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Risultati per “controlli sul territorio”

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I nostri Fratelli Corsi annunciano l’imminente celebrazione – che ha luogo ininterrottamente ogni anno fin dal 1981 – dell’edizione 2025 delle “Ghjurnate Internaziunale di Corti”, località della loro Isola chiamata Corte in francese e in italiano. Mentre, però, in vista delle precedenti edizioni veniva pubblicato con largo anticipo – sull’apposito sito ufficiale – il programma dettagliato, quest’anno soltanto una scarna notizia appare su una pubblicazione indipendentista sarda, che annuncia la presenza delle “delegazioni del mondo indipendentista” di quest’altra Isola. Ciò non costituisce certamente una novità, dato lo stretto coordinamento instaurato ormai da moltissimo tempo tra i fautori dell’Autodeterminazione di entrambe le Regioni, i quali – dipendendo ancora gli uni da Parigi e gli altri da Roma – scontano l’analoga condizione riservata alle “Colonie interne”. La situazione di noi Liguri, che abbiamo viceversa partecipato – “bon gré, mal gré” – alla conquista e alla sottomissione delle altre Regioni confluite nello Stato unitario, risulta certamente diversa. Se i Nizzardi – cioè i Liguri francesi – sono i nostri vicini di casa, i Corsi sono i nostri dirimpettai. Nelle giornate più terse possiamo scorgere la loro terra, come essi vicendevolmente possono vedere la nostra. Speriamo dunque che un giorno si realizzi l’aspirazione di una nostra presenza a Corte. In attesa di riuscirvi, facciamo giungere tuttavia ai Fratelli Corsi il nostro apprezzamento e il nostro sostegno a una causa che accomuna – come leggiamo sul giornale degli amici sardi – “tutte le Nazioni senza Stato”. Tanto più che il nostro fu all’origine delle loro sventure, fin da quando la Repubblica di Genova, non essendo in grado di soffocare – nella sua estrema decadenza – l’insurrezione indipendentista guidata da Pasquale Paoli e da Domenico Bonaparte (padre del futuro Imperatore), cedette la Corsica alla Francia, che con il suo Esercito riuscì a frustrare il tentativo dei Corsi di ottenere l’Indipendenza. Napoleone nacque politicamente anch’egli come indipendentista, esattamente come Stalin, il quale ripeté a distanza di tempo la sua parabola, avendo approfittato di una rivoluzione scoppiata nello Stato che dominava la sua Nazione. Il rivoluzionario Giugasvili esordì infatti quale fautore dell’Indipendenza della Georgia, nonché degli altri Paesi caucasici, per cui combatté in gioventù a Baku, prima di intrupparsi nei bolscevichi. L’anno scorso potemmo consultare con largo anticipo il programma delle “Ghjurnate”, inclusivo di “eventi, convegni, concerti e conferenze”. L’estensore sardo dell’articolo da cui attingiamo le scarne informazioni relative all’edizione di quest’anno dimentica le esposizioni di artigianato e le degustazioni dei cibi tipici, che comunque non stonano in un’occasione dedicata all’identità in tutte le sue espressioni. La locandina della manifestazione riproduce innumerevoli bandiere, e certamente i Fratelli Corsi accoglieranno con la loro proverbiale ospitalità mediterranea anche le delegazioni provenienti da tutta l’Europa occidentale. Il baricentro politico della manifestazione tende però a spostarsi ormai da tempo verso il Sud del mondo. Molta attenzione viene infatti dedicata ai movimenti indipendentisti attivi nei superstiti frammenti dell’Impero francese, quali la Nuova Caledonia e le isole dei Caraibi. Questi soggetti costituiscono però la retroguardia dei grandi movimenti di liberazione che hanno contraddistinto la storia del dopoguerra. Esiste inoltre la Palestina, e probabilmente il silenzio sul programma è dovuto al fatto che i Corsi – con un “coup de théâtre” tenuto ancora segreto – esibiranno la presenza di qualche dirigente di Gaza. Di qui la necessità di celare le proprie intenzioni alle Autorità francesi, che potrebbero impedirgli l’ingresso. Su questo orientamento del Fronte Nazionale di Liberazione della Corsica – che ha fatto approvare dall’Assemblea Regionale il “riconoscimento” dello Stato palestinese – esprimiamo doverosamente e con franchezza le nostre riserve. Gli Ebrei costituirono fino al 1948 una delle tante Nazioni senza Stato. Il fatto che abbiano raggiunto la meta consistente nel costituirlo rappresenta un avanzamento ed un esempio positivo per tutti quanti sono ancora nelle stesse condizioni in cui essi si trovarono per ben venti secoli. I Palestinesi hanno certamente anch’essi diritto a uno Stato, ma non al prezzo di revocare gli effetti dell’esercizio dell’Autodeterminazione da parte degli Israeliti. Non si può dunque accettare il programma di Hamas, altrimenti rischieremmo di veder annullare – una volta conquistata l’Indipendenza – il risultato dei nostri attuali sforzi. Ciò premesso, se l’aspirazione all’Indipendenza costituisce un denominatore comune insostituibile, non si può paragonare la situazione dell’Europa occidentale (e dell’America settentrionale, per quanto riguarda il Québec) con quella degli altri Continenti. Il pieno sviluppo della democrazia rappresentativa ha infatti permesso l’esercizio di una autonomia effettiva, accompagnata da un’altra conquista altrettanto importante, e cioè l’eliminazione – mediante la tutela delle culture minoritarie – del rischio e dell’ingiustizia rappresentati dall’assimilazione forzata. Ciò, beninteso, non soddisfa le nostre ambizioni e le nostre rivendicazioni. Dobbiamo tuttavia prendere atto del fatto che un corso, un fiammingo, un catalano, un abitante del Tirolo meridionale non soltanto possono parlare liberamente nella loro lingua, ma anche perpetuarla attraverso un sistema scolastico conforme alle proprie esigenze. Recentemente, grazie a un accordo stipulato tra la Calabria e l’Albania, gli studenti “arbresh” – circa sessantamila – potranno disporre di un insegnamento bilingue. Un tibetano o un uiguro vengono invece arrestati solo perché non rinunciano alla loro identità. Da questa fondamentale differenza non deriva – lo ripetiamo – la rinuncia all’Autodeterminazione, ma la coscienza che tutti gli stadi intermedi tra l’imposizione del centralismo perseguita in origine – tanto sul piano culturale quanto sul piano giuridico – dagli Stati nazionali costituiscono altrettanti passi importanti sulla strada della piena Indipendenza. Di qui deriva una conseguenza di ordine politico: con le Autorità centrali è necessario mantenere un rapporto dialettico, basato certamente sulla vertenzialità, che permette tuttavia degli avanzamenti importanti. I Fratelli Corsi meditino sull’apporto decisivo recato dai loro omologhi della Sardegna all’affermazione elettorale della Sinistra, che ha accolto nel suo programma molte loro rivendicazioni. E considerino anche quanto avvenuto in Spagna con la costituzione del Governo Sanchez. Le cosiddette “Autonomie” – ed in particolare la Catalogna e il Paese Basco – hanno ottenuto, in cambio del sostegno offerto all’Esecutivo dai loro Deputati, un ampliamento rilevante delle rispettive competenze. Se questo rapporto dialettico e vertenziale viene a cessare, se si entra cioè nella logica del “Tutto o niente”, si corre il rischio di uscire dall’ambito legalitario, aprendo un varco alla violenza e soprattutto fornendo un’occasione ai fautori del centralismo, i quali – siano essi la Meloni o Abascal – vorrebbero cancellare anche l’Autonomia già raggiunta e consolidata. È vero che anche gli altri partiti nazionali rifiutano – almeno per ora – la prospettiva indipendentista. La posizione di chi è disposto a negoziare un ampliamento dell’Autonomia non deve tuttavia essere confusa con quella di chi rifiuta tale prospettiva. La logica del “Tutto o niente” porta non solo alla tentazione di cadere nell’illegalità, e perfino nella violenza, ma determina anche il rischio che i movimenti indipendentisti vengano diretti – per i loro scopi – da servizi segreti stranieri. Questo rischio aumenta con l’avvicinarsi di una guerra. Di fronte a tale prospettiva, occorre evitare anche un’altra tentazione perniciosa, consistente nel credere che comunque “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Gandhi e Ben Gurion ottennero l’Indipendenza proprio perché avevano evitato questo errore. Essi costrinsero piuttosto la Potenza dominante a firmare una cambiale, che fu presentata all’incasso non appena cessate le ostilità in Europa. Hamas, non avendo nulla da perdere, può certamente dire che sostiene l’Indipendenza della Corsica o perfino della Liguria. Bisogna però fare accettare questa prospettiva all’Occidente, ponendo il problema di ridisegnare la mappa dell’Europa. Se gli Stati nazionali hanno bisogno del nostro sostegno, dobbiamo offrirlo, stabilendo naturalmente dei patti chiari ed esigendo un prezzo adeguato. Altrimenti continueremo a cullarci nell’illusione – coltivata nei tempi in cui andavano di moda le ideologie – che la soluzione dei nostri problemi potesse venire da soggetti estranei alla cultura e all’identità occidentale, e comunque non in grado di incidere sulla nostra realtà. Il “colonnello” Gheddafi – il quale, non essendo in realtà un colonnello, non era mai andato all’Accademia Militare – finanziava notoriamente tanto l’IRA quanto i nazionalisti “kanak” della Nuova Caledonia. Una volta, confondendo questi due Paesi, disse: “L’Irlanda, quella piccola isola vicina al Polo Sud”. A Corte si produrrà, come sempre, Cultura, e la radice della Libertà sta precisamente nella Cultura. Buon lavoro ai Fratelli Corsi e auguri a tutti quanti combattono – come diceva il Manzoni – “per difendere o conquistare una Patria”.

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Il Presidente Lupi, quando non si dedica a fare il verso agli animali selvatici, riesce ancora a dire delle cose sensate. Nel corso della presentazione, ambientata – ça va sans dire – in un frantoio, dell’iniziativa denominata “Riviera dei Sapori”, l’uomo ha pronunciato per ben due volte la parola “identità”. L’estensore dei suoi discorsi – sul quale aleggia un impenetrabile mistero – ha fatto riferimento per due volte a tale concetto, la cui iterazione esclude un lapsus calami. Citiamo testualmente, come si fa nel corso delle Omelie per le Sacre Scritture: “Le eccellenze agroalimentari (…) costituiscono patrimonio culturale e IDENTITARIO della Riviera dei Fiori”. Ancora più esplicito risulta il bon mot posto a conclusione del discorso – di cui curiosamente il resoconto giornalistico tace se sia stato coronato da una ovazione del pubblico presente: “Abbiamo il dovere di valorizzare immobili storici e aziende locali che raccontano la nostra IDENTITÀ.” A questo punto, ci si sarebbe atteso un applauso scrosciante. O è mancato, oppure è stato tenuto nascosto dal solerte cronista che ci ha informati dell’evento. I deputati democristiani avevano l’abitudine di pubblicare, in forma di opuscolo, i loro discorsi parlamentari per far sapere agli elettori che non avevano oziato nell’Urbe. L’unica eccezione era costituita dall’onorevole Ambrogio Viale, il quale, tacendo ostinatamente – al punto da essere soprannominato “l’onorevole Muto” – riuscì a risparmiare anche questa spesa. Il testo concludeva immancabilmente con un breve corsivo, che diceva: “Applausi al Centro”. Lupi, uomo notoriamente avaro, evita – pur pronunciandoli – di pubblicare i suoi discorsi, benché possa addebitarne la stampa alla Unioncamere. A diffondere il Verbo del quattordici volte Presidente ci pensano i giornalisti. I tedeschi, avendo eletto un presidente federale – tale Gustav Heinemann – che aveva due lauree, lo chiamavano “Doctor Doctor Heinemann”. Se Lupi fosse in Germania, i connazionali dovrebbero ripetere per ben quattordici volte “Präsident” Lupi. Perché il Nostro si è riferito per due volte all’identità? Viene il sospetto malizioso che l’estensore del discorso ci abbia scopiazzato. Se così non è, la sua mancanza di cautela sfiora la temerità. Parlare di identità davanti a un parterre des rois in cui figuravano ben due “Bassotti” – lo Zio e il Nipote, un leghista e un altro soggetto destrorso, tale Lombardi, di cui ignoriamo la corretta classificazione zoologica – è come inneggiare alla Rivoluzione alla Corte di Nicola II. Lupi può sperare soltanto, dopo questo atto di ostentata disobbedienza, nell’inconsapevolezza dell’uditorio. Se fosse stato composto soltanto da Piana, non dovrebbe preoccuparsi. Costui, essendo un analfabeta funzionale, deve farsi tradurre tutto quanto viene proferito in sua presenza. Una volta, ci invitò a parlare della società multiculturale. Dopo che l’avevamo descritta come ineluttabile, venne perfino a congratularsi. Il pubblico, essendo composto da soggetti centralisti, non si è verosimilmente accorto di come l’esaltazione delle peculiarità culturali – sia pure limitandosi alla materia apparentemente innocua dell’enogastronomia – manifesti un atteggiamento di opposizione al potere. Lupi, però, una volta preso coraggio – la sua intraprendenza è tanto proverbiale nei rapporti con il gentil sesso quanto carente nell’espressione politica – si è spinto a enunciare un programma autenticamente rivoluzionario, i cui capisaldi sono costituiti dal progressivo abbandono del turismo costiero – l’uomo, evidentemente, ha contemplato il cimitero cui sono ridotte le nostre spiagge – in favore di quello montano, nonché dal ripudio del turismo estivo in favore di quello invernale. Anche la cosiddetta “cattiva stagione” ha le proprie specialità e “eccellenze”. Il Presidente postula dunque un progressivo abbandono dei centri urbani e un ritorno alle radici ancestrali. Egli stesso, peraltro, non ha mai reciso il cordone ombelicale che lo lega a Dolcedo, dove propiziò a suo tempo una visita dei pittori russi ospitati nel convento di Taggia. Noi fummo testimoni di questa storica decisione, avendo accompagnato in Camera di Commercio l’avvenente dottoressa Buzhurina. La quale, debitamente informata del penchant di Lupi per le donne – evidentemente, questo aspetto della personalità del Presidente non è sfuggito agli occhiuti Servizi Segreti del Cremlino – esibì in modo convincente le proprie grazie. Senza, a dire il vero, che si andasse oltre una piena accettazione delle sue richieste, consistenti nella celebrazione di una grande festa di commiato nel chiostro dei Domenicani, comprensiva di cibi e bevande cucinati dai valorosi giovani della Scuola Alberghiera di Arma. Ora però, l’azione volta ad associare tutti quanti – ritornando all’agricoltura – incrementano le produzioni tipiche del nostro hinterland per proporle ai turisti, significa dare per scontata – se non assecondarla – la tendenza a una fuga dalle città, causata dalla imminente crisi sociale. In prospettiva, si profila un altro fenomeno: se è vero che il recupero delle varie identità rimane per ora confinato nei fenomeni metapolitici, esso assumerà, in un futuro neanche tanto lontano, la forma di una cariocinesi dello Stato. Questo è il motivo per cui la strada intrapresa da Lupi e quella seguita dai suoi occasionali interlocutori sono destinate a divergere. Qualche rivendicazione – come quella riguardante il ripristino della viabilità interna, tanto veicolare quanto pedonale – potrà anche essere accolta; alla fine, però, le zone culturalmente omogenee si distaccheranno comunque dal centralismo, sia esso meloniano, leghista o “bassotto”. Noi attendiamo Lupi a questo appuntamento storico, che il Presidente – con la sagacia tipica di chi è avvezzo alla mercatura – ha saputo intravedere. Vano risulta dunque il tentativo di mediazione con Scajola, intrapreso, come al solito, dal volenteroso Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Il quale ci ricorda, più che Henry Kissinger, quei paceri di paese che finiscono per prendere delle legnate da entrambi i contendenti.

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La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un aggiornamento dei criteri con cui viene governata la “barca di Pietro”, quanto la tendenza ad assecondare certi mutamenti nell’assetto internazionale. Quando venne eletto Giovanni Paolo II, nessuno – salvo chi aveva una conoscenza diretta e approfondita della realtà dell’Europa orientale – poteva immaginare il crollo del sistema comunista. Che, in effetti, rimase apparentemente immutato ancora per un decennio, nel corso del quale non mancò chi giunse a prendersi gioco del Pontefice. Il quale, secondo costoro, si era rivelato non soltanto un illuso, ma anche un ingannatore, avendo coinvolto molte altre persone nella propria convinzione. Poi venne il crollo del Muro di Berlino. In altri casi, l’elezione del papa avviene quando la crisi è ormai imminente. Come abbiamo ricordato molte volte, fu così nel 1914 e poi nel 1939. Ci è venuto spontaneo, nel maggio scorso, associare a queste date l’avvento di Leone XIV, il quale ha assunto in effetti la guida della Chiesa poco prima che scoppiasse un’altra guerra in Medio Oriente, rendendo sempre più evidente che l’Occidente deve affrontare la tendenza espansiva propria dell’Islam. Non certo per bandire una nuova crociata, come fece Urbano II a Clermont nel 1095, ma rafforzando l’identità cristiana. Nessuno prevedeva però l’imminente dissoluzione dell’Occidente quale entità politica. Cioè quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo mese di luglio, quasi senza dare a Leone XIV il tempo necessario per familiarizzarsi con il suo nuovo incarico. Aveva visto giusto Massimo Cacciari quando intravedeva la tendenza – che l’ex sindaco attribuiva al settore anglosassone della Chiesa, e cioè alla sua componente nordamericana – a perseguire un progetto che egli definiva “carolingio”. Cioè a compattare una sorta di nucleo forte del cristianesimo, incentrato su quelle terre – e su quei popoli – che avevano costituito per l’appunto il Sacro Romano Impero. Questa entità ebbe precisamente in Carlo Magno il suo fondatore, ma non avrebbe potuto definirsi né come “sacro”, né tanto meno come “romano”, senza la solenne incoronazione del suo sovrano, che avvenne in San Pietro la notte di Natale dell’anno 800. Chi aveva concepito il disegno storico di cui questo atto costituì la manifestazione visibile dai popoli cristiani del nostro continente? Carlo Magno fu certamente un grande della storia, ma le sue ambizioni si sarebbero concretizzate soltanto nella costituzione di un regno, sia pure esteso su entrambe le rive del Reno, se non fosse stato per l’appunto beneficiato dal gesto del papa. Lasciamo agli storici la risposta alla domanda su quale tra le due autorità – quella spirituale e quella temporale – abbia deciso di promuovere questa alleanza e questa unione. Se consideriamo l’attualità, vediamo come il papa sia rimasto – a causa del conflitto irreversibile scoppiato tra le due parti dell’Occidente – l’unica autorità la cui estensione comprende ambedue gli ambiti territoriali che lo compongono: quello europeo e quello nordamericano. Il fatto che il Pontefice provenga dagli Stati Uniti riveste un significato ulteriore: la Chiesa non vuole che la deriva presa dalla sponda occidentale dell’Atlantico possa giungere a rescindere il legame spirituale con la sua sponda orientale. Trump può litigare con l’Unione Europea fino al punto di causarne l’irrilevanza, ma non potrà mai opporsi al connazionale installato in Vaticano. Non soltanto per motivi connessi con gli equilibri politici interni agli Stati Uniti, ma soprattutto perché non può negare l’appartenenza del suo Paese all’ambito giudaico-cristiano. Il presidente non ha infatti mai messo in discussione l’appoggio a Israele, che costituisce – insieme con il Vaticano – l’altro punto di riferimento spirituale dell’America. Gerusalemme e Roma rimangono le capitali la cui autorità – nell’ambito religioso – continua a essere riconosciuta. Se l’America può muovere guerra contro l’Europa, contando sulla propria autosufficienza energetica e alimentare, nel nostro continente si apre un vuoto di potere dalle conseguenze imprevedibili. L’Europa non può naturalmente gettarsi nelle braccia dell’Islam, della Russia o della Cina, in quanto perderebbe la propria stessa identità. Essa peraltro non dispone né delle risorse materiali, né degli strumenti politici che le permettano di difendersi. Le manca però soprattutto la volontà necessaria. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli abitanti del nostro continente presero semplicemente atto – sia pure con soddisfazione – della volontà dell’America di farsi carico di questa necessità. Ora essi si trovano nella condizione di chi è rimasto improvvisamente orfano, o è stato abbandonato. Nel qual caso sopravvive soltanto chi ha già sviluppato una volontà propria, che a sua volta può esistere quando si è coscienti della propria identità. Quanti l’hanno definita in termini di dipendenza dall’America – i cosiddetti “oltranzisti atlantici” – sono improvvisamente ammutoliti. Tacciono, a maggior ragione, quanti devono la loro carriera agli americani, come è la signora Meloni, la quale si limita a dire che bisogna trattare sui dazi. Che cosa facciamo, però, se non riusciamo a convincere Trump ad abbassarli? Tra chi ha scelto di essere la “quinta colonna” dei nemici dell’Occidente, e dunque vede nella sua divisione l’occasione propizia per attendere l’arrivo dei musulmani, dei russi o dei cinesi, e chi viceversa crede soltanto nella dipendenza dallo Zio Sam, manca una terza opzione, che diviene oggi l’unica praticabile, ed è quella rappresentata dagli autentici patrioti europei, che non immaginano il continente come un’entità ostile agli altri grandi soggetti della politica internazionale, ma potrebbero cogliere l’occasione per rivendicarne l’indipendenza. È già successo altrove che i dominatori lasciassero all’improvviso un Paese fino a quel momento sottoposto a loro, e dunque in sostanza governato dall’esterno. A questo punto, i sudditi hanno dovuto provvedere a sé stessi. Certamente, la fase che si è aperta con i famosi “dazi al trenta per cento” sarà caratterizzata dalla confusione politica e dalle tentazioni autoritarie derivanti da una situazione sociale disastrosa, che tuttavia ci fornisce l’occasione per governarci come vogliamo, e soprattutto per riscoprire e affermare la nostra identità. Nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Monaco di Baviera – che è un monaco benedettino – ha ricordato l’attualità della “Regola”, redatta dal fondatore nel V secolo, nel momento, cioè, in cui cadeva l’Impero romano ed iniziava il Medioevo. Questo documento si presta a molte e diverse chiavi di lettura. Se però lo consideriamo come una sorta di atto costitutivo dell’Europa, lo si deve al fatto che esso fornisce un metodo per governare la povertà, traendone certamente spunto per l’arricchimento spirituale, come anche per la solidarietà nella ripartizione delle risorse, che costituì allora, e può costituire oggi, il fondamento per una ricostruzione su nuove basi della società. Il papa rimane oggi l’unica autorità riconosciuta da tutto l’Occidente, ma soprattutto in grado di ispirare la costruzione dell’Europa unita. I burocrati di Bruxelles hanno fallito in questo compito, in quanto non si sono mai curati di definire l’identità del continente, credendo viceversa di poter costruire la sua unità contando soltanto sulla crescita economica. Costoro si trovano oggi completamente spiazzati, perché anche questo presunto fondamento è venuto a mancare. Non esiste però un soggetto politico in grado di corrispondere, nella sfera temporale, al disegno delineato e alla funzione assunta dal papa, che attende invano l’arrivo di un nuovo Carlo Magno, calato su Roma per ricevere l’incoronazione. Pio XII rimase l’unica autorità effettiva sopravvissuta nell’Italia del 1943. Pacelli non ne approfittò per ricostituire il potere temporale, limitandosi a influenzare fortemente gli indirizzi dello Stato nel dopoguerra. Oggi il papa si trova in una situazione analoga rispetto all’Europa. Il nostro continente non uscirà dalla sua crisi restaurando il Sacro Romano Impero, cioè attraverso la consacrazione dell’autorità civile. Occorre però sacralizzare la responsabilità che l’esercizio di questa autorità inevitabilmente comporta. Non si deve costituire né una teocrazia, né uno Stato confessionale, ma è inevitabile che la fede torni a ispirare l’esercizio del potere.

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Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno dei suoi romanzi — ambientato nel periodo fascista — come il Regime illuse molti giovani meridionali, facendogli credere che il problema della riforma agraria sarebbe stato risolto grazie alla guerra in Abissinia. Per quella guerra tanti poveri ragazzi si arruolarono come “volontari”, trovandovi sovente la morte. La distribuzione ai contadini delle terre appartenenti ai latifondisti, naturalmente, non avvenne. Si fece tuttavia credere ai poveri “cafoni” del Sud che le avrebbero ottenute precisamente in Etiopia, naturalmente dopo averla conquistata. Lo stesso inganno viene oggi consumato ai danni dei nostri titolari di imprese, i quali, non essendo poveri analfabeti diseredati, potrebbero fare a meno di cadervi. Costoro dimostrano invece un’ingenuità veramente incredibile, simile a quella esibita dagli industriali della nostra provincia, accorsi — come abbiamo più volte ricordato — ad applaudire chi annunciava loro la fine della libertà di intrapresa, compensata però dalle commesse di Stato. A queste commesse, ad alcuni viene gentilmente concesso il mercato interno, mentre quelle per la “ricostruzione” dell’Ucraina dipendono dall’andamento delle operazioni militari, nelle quali comunque si getterà anche l’Italia, partecipando alla “Coalizione dei Volenterosi”. Cavour, mandando i Bersaglieri in Crimea, si proponeva di qualificare il Piemonte come rappresentante del futuro Regno d’Italia. Il conte riuscì nell’impresa in quanto la storia procedeva in direzione dell’affermazione degli Stati nazionali. Oggi, però, lo zeitgeist ha preso la direzione esattamente contraria, come paradossalmente dimostra la stessa vicenda dell’Ucraina, la quale non si considera più una regione della Russia e proprio per questo aspira all’indipendenza. Gli imprenditori italiani hanno evidentemente dimenticato — se mai l’abbiano imparata nei loro studi universitari — la lezione impartita da un grande studioso del diritto commerciale, il quale affermava che in tempo di guerra si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti, il che esige la nazionalizzazione, per l’appunto, delle attività produttive. Quanti saranno “embedded” in Ucraina dovranno obbedire agli ordini impartiti dallo Stato Maggiore. “L’intendance suivra”, diceva per l’appunto De Gaulle, il quale non era a caso un militare di carriera. Ai nostri imprenditori è riservata piuttosto la funzione della sussistenza. Durante la guerra, il Regime stabilì il cosiddetto “Ammasso del grano”, nonché di altri prodotti agricoli. Quello della barbabietola da zucchero continuò a lungo dopo la Liberazione, finché venne abolito il monopolio di Stato. Alcuni gerarchi si arricchirono illecitamente, rivendendo una parte del grano tolto ai coltivatori sul cosiddetto “mercato nero”, che in simili circostanze diviene inevitabile. Altri, essendo persone oneste, gestirono l’ammasso correttamente. Certi giovani economisti della Lega non sarebbero capaci neanche di questo, ma tale limite non sembra intaccare le loro ambizioni. Non si può affrontare un conflitto senza adottare tutte le misure connesse con l’economia detta per l’appunto di guerra. Pare invece che la spartizione delle cariche, presenti e future, avvenga — da parte della Destra — con l’allegra noncuranza propria dei periodi di “vacche grasse”, che sono però destinate a dimagrire.

Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno…

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Si è svolto a Roma l’ennesimo Convegno di Studi dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione anticipatrice espressa nella sua opera. Quel che più stupisce è che gli studiosi – pur agendo con scopi ben più nobili rispetto all’aggiudicazione all’una o all’altra parte politica dell’eredità spirituale di Pasolini – si accapigliano per stabilire se egli fosse “di Destra” o “di Sinistra”. In realtà, come tutti i grandi uomini, egli superò già in vita i confini tra queste due appartenenze. Essendo soprattutto cosciente – trattandosi di un uomo radicale nelle sue scelte e nelle sue prese di posizione, ma mai fazioso né intollerante – di come il disastro che riteneva inevitabile avrebbe travolto tutti. Viene in mente, ripensando alla sua unica intervista televisiva, in cui disse di credere nel progresso, ma di non credere nello sviluppo, e soprattutto – aggiunse – “in questo tipo di sviluppo”, il Leopardi diffidente delle “magnifiche sorti e progressive”. Ci fu certamente un settore clericale che si dedicò a demonizzare Pasolini, denunciandolo come blasfemo. Quale in realtà egli fu, in molte delle sue opere cinematografiche, non essendo però certamente motivato dalla volgarità. Né tantomeno dalla volontà di perseguire una notorietà a buon mercato – o peggio un guadagno materiale – quanto perché Pasolini, volendo animare il dibattito sulle idee, era volutamente provocatorio. Laddove, come nell’attività di opinionista – che costituisce indubbiamente la parte migliore del suo lascito culturale – non risultava necessario impattare il pubblico, cioè per l’appunto épater les bourgeois, per indurre a una riflessione (sempre che non fosse fuorviato dalla repulsione piccolo-borghese nei riguardi dello scandalo), le idee di Pasolini hanno manifestato col trascorrere del tempo la loro sconvolgente attualità. Quando si usciva dalla polemica contingente con i censori, mossi tanto da un perbenismo retrogrado quanto da un’insuperabile incapacità di comprensione, le critiche mosse a Pasolini “da Sinistra” rivelavano un ritardo e un’ottusità in fondo ben più gravi di quelle manifestate dalla Destra cattolica. Se Pasolini si schierò con il Partito Comunista, fu in quanto vedeva in questa aggregazione politica l’unico soggetto in grado – se avesse voluto, e se ne fosse stato capace – di organizzare una resistenza delle masse popolari all’omologazione. Questa fu la ragione profonda per la quale Pasolini si schierava all’Opposizione. Si veda, al riguardo, quanto egli scrisse nel famoso articolo detto “delle lucciole”, che costituisce, se non un testamento spirituale, quanto meno un epitaffio per sé stesso. Dobbiamo però domandarci – a nostro modesto avviso – chi in realtà, al di là delle polemiche contingenti, contrastava le idee di Pasolini. Se riusciamo a dare una risposta spassionata e corretta a questo fondamentale quesito, ci accorgiamo che il regista di Casarsa non vedeva una sostanziale differenza di responsabilità, tra i diversi soggetti politici, per la tendenza presa dalla società italiana. Certamente la televisione di Stato – superata però in seguito di molte lunghezze da quella privata, di cui Pasolini non vide la devastazione spirituale indotta nel popolo soltanto perché morì a tempo – aveva svolto un ruolo determinante nel distruggere la cultura popolare italiana. E con essa la nostra identità. O meglio: le nostre identità. Che Pasolini andava inseguendo dove ancora sopravvivevano. Spostando la sua ambientazione dall’estremo Nord, in cui era nato e dove si era formato intellettualmente (le sue prime prove letterarie furono non a caso in lingua regionale), verso il Meridione. I personaggi di Pasolini si espressero dapprima in romanesco, poi in napoletano. Il regista uscì infine dall’ambito italiano, e andò a girare uno dei suoi film nello Yemen. Non essendo attratto da un esotico commerciale da cartolina, bensì perché la cultura popolare vi sopravviveva. E con essa un’identità che è rimasta irriducibile all’omologazione. Se Pasolini fosse ancora vivo, dialogherebbe probabilmente con quegli intellettuali occidentali che sono divenuti musulmani. Non in quanto condividerebbe la loro conversione religiosa, ma perché vedrebbe nella loro scelta un tentativo di resistere all’omologazione. Il Partito Comunista – anche se solo in alcuni momenti e su alcuni temi specifici i suoi rappresentanti ufficiali nel campo della cultura polemizzarono apertamente con Pasolini – non comprese tuttavia quali fossero i motivi profondi per cui l’essere il grande regista un suo “compagno di strada” sussumesse in realtà un disaccordo di fondo. Che non fu mai chiarito. Il Partito – per dirlo brutalmente – era pienamente disposto ad accettare senza alcuna remora l’omologazione, cioè la perdita di ogni identità, pur di essere cooptato nel sistema di potere che già aveva instaurato questa tendenza. Ci fu un momento in cui il dissenso tra Pasolini e i comunisti affiorò, e fu quando il regista si schierò dalla parte degli agenti di polizia che si erano scontrati con gli studenti a Valle Giulia. Non perché gli uni fossero “figli del popolo” e gli altri espressione di una borghesia – quella rappresentata dal cosiddetto “generone” romano – che non era stata neanche in grado di produrre in termini meramente economici, vivendo da parassita ai margini del potere. Se questa fosse stata la motivazione della scelta di Pasolini, avrebbe avuto ragione chi lo accusava, sia pure opportunisticamente, di essere un demagogo. Cosa che l’intellettuale friulano non fu assolutamente mai. Pasolini vedeva negli agenti meridionali dei soggetti che ancora avevano un’identità. Che avrebbero perduto anch’essi, proprio in quanto nessun soggetto politico si preoccupava di difenderla. C’è un’altra presa di posizione di Pasolini che rivela la sua consapevolezza: quella relativa alla scelta dei comunisti di difendere – dapprima prevalentemente, e poi esclusivamente – i diritti individuali. L’uomo arrivò non a caso ad opporsi alla libertà di abortire. Sacrificando, anzi sussumendo completamente, i diritti sociali e collettivi. Prendendo le parti degli omosessuali, anziché dei disoccupati, non si sarebbe comunque evitato il disastro. Quanto meno, però, si sarebbe mantenuto l’unico strumento di cui ancora il popolo disponeva per difendere la propria identità. Che consiste precisamente nella solidarietà collettiva. Per capire quanto le ragioni profonde di Pasolini non consistessero in un’epidermica – benché comprensibile – antipatia nei confronti dei borghesi “de Sinistra” (cui l’uomo preferiva giustamente i sottoproletari delle borgate), quanto piuttosto in una corretta individuazione del soggetto antagonista, basta vedere che fine hanno fatto gli studenti di Valle Giulia. Privi com’erano fin dall’inizio di un’identità culturale – vorremmo dire spirituale – hanno finito per non averne neanche una politica. La Schlein è la loro rappresentante più appropriata, dato che non si pone nessuna domanda di carattere filosofico, bensì solo quella inerente al colore degli abiti. Se Pasolini fosse vivo, la segretaria non chiederebbe lumi a lui, preferendogli la “consulente cromatica”. Un’ultima notazione vorremmo dedicarla al fatto che Pasolini – il quale non era un credente – vedesse nella religione, o meglio nella religiosità popolare, l’unico antidoto all’omologazione destinato a sopravvivere. Il suo Cristo, cui è dedicato il migliore dei film che ha prodotto, venne liquidato dalla Destra come la rappresentazione di un agitatore politico. Malgrado Pasolini non avesse scelto nessuna delle pagine del Vangelo che avrebbero potuto supportare una simile visione. Gesù è viceversa rappresentato precisamente come colui che oppone la sostanza – necessariamente identitaria – della Fede alla sua degenerazione formalistica. Oggi tanto la cosiddetta “Destra” quanto la cosiddetta “Sinistra” non trovano più una loro base. L’aggregazione politica, essendo precisamente fondata su un’identità che entrambe hanno contribuito a distruggere. Rimane il problema di ricostruirla. Nessuno, per ora, sembra porselo, ma dovrà partire necessariamente da qui la ricostruzione di un equilibrio che si è perduto.

…olo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la …

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Dobbiamo purtroppo segnalare ai nostri lettori e a chi di dovere (le Autorità di Polizia sono state immediatamente avvertite, e l’intervento della Benemerita è risultato particolarmente tempestivo ed efficace), che è avvenuta - dopo il tentativo di aggressione fisica consumato nei giorni scorsi - una nuova gravissima provocazione.

… Polizia sono state immediatamente avvertite, e l’intervento della Benemerita è risultato particolarmente tempestivo ed efficace), che è avvenuta - dopo il tentativo di aggressione fisica consumato nei giorni scorsi - una nuova gravissima provocazione. Nottete…

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Il Papa si recherà il mese prossimo in Corsica per partecipare ad un convegno internazionale sulla religiosità popolare nel Bacino del Mediterraneo.

…cherà il mese prossimo in Corsica per partecipare ad un convegno internazionale sulla religiosità popolare nel Bacino del Mediterraneo. Su questo mare si affacciano dei Paesi di religione cristiana – tanto cattolica quanto ortodossa – come altri di religione i…

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Due notizie attinenti con la religione illuminano – più di tutte le chiacchiere sulle vicende dei Partiti – la situazione civile dell’Italia.

…iacciato dai carri armati. Se gli stalinisti applaudivano al loro intervento a Budapest, ora c’è chi tardivamente plaude a quello avvenuto per l’appunto sulla Piazza della Pace Celeste. Forse Tarquinio vede nell’accordo tra la Santa Sede ed il Governo di Pechi…

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Le notizie sull’Ucraina dicono che la guerra – per la prima volta dal 1945 – si sta avvicinando sempre di più all’Occidente.

Le notizie sull’Ucraina dicono che la guerra – per la prima volta dal 1945 – si sta avvicinando sempre di più all’Occidente. Quanto manca, alla nostra classe dirigente, è la capacità di mobilitare la popolazione, o quanto meno di darle coscienza di un pericolo…

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Abbiamo già scritto abbondantemente sul metodo di tante manifestazioni, cui si è aggiunta l’aggressione da parte dei Centri Sociali di Torino ai danni della Polizia: può anche darsi che a Pisa si sia commesso un errore usando la forza contro chi dimostrava in modo pacifico, ma si trattava pur sempre di persone che stavano commettendo un reato.

Abbiamo già scritto abbondantemente sul metodo di tante manifestazioni, cui si è aggiunta l’aggressione da parte dei Centri Sociali di Torino ai danni della Polizia: può anche darsi che a Pisa si sia commesso un errore usando la forza contro chi dimostrava in …

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“Il Venerdì di Repubblica” viene usato dalla Redazione di via Cristoforo Colombo – che non è precisamente un alveare di lavoro – per canalizzare tutti gli articoli cosiddetti di scarto, non atti ad essere pubblicati sul quotidiano.

…per canalizzare tutti gli articoli cosiddetti di scarto, non atti ad essere pubblicati sul quotidiano. Poiché però i criteri con cui avviene questa selezione rispondono alle esigenze propagandistiche espresse da Nazareno (altro notorio ricettacolo di fancazzis…

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In India sorge una piccola città, considerata sacra dai Giainisti precisamente come La Mecca dai Musulmani, Gerusalemme dagli Israeliti e Roma dai Cristiani, in cui sorgono ben trecentosessantacinque templi di questa religione.

… piccola città, considerata sacra dai Giainisti precisamente come La Mecca dai Musulmani, Gerusalemme dagli Israeliti e Roma dai Cristiani, in cui sorgono ben trecentosessantacinque templi di questa religione. Considerando che nell’Urbe si contano solo trecent…

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Il Professore Gustavo Zagrebelsky, intervistato da “La Stampa” di Torino del 19 ottobre in merito alle accuse di parzialità mosse alla Dottoressa Iolanda Apostolico di Catania, denunzia come un pericolo per la sopravvivenza dello Stato di Diritto non tanto il fatto – già di per sé comunque molto grave – che qualcuno abbia assunto informazioni sulle vicende personali di questo Magistrato, bensì il fatto che queste notizie siano state raccolte (compensando chi le aveva fornite) nell’ambito di una evidente attività di schedatura.

…il fatto – già di per sé comunque molto grave – che qualcuno abbia assunto informazioni sulle vicende personali di questo Magistrato, bensì il fatto che queste notizie siano state raccolte (compensando chi le aveva fornite) nell’ambito di una evidente attività…

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In un articolo anteriore, paragonando la “democratura” della Meloni – ancora in costruzione – con quella turca del Sultano, avevamo previsto – forse in modo avventato – come la Presidente del Consiglio si accingesse a seguire le orme del suo collega di Ankara, denunziando un tentativo di colpo di Stato, più o meno farlocco, ed usandolo come pretesto per regolare i conti con gli oppositori.

…ragonando la “democratura” della Meloni – ancora in costruzione – con quella turca del Sultano, avevamo previsto – forse in modo avventato – come la Presidente del Consiglio si accingesse a seguire le orme del suo collega di Ankara, denunziando un tentativo di…

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Dopo il cosiddetto “Colpo di Praga”, organizzato dall’Ambasciatore sovietico Zorin, con cui nel 1948 i Comunisti si impadronirono del potere in Cecoslovacchia, i dipendenti pubblici trovavano al mattino la tessera del Partito sulla scrivania.

…in Cecoslovacchia, i dipendenti pubblici trovavano al mattino la tessera del Partito sulla scrivania. Ciò rendeva praticamente obbligatoria la loro iscrizione, dato che rifiutarla significava dichiararsi oppositori del nuovo regime. In Italia, prendere la famo…

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Lucia Annunziata espone su “La Stampa” di Torino le sue idee sulla situazione dell’Europa nell’ambito dell’Occidente.

Lucia Annunziata espone su “La Stampa” di Torino le sue idee sulla situazione dell’Europa nell’ambito dell’Occidente. Secondo la nota giornalista, la guerra in Ucraina ha congelato tutti quanti i Governi che si trovavano alla guida dei rispettivi Paesi nel fat…

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Conversando con il giovane ma già prestigioso Prelato che ci onora della sua amicizia, siamo tornati ad interrogarci sul significato della Canonizzazione di Don Giovanni Minzoni.

…estigioso Prelato che ci onora della sua amicizia, siamo tornati ad interrogarci sul significato della Canonizzazione di Don Giovanni Minzoni. Pur riconoscendo l’eguale Santità di tutti quanti vengono elevati agli Onori degli Altari, la promozione della Causa …

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La notizia più importante per la vicenda civica di Imperia viene taciuta, sia dai mezzi di informazione sia – quanto risulta più grave – dalla Opposizione.

…enda civica di Imperia viene taciuta, sia dai mezzi di informazione sia – quanto risulta più grave – dalla Opposizione. Parte della quale non è più tale – neanche formalmente – essendo stata cooptata nella Maggioranza. Lo stesso settore degli irriducibili omet…

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Passare il ponte sul Garavano suscita sempre delle emozioni, tanto più in chi è cosciente delle vicende che questo tratto della strada tracciata da Napoleone – cui si è aggiunta in seguito la ferrovia – ha testimoniato.

Passare il ponte sul Garavano suscita sempre delle emozioni, tanto più in chi è cosciente delle vicende che questo tratto della strada tracciata da Napoleone – cui si è aggiunta in seguito la ferrovia – ha testimoniato. Di questo passato, vogliamo ricordare al…

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