Pasolini vedeva negli agenti meridionali dei soggetti che ancora avevano un’identità. Che avrebbero perduto anch’essi, proprio in quanto nessun soggetto politico si preoccupava di difenderla. C’è un’altra presa di posizione di Pasolini che rivela la sua consapevolezza: quella relativa alla scelta dei comunisti di difendere – dapprima prevalentemente, e poi esclusivamente – i diritti individuali. L’uomo arrivò non a caso ad opporsi alla libertà di abortire. Sacrificando, anzi sussumendo completamente, i diritti sociali e collettivi. Prendendo le parti degli omosessuali, anziché dei disoccupati, non si sarebbe comunque evitato il disastro. Quanto meno, però, si sarebbe mantenuto l’unico strumento di cui ancora il popolo disponeva per difendere la propria identità. Che consiste precisamente nella solidarietà collettiva. Per capire quanto le ragioni profonde di Pasolini non consistessero in un’epidermica – benché comprensibile – antipatia nei confronti dei borghesi “de Sinistra” (cui l’uomo preferiva giustamente i sottoproletari delle borgate), quanto piuttosto in una corretta individuazione del soggetto antagonista, basta vedere che fine hanno fatto gli studenti di Valle Giulia. Privi com’erano fin dall’inizio di un’identità culturale – vorremmo dire spirituale – hanno finito per non averne neanche una politica. La Schlein è la loro rappresentante più appropriata, dato che non si pone nessuna domanda di carattere filosofico, bensì solo quella inerente al colore degli abiti. Se Pasolini fosse vivo, la segretaria non chiederebbe lumi a lui, preferendogli la “consulente cromatica”. Un’ultima notazione vorremmo dedicarla al fatto che Pasolini – il quale non era un credente – vedesse nella religione, o meglio nella religiosità popolare, l’unico antidoto all’omologazione destinato a sopravvivere. Il suo Cristo, cui è dedicato il migliore dei film che ha prodotto, venne liquidato dalla Destra come la rappresentazione di un agitatore politico. Malgrado Pasolini non avesse scelto nessuna delle pagine del Vangelo che avrebbero potuto supportare una simile visione. Gesù è viceversa rappresentato precisamente come colui che oppone la sostanza – necessariamente identitaria – della Fede alla sua degenerazione formalistica. Oggi tanto la cosiddetta “Destra” quanto la cosiddetta “Sinistra” non trovano più una loro base. L’aggregazione politica, essendo precisamente fondata su un’identità che entrambe hanno contribuito a distruggere. Rimane il problema di ricostruirla. Nessuno, per ora, sembra porselo, ma dovrà partire necessariamente da qui la ricostruzione di un equilibrio che si è perduto.

…tà di opinionista – che costituisce indubbiamente la parte migliore del suo lascito culturale – non risultava necessario impattare il pubblico, cioè per l’appunto épater les bourgeois, per indurre a una riflessione (sempre che non fosse fuorviato dalla repulsi…

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L’ambiente commerciale che si estende da piazza Maresca fino a piazza De Amicis è continuamente agitato dalle ricorrenti crisi isteriche da cui viene colta la signora Lella, popolare proprietaria del bar “Baraonda”. L’ultima di queste ha visto la nota donna d’affari scagliarsi contro il malcapitato Antonio Marzocca, accusato addirittura di veneficio per averle inviato – per nostro inconsapevole tramite – delle “uove” (come si dice in “Braccese”) non più commestibili. La signora Lella ha interpretato tale incauto comportamento addirittura come un “tentato omicidio”, arrivando a esprimere un’apologia della cacciata di Marzocca dal Mercato Coperto di piazza Doria. Tale evento aveva visto a suo tempo l’intera comunità del quartiere stringersi intorno al noto agricoltore pugliese, vittima in precedenza di un misterioso attentato su cui indaga tuttora la Benemerita: ignoti malfattori avevano dato fuoco alla sua vettura, facendogli rischiare di morire arso vivo. Marzocca riuscì per miracolo a sottrarsi alle fiamme che avvolgevano il veicolo. Ora questo fronte si è improvvisamente diviso in due opposte fazioni, malgrado l’ostilità della signora Lella nei confronti di Marzocca sia un inutile “insaevire in mortuos”. L’uomo è ormai ridotto infatti a un ectoplasma, che tre volte a settimana si aggira nei dintorni del suo antico luogo di lavoro in cerca di pane secco per le galline. C’è chi afferma addirittura che si tratti di una presenza fantasmatica, simile a quella degli extraterrestri che si aggirano nella tenuta di Marzocca alle Terine. La furia della signora Lella è però incontenibile, non potendosi più sfogare soltanto sul signor Sante – detto “Stante il Gigante” – cui è legata da un burrascoso rapporto sentimentale. Sante è noto per la corporatura imponente e muscolosa, simile a quella di Mike Tyson, il quale venne prescelto come “partner” da Naomi Campbell per le sue doti sessuali. L’uomo condivide con il famoso pugile anche il carattere irruento, ed invano il comandante Gaggino – accolto da tempo nei ranghi dei Templari – tenta di indurlo a coltivare la spiritualità propria di questo Ordine. Gaggino, da parte sua, “beve come un Templare”, facendo onore all’antica espressione proverbiale. A fianco di Marzocca si sono schierati tanto Sebastiano Marchisio quanto la popolare signora Franca, detta “Pulìn”, commessa della panetteria Blengini. Più defilata la posizione del personale del bar “Madama Doré”, caratterizzato dalla inquietante presenza dei servizi segreti di Putin: tanto la polizia politica, denominata FSB, quanto il tenebroso e temutissimo GRU, cui sono affidate le azioni di destabilizzazione all’estero. Tenta, come sempre, una volenterosa ed ardua mediazione tra le parti Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. L’isolamento in cui è venuta a trovarsi la signora Lella in seguito alle sue incaute accuse risulta comunque pressoché totale. Si è infatti rotto anche da tempo il sodalizio d’affari con la signora Marta Bertossi (la quale si chiama in realtà Berthozy). Costei, essendo una israelita osservante, si dice in procinto di compiere l’Aliyah, trasferendosi a Gerusalemme, dove intende esercitare il suo lavoro di cuoca in un locale del quartiere di Mea Shearim, popolato dagli ebrei ortodossi, in cui potrà finalmente preparare i cibi secondo le più strette regole della cucina kosher, senza più doversi adeguare ai gusti sacrileghi dei clienti goyim del bar Baraonda. A spingere Marta Bertossi al ritorno nella Terra di Israele non sono state soltanto le intemperanze verbali della signora Lella, ma anche le continue provocazioni ordite contro il locale da musulmani estremisti, istigati da “Mohammed” Bensa. Nella preparazione di cibi e bevande è subentrato il giovane Daniele, detto “il Barman con la barba”. La situazione è sul punto di degenerare, dal momento che la titolare del bar si è anche scontrata con gli ambulanti senegalesi, con cui è scesa a durissimo alterco, invitandoli a ritornare in Africa. Causa del contrasto è stato il prezzo delle bevande alcoliche, giudicato eccessivo da chi pure dovrebbe astenersene, trattandosi di alimenti haram. Piazza Maresca rischia di divenire l’epicentro di uno scontro tra etnie e religioni dalle conseguenze incalcolabili. La signora Lella, per evitare questo esito, viene unanimemente esortata a moderare le asperità del suo carattere.

… il comandante Gaggino – accolto da tempo nei ranghi dei Templari – tenta di indurlo a coltivare la spiritualità propria di questo Ordine. Gaggino, da parte sua, “beve come un Templare”, facendo onore all’antica espressione proverbiale. A fianco di Marzocca si…

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Lo Stato italiano assomiglia a quegli abitanti delle metropoli del Terzo Mondo che ogni mattina, al risveglio, devono inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario. Essendo naturalmente privi di una fonte di entrate regolare, sono dediti dunque ai cosiddetti “lavori irregolari”: per cui si affannano intorno ai semafori, intenti a vendere giornali, bibite e generi alimentari. Nel giro di pochi giorni, i leghisti hanno dapprima annunciato un aumento dei pedaggi autostradali, per poi smentirlo nel giro di poche ore. Pretendendo per giunta che i cittadini fossero grati per aver loro evitato una maggiore spesa. Deliberata, guarda caso, proprio dai seguaci di Salvini. Un altro ex separatista, cioè Giorgetti, ha parlato davanti alla platea degli assicuratori, incaricandoli di redigere essi stessi la nuova legge regolatrice della loro attività. L’esecutivo rinuncia dunque a mediare tra gli interessi degli erogatori del servizio e i suoi utenti: i venditori di polizze avendogli conferito il proprio suffragio. Il ministro ha però lamentato che i titolari di agenzie di assicurazioni, dovendo indirizzare i clienti verso investimenti che preservino e possibilmente incrementino i loro risparmi, consiglino l’acquisto di buoni del tesoro tedeschi. Ritenendoli naturalmente più sicuri di quelli italiani. Se gli assicurati faranno rientrare in patria il proprio denaro, comprando viceversa dei titoli del tesoro nazionale, il governo chiuderà in cambio tutti e due gli occhi sulle loro evasioni fiscali. Un altro esponente dell’esecutivo ha infine prospettato che l’iscrizione alla mutua malattie sia considerata obbligatoria e a pagamento. Poiché però molti cittadini non sono in grado di sopportare questa spesa, verrà piuttosto istituito un onere. A chi sarà portato in ospedale – anche se in stato di incoscienza – verrà chiesto di esibire la polizza di assicurazione contro le malattie. Come avviene negli Stati Uniti d’America. Qualora non la possegga, gli verranno rifiutate le cure. I poveri disgraziati continueranno di conseguenza a non pagare, condannandosi a morte qualora si ammalino. I più ricchi preferiranno invece contrarre un’assicurazione privata, che permetterà loro di essere curati nelle cliniche di lusso. Non si calcola né l’aumento di prezzo delle merci trasportate “su ruota”, né il danno sociale – che ha logicamente il suo costo economico – derivante dall’aumento delle morbilità: per non parlare delle conseguenze causate dalle malattie sulle attività lavorative. L’importante è trovare quattro soldi per tirare a campare. Facendo fronte alla spesa corrente. Vale a dire mantenendo l’esercito composto dai dipendenti dello Stato e degli altri enti pubblici, nonché dai pensionati detti “di lusso”. Cui si deve aggiungere la truppa di complemento composta dai finti liberi professionisti che in realtà sono tali solo formalmente. In quanto lavorano soltanto per le amministrazioni pubbliche. Come i solerti avvocati cui si rivolge il nostro sindaco quando sta per intraprendere una manovra spericolata, e si tutela con un “parere” che naturalmente attesta in anticipo la liceità e la legittimità del suo operato. Non essendo però vincolante per l’autorità giudiziaria. Un altro espediente consiste nel destinare alla spesa corrente i fondi elargiti dall’Unione Europea per altri fini. I gerarchi di Bruxelles si sono però tutelati da tale abuso, facendo sottoscrivere a tutti gli Stati membri dell’Unione un trattato che riconosce la competenza della Procura Europea per i reati di cui l’Unione risulta parte lesa. Sarà dunque difficile fermare l’azione penale già promossa contro il nostro sindaco. Il fatto che ciò sia avvenuto all’insaputa della persona riguardata non è influente. L’indagato viene infatti avvertito quando si compie il primo adempimento processuale che richiede la partecipazione sua o dei suoi difensori. Il primo cittadino passò alla storia quando gli venne regalato un immobile “a sua insaputa”. Le donazioni di tali beni esigono l’accettazione di chi le riceve, che deve esprimerla mediante un atto notarile. L’inconsapevolezza di quanto avvenuto non era dunque sostenibile. Dulcis in fundo, le cronache ci informano che i componenti del Consiglio di Amministrazione della “Rivieracqua” richiedono un aumento dei loro emolumenti, tale da equipararli agli omologhi delle società a capitale privato. Malgrado la norma di legge che stabilisce un “tetto” per tali compensi. I poveri utenti penseranno naturalmente che gli aumenti delle tariffe non vengano impiegati per tappare i buchi nei tubi dell’acquedotto, bensì per ingrassare questi signori. L’ingresso di soci privati fu salutato come un evento foriero di nuovi investimenti, che però non si sono mai visti. In realtà, questa operazione avvenne in parallelo con un’altra, cioè la trasformazione in azioni dei crediti vantati dal Comune di Imperia nei confronti della vecchia azienda erogatrice. Lo stesso trattamento non venne però disposto per gli altri comuni, anch’essi creditori. I quali videro invece azzerato il proprio credito. Sommando le azioni di cui è titolare il Comune di Imperia e quelle acquistate dai privati, provenienti dal lontano Molise, la maggioranza assoluta nell’assemblea dei soci fu così garantita alla componente “bassotta”. Che procederà ora all’aumento dei compensi pagati ai propri e agli altrui rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione. Rischiando tutt’al più delle osservazioni da parte della Corte dei Conti. Tale organo può rifiutare la registrazione di un atto emanato da un ente pubblico. Esso non può viceversa impedire che produca i suoi effetti giuridici un atto compiuto da un soggetto di diritto privato. Rimane soltanto la possibilità che la magistratura inquirente rilevi in tale comportamento un profilo penale. Se un privato entra nella gestione di un servizio pubblico, si sente inevitabilmente puzza di bruciato. L’erogazione di tali servizi non deve infatti essere finalizzata a realizzare un guadagno. Come è invece perfettamente lecito e naturale nelle normali attività imprenditoriali. Naturalmente, gli amministratori devono evitare il dissesto dei soggetti erogatori. Se però essi sono motivati a entrare nel “business” dalla ricerca di un profitto, finiscono o per trascurare la quantità e la qualità delle prestazioni, o addirittura per cadere nell’illecito, pur di realizzare un guadagno. La vicenda di “Rivieracqua” conferma puntualmente questa regola. Peccato che non se ne siano accorti i rappresentanti dell’opposizione, espressi dai comuni amministrati dalla sinistra. La quale dovrebbe tutelare gli interessi dei cosiddetti “ceti popolari”. Cui però non appartengono i rappresentanti della grande proprietà edilizia, né gli altrettanto grandi commercialisti. I quali detengono la “leadership” di tale parte politica in sede locale.

…ti nel Consiglio di Amministrazione. Rischiando tutt’al più delle osservazioni da parte della Corte dei Conti. Tale organo può rifiutare la registrazione di un atto emanato da un ente pubblico. Esso non può viceversa impedire che produca i suoi effetti giuridi…

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Pertinenza 14
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La decadenza di una classe dirigente non viene rivelata soltanto dalle superficialità, dalle bugie e dalle millanterie di quanti ricoprono degli incarichi pubblici, bensì anche – diremmo anzi soprattutto – dall’incapacità di demistificare tutto questo da parte della Stampa.

…Dove si provvedeva – per evitare malintesi o volontarie deformazioni – anche alla loro traduzione ad uso del pubblico straniero. Perché dunque infliggere a noi stessi tale fatica? Per capire quale fosse il motivo per cui una certa bugia venisse pubblicata prop…

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