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Risultati per “Elezioni imperia”

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Non sappiamo se ci sia ancora qualche anziano vivente – se esiste, si tratta ormai comunque di centenari – che ricordi l’impiego, e tanto più l’etimologia, del termine gergale “Ginobartalini”. Nell’immediato dopoguerra, gli italiani, reduci dalle restrizioni di carattere tanto legale quanto economico imposte dal recente conflitto, si diedero a viaggiare come potevano, affollando soprattutto i treni – la motorizzazione di massa non c’era ancora stata – e muovendosi in branco. In occasione di una delle prime Milano–Sanremo disputate dopo la Liberazione, vinta trionfalmente da Gino Bartali (da cui l’origine del termine), un’enorme quantità di abitanti del Basso Piemonte si riversò sulla nostra Riviera: tanto per applaudire i concorrenti italiani quanto per trascorrervi una giornata di vacanza, godendo del tepore primaverile. Naturalmente, tutti costoro portarono con sé il cibo e le bevande, arrivando in mattinata e ripartendo dopo il passaggio dei ciclisti. Questa orda di visitatori rumorosi, invadenti e squattrinati, che non recarono alcun beneficio all’economia locale, venne per l’appunto denominata – in omaggio al vincitore della gara – con l’appellativo, appositamente coniato, di “Ginobartalini”. Ora succede qualcosa di analogo, a quanto riferiscono le cronache, sull’altra Riviera. Vi sono infatti dei milanesi che partono in direzione dell’Adriatico prima del sorgere del sole, piombano sulle spiagge della Romagna affittando solamente l’ombrellone e la sdraio, consumano un panino portato da casa e, al tramonto, prendono la via del ritorno, limitandosi ad affrontare soltanto le spese incomprimibili. Sulla Riviera ligure si produce un fenomeno analogo, che consiste nella presenza esclusivamente di chi è proprietario di un alloggio. Costoro portano con sé perfino la carta igienica e il pane, appositamente congelato e conservato in frigorifero. Nessuno, ormai, si può permettere di affittare una casa, e tanto meno di andare in albergo, sia pure a “mezza pensione”. Tale espediente si basa sulla consumazione di una gigantesca prima colazione “all’inglese”, che permette di ingerire fin dal mattino tutte le calorie necessarie per affrontare la giornata, che, grazie alla calura estiva, non richiede pasti troppo pesanti, ed anzi li sconsiglia. Anche sommando i proprietari di “seconde case” e i fruitori della “mezza pensione”, le spiagge rimangono comunque desolatamente vuote. A questo punto, per iniziativa di qualche stratega collocato nell’Ente Turismo, nell’Azienda Autonoma o in un Consorzio tra gli operatori del settore, si è fatto ricorso al classico espediente impiegato in tempo di guerra per trarre in inganno il nemico: nascondere le proprie perdite. Poiché i superstiti visitatori potevano contemplare lo squallido spettacolo degli ombrelloni chiusi, qualcuno ha ordinato di aprirli comunque. Visto da un drone, il panorama delle nostre spiagge può trarre in inganno il suo “pilota”, apparendo simile a quello che si contemplava nei tempi delle “vacche grasse”. Se l’osservazione viene però effettuata al livello del suolo, ci si accorge che sotto gli ombrelloni aperti giacciono le sedie a sdraio viceversa chiuse. Il nostro amico Riccardo Martini Sartorelli, subentrato al padre – il leggendario Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo – nella gestione dell’omonimo ristorante, ci informa che gli avventori hanno solo in parte rinunciato a consumarvi i loro pasti, riducendoli però a una sola portata. Anche qui si assiste a una dissimulazione: non già delle perdite – che il gestore non può nascondere – bensì del proprio “status” economico, inesorabilmente abbassato. Un altro espediente è stato adottato dai titolari di stabilimenti balneari. Costoro erano soliti affiggere cartelli che diffidavano i clienti dal portare con sé alimenti da consumare sulla spiaggia. Un noto gestore di Arma Taggia aveva addirittura ingaggiato un dipendente con mansioni di poliziotto privato, incaricato di smascherare tale infrazione. Costui, quando scopriva un trasgressore, lo obbligava a pagare la consumazione, pur non avendo acquistato “in loco” la classica “mezza minerale”. Ora però il chiosco viene dato in gestione a un appaltatore, il quale paga il titolare dello stabilimento obbligandosi a osservare un determinato orario di apertura e perfino a rifornirsi da una particolare marca di gelato. Il padrone dello stabilimento si astiene però dall’esigere che i clienti osservino la norma in base alla quale è vietata la consumazione di cibi e bevande acquistati altrove. Il povero gestore del chiosco – non potendo esigerne il rispetto – finisce così per essere rovinato. Vi è poi chi subappalta la stessa concessione demaniale, cosa espressamente autorizzata dal Codice della Navigazione. Tra albergatori, ristoratori, titolari di bar, bagnini e padroni dei chioschi, tutti quanti orbati di clienti, molti rimarranno vittime di una autentica strage, non avendo nemmeno recuperato le spese sostenute per affrontare la stagione, che per molti di costoro sarà l’ultima della loro esistenza. Perfino per i “playboys”, dediti a rimorchiare le turiste (specialmente tedesche) nelle località balneari, si profila un disastro: mancano infatti ormai anche le donne da corteggiare. L’alternativa costituita dalle crociere – oltre a risultare dispendiosa – può causare delle delusioni. Come asserisce il nostro amico Angelo Nuvolone di Taggia, autentico veterano dell’ambiente e poeta estemporaneo: “Le crociere sono cose buone, ma sono piene di tardone”. L’unico a credere nel turismo, con l’entusiasmo del neofita e con la cecità del fanatico, è il sindaco di Imperia, il quale crede di essere destinato a impersonare nella Storia un ruolo simile a quello di Maometto. Il Profeta, obbligando i propri seguaci a recarsi in pellegrinaggio almeno una volta nella vita alla Mecca, fece la fortuna della propria città, divenuta la meta più visitata nel mondo, che per giunta non soffre di abbassamenti congiunturali nelle cosiddette “presenze”. Analoga funzione hanno svolto tra i cristiani Bernadette Soubirous per Lourdes e suor Lucia Marto per Fatima, entrambe innalzate agli onori degli altari. Dubitiamo che il “Bassotto” possa nutrire una simile aspirazione. Egli assomiglia piuttosto ai veggenti di Medjugorje: la Chiesa lascia liberi i fedeli di credere o meno all’autenticità delle apparizioni; basta comunque chi li ritiene veridici per riempire gli alberghi. In previsione di un simile risultato, Scajola ha propagandato la “Pista Ciclabile” perfino in Giappone. In effetti, è necessario un atto di fede per credere nel fantomatico “sviluppo turistico” di Imperia.

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Per comprendere le caratteristiche assunte da qualche anno a questa parte dallo svolgimento delle “Ghjurnate Internaziunali” di Corte, che sembrano fortemente accentuarsi nella imminente edizione del 2025, occorre riepilogare brevemente le ultime vicende del Movimento Autonomista ed Indipendentista della Corsica, nell’ambito del quale si è determinata una frattura. Da una parte sono schierati tutti i raggruppamenti tradizionali, che compongono la Maggioranza nell’Assemblea Regionale e sostengono l’attuale Governo dell’Isola. Dall’altra parte si colloca un nuovo soggetto politico, denominato “Corsica Nazione”: essendo di recente costituzione, e non avendo dunque partecipato alle ultime elezioni, conta su di una sola rappresentante nell’Assemblea di Ajaccio, distaccatasi da una delle formazioni già esistenti, la quale si è distinta per il suo atteggiamento particolarmente battagliero e polemico. L’oggetto del contendere è costituito dal nuovo accordo stipulato tra la Regione e le Autorità Nazionali della Francia. Tale patto ha già superato l’esame del Consiglio di Stato, che verteva sulla sua legittimità, e deve ora passare al vaglio dell’Assemblea Nazionale di Parigi, la quale deve approvarlo con una maggioranza di almeno i tre quinti dei propri componenti. I Corsi potranno infine accettarlo o respingerlo esprimendosi in un apposito referendum. L’iter ricalca sostanzialmente quello stabilito in Spagna per l’introduzione e l’emendamento degli Statuti di Autonomia. È indubbio che tale condizione risulti rafforzata, venendo ampliata la competenza legislativa e amministrativa attribuita alla Regione. Anche se, la Corsica essendo un Ente Pubblico Territoriale – e non un soggetto componente una Federazione o una Confederazione – viene posto all’esercizio dell’autonomia il limite cosiddetto “verticale”. Esattamente come in Italia, dove le Regioni possono introdurre le proprie norme “nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato”. Il Movimento “Corsica Nazione”, oltre a dissentire dal contenuto dell’accordo – come vedremo più avanti – in base alle mancate attribuzioni di nuove e più ampie competenze, denuncia che quanto recentemente stipulato procrastina “sine die” l’auspicato esercizio dell’autodeterminazione. Peraltro, anche gli altri Movimenti considerano l’autodeterminazione come il punto di arrivo della loro azione politica. La sua realizzazione dipende però da due condizioni, su cui attualmente nessuno può influire. Una di esse è costituita dal ridisegno complessivo di tutti gli attuali confini dell’Europa Occidentale, che porti a superare e a riaggregare gli Stati nazionali esistenti. Ciò avverrà solo quando si produrranno le circostanze storiche che lo rendano possibile. In Europa Orientale, questo avvenne a partire dal 1989. Nel frattempo, l’unico obiettivo che si può conseguire consiste, per l’appunto, nell’ampliamento delle Autonomie e nella loro corretta ed efficiente gestione. Risulta dunque sbagliato affermare che un accordo come quello stipulato tra Ajaccio e Parigi allontani questo momento. Si tratta viceversa di un atto che, nei limiti del possibile, lo avvicina, anche se non sappiamo quanto si dovrà ancora attendere per raggiungere la meta. Sarebbe troppo lungo, oltre che praticamente impossibile, elencare tutte le conquiste raggiunte in Europa Occidentale dai diversi movimenti regionalisti. La loro utilità risulta evidente – a parte tutte le considerazioni di ordine giuridico – per due motivi: Aver arrestato, ed anzi rovesciato, la tendenza – propria degli Stati nazionali – a praticare l’assimilazione culturale. Aver formato nuove classi dirigenti, capaci di gestire un’autonomia sempre più ampia. Veniamo comunque alle obiezioni mosse dal Movimento “Corsica Nazione” all’accordo con la Francia. In primo luogo, si denuncia la mancanza di misure volte a favorire la cosiddetta “corsizzazione” dell’amministrazione pubblica, vale a dire il reclutamento del personale tra i soggetti autoctoni. Nel caso del Tirolo Meridionale, questo obiettivo è stato raggiunto, pur senza scalfire né il principio costituzionale di uguaglianza, né le prerogative proprie dello Stato. A Bolzano, infatti, si è adottato il metodo delle “quote”: a ciascun gruppo etnico si riserva una presenza proporzionale al numero dei componenti nei quadri dell’amministrazione pubblica. I relativi concorsi si svolgono di conseguenza nella rispettiva lingua. Dato che il corso è già da tempo inserito nell’insegnamento scolastico, si può esigere la sua conoscenza ai dipendenti pubblici, come avviene per il francese in Valle d’Aosta. C’è poi il problema costituito dal divieto, per i non residenti, di acquistare beni immobili. A questo riguardo, ricordiamo che non si possono porre limitazioni – in base ai Trattati europei – neanche agli stranieri cittadini di Paesi membri dell’Unione. In questo caso, comunque – salvo naturalmente nel caso che venga acquisita l’indipendenza – non si può ledere una competenza che rimane dovunque attribuita allo Stato. C’è infine la pretesa di limitare l’acquisizione della residenza da parte di cittadini francesi non originari della Corsica, e perfino l’esercizio da parte di costoro del diritto di voto nelle elezioni amministrative. Al riguardo, vale lo stesso discorso sviluppato a proposito del divieto di acquistare beni immobili. Porre oggi dei problemi di questo genere significa, comunque, pretendere di costruire la casa partendo dal tetto. Per giunta, i movimenti autonomisti ed indipendentisti devono evitare di cadere nella logica – a nostro avviso sbagliata – del “tutto o niente”. A parte il fatto che questa scelta conduce, in genere, a non ottenere nulla – e perfino a perdere le conquiste già acquisite – essa deriva dal non capire come la causa dell’autonomia, e quella stessa dell’autodeterminazione, si inseriscano nel processo di costruzione di una democrazia più solida ed avanzata in tutta l’Europa Occidentale. Questa causa accomuna gli autonomisti e gli indipendentisti con tutte le forze che contrastano l’attuale tendenza all’autoritarismo, che si manifesta anche, anzi soprattutto, nel ritorno al centralismo. Non si può dunque fare a meno di distinguere tra le forze politiche nazionali disposte a concedere un ampliamento delle autonomie e quelle che, viceversa, lo rifiutano per principio. Alla logica del “tutto o niente” si contrappone dunque quella del negoziato. Anche qui, ci asteniamo dal citare il lungo elenco di situazioni nelle quali questa scelta ha portato benefici concreti. Un’ultima annotazione riguarda il fatto – già notato l’anno scorso – che non saranno presenti a Corte molti movimenti autonomisti dell’Europa Occidentale, mentre ci saranno gli indipendentisti della Nuova Caledonia e degli altri cosiddetti “Confettis de l’Empire”. La loro causa è certamente rispettabile, ma si inquadra in tutt’altro contesto politico e giuridico. Nel loro caso, l’alternativa è tra rimanere delle prefetture d’oltremare o distaccarsi del tutto dalla Francia. Nel nostro, si tratta invece di continuare un processo che ha portato a progressi concreti e positivi. La rottura consumata nell’ambito dell’autonomismo corso riflette infine quella tra quanti credono che comunque “i nemici dei miei nemici siano miei amici”. Il che, nel caso dell’Europa di oggi, conduce – esattamente come la logica del “tutto o niente” – all’isolamento, o peggio, al rischio di criminalizzazione. Allearsi con Hamas comporta stabilire rapporti pericolosi con certi servizi segreti stranieri che puntano alla destabilizzazione – anche violenta – dell’Europa Occidentale. Partecipando, viceversa, alla sua difesa non soltanto si rafforza la democrazia – che costituisce l’ambito indispensabile per ogni ampliamento delle autonomie regionali – ma si sceglie anche la parte vincente. Occorre dunque chiarire fin da ora quale compenso si esige per il nostro apporto, che consiste nel prendere atto delle nostre rivendicazioni, nella certezza che verrà inevitabilmente il momento propizio per affermarle.

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Nel 1922, pochi mesi prima della “Marcia su Roma”, Mussolini e Balbo pranzarono insieme presso l’elegante ristorante “Cinzano” di Milano. Il “Ras” dell’Emilia, avendo espugnato uno ad uno tutti i comuni capoluogo della Valle Padana, intendeva scatenare l’offensiva finale per la conquista della capitale. Mussolini lo frenò, in quanto mancava ancora la seconda città più importante d’Italia, cioè la stessa Milano. Presa la “Capitale Morale”, nulla e nessuno avrebbe più potuto interporsi sulla strada dei fascisti. Poco dopo, gli squadristi scatenarono l’assalto a Palazzo Marino. Con dei risvolti tragicomici: il sindaco socialista Angelo Filippetti, prevedendo quanto sarebbe accaduto, aveva fatto barricare il portone del municipio. Non potendolo sfondare, i fascisti si servirono della scala mobile dei pompieri e penetrarono nell’edificio attraverso una finestra del “piano nobile”. Ora la storia si ripete, sia pure rovesciando l’ordine temporale degli eventi: il governo Meloni, ormai consolidato a Roma, parte alla conquista di Milano. Quando un suo esponente – scelto probabilmente da La Russa – si insedierà sullo scranno di sindaco, il nuovo potere potrà dirsi consolidato. Con questo, non intendiamo assolutamente insinuare che la procura ambrosiana abbia agito in nome e per conto della presidente del Consiglio. L’aspetto più grave della vicenda attuale consiste infatti precisamente nel fatto che la sinistra ha segnato un’autorete. Milano è sempre il laboratorio della politica nazionale. All’inizio degli anni Sessanta, il Partito Liberale annunciò la propria uscita dal governo se si fosse costituita una giunta di centrosinistra nel capoluogo della Lombardia. Quando ciò avvenne, gli eventi che avrebbero portato all’instaurazione del primo esecutivo nazionale appoggiato dai socialisti conobbero un’accelerazione. La Democrazia Cristiana decise in questo senso nel congresso di Napoli e subito dopo i ministri socialdemocratici e repubblicani si dimisero, annunciando che non avrebbero ripreso i loro posti se la maggioranza non fosse stata allargata ai seguaci di Nenni. Craxi iniziò la sua personale “Marcia su Roma” – confermando il detto di Marx secondo cui la storia si ripete, succedendo però alla tragedia la farsa – conquistando la Federazione Socialista di Milano. Una curiosa nemesi storica volle che le sue ruberie venissero scoperte iniziando proprio dal Pio Albergo Trivulzio. “Tangentopoli” segnò la fine del sistema di potere sorto nel momento stesso in cui il fascismo era caduto. Ora il nuovo regime si consolida definitivamente con la conquista di Milano, che qualche giorno fa era stata preannunciata dal figlio di Berlusconi, evidentemente informato di quanto stava bollendo in pentola. L’opposizione ha fallito non solo e non tanto essendosi lasciata corrompere, quanto piuttosto perché il suo maggiore partito ha dimostrato di non essere democratico, smentendo così la sua stessa denominazione. Per quanto riguarda gli aspetti penali della vicenda, è da notare come sia ritornata prepotentemente sulla ribalta politica una figura in auge negli ultimi anni della Prima Repubblica: quella del “brasseur d’affaires”. Che nella maggior parte dei casi risulta essere un ciarlatano e un millantatore. I craxiani inondarono a suo tempo l’Italia di personaggi che sarebbero stati curiosi e originali se non si fosse trattato di delinquenti. Costoro giravano la provincia vantando di essere reduci da una cena con il re dell’Arabia Saudita e di avere in calendario un imminente abboccamento con il presidente degli Stati Uniti. In genere proponevano l’acquisto di petrolio, anche ai poveretti che tutt’al più lo usavano per ricaricare l’accendino. Alla fine si accontentavano di qualche modesto affare, al livello degli “imbonitori di piazza” che si esibiscono nelle fiere. Un cognato (peraltro risultato autentico) di Craxi riuscì a rifilare al nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo un servizio di piatti di portata che, essendo tutti storti, non si potevano neanche impilare. Manfredi Catella non era invece un millantatore, dal momento che rappresentava effettivamente gli sceicchi del Qatar. Quanto agli uomini della giunta – sindaco, assessori e funzionari – non gli fu difficile comprarli, dal momento che non mancavano certamente i soldi per “ungere le ruote”. L’uomo era cresciuto sulle ginocchia di Ligresti, di cui suo padre fu stretto collaboratore. Tanto sarebbe bastato per mettere in guardia Sala, la cui faciloneria – dimostrata in occasione dell’Expo – è pari soltanto alla sua estraneità rispetto alla sinistra, che lo ha incoronato grazie alla sua fama di “manager” internazionale. Pur trattandosi di un piccolo industriale della Brianza, munito della classica “fabbrichetta”. Peccato sia morto Gino Bramieri, che lo avrebbe caratterizzato molto bene, il soggetto essendo simile al “Carugatti”, macchietta del “Cummenda” lombardo immortalata dal comico milanese. Poiché comunque vale sempre il principio di presunzione di innocenza, limitiamo la nostra analisi al significato politico della vicenda. Quando anche tutti gli imputati fossero assolti con formula piena, ci domandiamo in primo luogo se un’idea dello sviluppo urbanistico di Milano basata sulla trasformazione della città in un’unica grande zona residenziale destinata ai ceti più abbienti possa corrispondere con l’ispirazione e con il programma di una forza politica che si ispira a Filippo Turati. In secondo luogo, vorremmo sapere se questa scelta, compiuta dalla giunta comunale, sia mai stata discussa in una qualsiasi istanza rappresentativa interna del partito. Essa ha peraltro coinvolto perfino l’estrema (!?) sinistra. Trattandosi della capitale economica e “morale” (?) dell’Italia, avrebbe dovuto dire la sua anche la dirigenza nazionale del partito, che ora non invita Sala a dimettersi, ma neanche lo presenta come un innocente perseguitato, accumulando gli svantaggi derivanti da ciascuna di queste due opzioni. La Schlein dimostra tutta la sua inadeguatezza: si tratta di un’esibizionista, capace solo di partecipare ai cortei (preferibilmente degli omosessuali) e di gridare slogan nei comizi. La realtà è che al Nazareno non si sa assolutamente nulla di quanto avviene nelle “cento città” d’Italia. Anni or sono, venimmo accolti al cospetto del responsabile del “Territorio”, il quale esordì domandandoci in quale regione si trovasse Imperia. Nel tempo in cui vigeva il “centralismo democratico”, mutuato dai bolscevichi, era bastato garantirsi l’appoggio del segretario della federazione perché la consorteria della selvaggina non solo fosse lasciata libera di fare ciò che le conveniva, ma anche perché fagocitasse l’intero partito. Ora che vige teoricamente la più ampia democrazia interna, succede addirittura di peggio, Milano essendo anch’essa dominata da un “partito trasversale”. Quanto accaduto a Genova, dove Burlando negoziava a nome dei Democratici con Toti e Signorini sul panfilo di Spinelli, si è ripetuto nel capoluogo della Lombardia, dove Manfredi Catella rappresentava il partito presso gli sceicchi senza neanche essere iscritto. Il risultato è, in entrambi i casi, il consolidamento del potere della destra. Se lo sviluppo della città è deciso tenendo unicamente conto degli interessi degli speculatori stranieri – il “Bosco Verticale” del grande Boeri rimane comunque di loro proprietà – tanto vale che l’amministrazione venga esercitata direttamente da questo settore sociale. Quanto ai lavoratori, non ne abbiamo mai visto uno avvicinarsi al Nazareno, nei cui pressi passeggiavamo ogni sera durante la nostra “ora d’aria”, trovandoci a Roma. In cambio, vedevamo sempre un via vai di elegantissime prostitute di alto bordo, di cui si diceva fossero le amanti dei dirigenti, regolarmente piazzate nei posti di sottogoverno. Se dovesse venire la rivoluzione, non farebbe nessuna differenza tra la maggioranza e l’opposizione.

…a realtà è che al Nazareno non si sa assolutamente nulla di quanto avviene nelle “cento città” d’Italia. Anni or sono, venimmo accolti al cospetto del responsabile del “Territorio”, il quale esordì domandandoci in quale regione si trovasse Imperia. Nel tempo i…

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La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un aggiornamento dei criteri con cui viene governata la “barca di Pietro”, quanto la tendenza ad assecondare certi mutamenti nell’assetto internazionale. Quando venne eletto Giovanni Paolo II, nessuno – salvo chi aveva una conoscenza diretta e approfondita della realtà dell’Europa orientale – poteva immaginare il crollo del sistema comunista. Che, in effetti, rimase apparentemente immutato ancora per un decennio, nel corso del quale non mancò chi giunse a prendersi gioco del Pontefice. Il quale, secondo costoro, si era rivelato non soltanto un illuso, ma anche un ingannatore, avendo coinvolto molte altre persone nella propria convinzione. Poi venne il crollo del Muro di Berlino. In altri casi, l’elezione del papa avviene quando la crisi è ormai imminente. Come abbiamo ricordato molte volte, fu così nel 1914 e poi nel 1939. Ci è venuto spontaneo, nel maggio scorso, associare a queste date l’avvento di Leone XIV, il quale ha assunto in effetti la guida della Chiesa poco prima che scoppiasse un’altra guerra in Medio Oriente, rendendo sempre più evidente che l’Occidente deve affrontare la tendenza espansiva propria dell’Islam. Non certo per bandire una nuova crociata, come fece Urbano II a Clermont nel 1095, ma rafforzando l’identità cristiana. Nessuno prevedeva però l’imminente dissoluzione dell’Occidente quale entità politica. Cioè quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo mese di luglio, quasi senza dare a Leone XIV il tempo necessario per familiarizzarsi con il suo nuovo incarico. Aveva visto giusto Massimo Cacciari quando intravedeva la tendenza – che l’ex sindaco attribuiva al settore anglosassone della Chiesa, e cioè alla sua componente nordamericana – a perseguire un progetto che egli definiva “carolingio”. Cioè a compattare una sorta di nucleo forte del cristianesimo, incentrato su quelle terre – e su quei popoli – che avevano costituito per l’appunto il Sacro Romano Impero. Questa entità ebbe precisamente in Carlo Magno il suo fondatore, ma non avrebbe potuto definirsi né come “sacro”, né tanto meno come “romano”, senza la solenne incoronazione del suo sovrano, che avvenne in San Pietro la notte di Natale dell’anno 800. Chi aveva concepito il disegno storico di cui questo atto costituì la manifestazione visibile dai popoli cristiani del nostro continente? Carlo Magno fu certamente un grande della storia, ma le sue ambizioni si sarebbero concretizzate soltanto nella costituzione di un regno, sia pure esteso su entrambe le rive del Reno, se non fosse stato per l’appunto beneficiato dal gesto del papa. Lasciamo agli storici la risposta alla domanda su quale tra le due autorità – quella spirituale e quella temporale – abbia deciso di promuovere questa alleanza e questa unione. Se consideriamo l’attualità, vediamo come il papa sia rimasto – a causa del conflitto irreversibile scoppiato tra le due parti dell’Occidente – l’unica autorità la cui estensione comprende ambedue gli ambiti territoriali che lo compongono: quello europeo e quello nordamericano. Il fatto che il Pontefice provenga dagli Stati Uniti riveste un significato ulteriore: la Chiesa non vuole che la deriva presa dalla sponda occidentale dell’Atlantico possa giungere a rescindere il legame spirituale con la sua sponda orientale. Trump può litigare con l’Unione Europea fino al punto di causarne l’irrilevanza, ma non potrà mai opporsi al connazionale installato in Vaticano. Non soltanto per motivi connessi con gli equilibri politici interni agli Stati Uniti, ma soprattutto perché non può negare l’appartenenza del suo Paese all’ambito giudaico-cristiano. Il presidente non ha infatti mai messo in discussione l’appoggio a Israele, che costituisce – insieme con il Vaticano – l’altro punto di riferimento spirituale dell’America. Gerusalemme e Roma rimangono le capitali la cui autorità – nell’ambito religioso – continua a essere riconosciuta. Se l’America può muovere guerra contro l’Europa, contando sulla propria autosufficienza energetica e alimentare, nel nostro continente si apre un vuoto di potere dalle conseguenze imprevedibili. L’Europa non può naturalmente gettarsi nelle braccia dell’Islam, della Russia o della Cina, in quanto perderebbe la propria stessa identità. Essa peraltro non dispone né delle risorse materiali, né degli strumenti politici che le permettano di difendersi. Le manca però soprattutto la volontà necessaria. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli abitanti del nostro continente presero semplicemente atto – sia pure con soddisfazione – della volontà dell’America di farsi carico di questa necessità. Ora essi si trovano nella condizione di chi è rimasto improvvisamente orfano, o è stato abbandonato. Nel qual caso sopravvive soltanto chi ha già sviluppato una volontà propria, che a sua volta può esistere quando si è coscienti della propria identità. Quanti l’hanno definita in termini di dipendenza dall’America – i cosiddetti “oltranzisti atlantici” – sono improvvisamente ammutoliti. Tacciono, a maggior ragione, quanti devono la loro carriera agli americani, come è la signora Meloni, la quale si limita a dire che bisogna trattare sui dazi. Che cosa facciamo, però, se non riusciamo a convincere Trump ad abbassarli? Tra chi ha scelto di essere la “quinta colonna” dei nemici dell’Occidente, e dunque vede nella sua divisione l’occasione propizia per attendere l’arrivo dei musulmani, dei russi o dei cinesi, e chi viceversa crede soltanto nella dipendenza dallo Zio Sam, manca una terza opzione, che diviene oggi l’unica praticabile, ed è quella rappresentata dagli autentici patrioti europei, che non immaginano il continente come un’entità ostile agli altri grandi soggetti della politica internazionale, ma potrebbero cogliere l’occasione per rivendicarne l’indipendenza. È già successo altrove che i dominatori lasciassero all’improvviso un Paese fino a quel momento sottoposto a loro, e dunque in sostanza governato dall’esterno. A questo punto, i sudditi hanno dovuto provvedere a sé stessi. Certamente, la fase che si è aperta con i famosi “dazi al trenta per cento” sarà caratterizzata dalla confusione politica e dalle tentazioni autoritarie derivanti da una situazione sociale disastrosa, che tuttavia ci fornisce l’occasione per governarci come vogliamo, e soprattutto per riscoprire e affermare la nostra identità. Nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Monaco di Baviera – che è un monaco benedettino – ha ricordato l’attualità della “Regola”, redatta dal fondatore nel V secolo, nel momento, cioè, in cui cadeva l’Impero romano ed iniziava il Medioevo. Questo documento si presta a molte e diverse chiavi di lettura. Se però lo consideriamo come una sorta di atto costitutivo dell’Europa, lo si deve al fatto che esso fornisce un metodo per governare la povertà, traendone certamente spunto per l’arricchimento spirituale, come anche per la solidarietà nella ripartizione delle risorse, che costituì allora, e può costituire oggi, il fondamento per una ricostruzione su nuove basi della società. Il papa rimane oggi l’unica autorità riconosciuta da tutto l’Occidente, ma soprattutto in grado di ispirare la costruzione dell’Europa unita. I burocrati di Bruxelles hanno fallito in questo compito, in quanto non si sono mai curati di definire l’identità del continente, credendo viceversa di poter costruire la sua unità contando soltanto sulla crescita economica. Costoro si trovano oggi completamente spiazzati, perché anche questo presunto fondamento è venuto a mancare. Non esiste però un soggetto politico in grado di corrispondere, nella sfera temporale, al disegno delineato e alla funzione assunta dal papa, che attende invano l’arrivo di un nuovo Carlo Magno, calato su Roma per ricevere l’incoronazione. Pio XII rimase l’unica autorità effettiva sopravvissuta nell’Italia del 1943. Pacelli non ne approfittò per ricostituire il potere temporale, limitandosi a influenzare fortemente gli indirizzi dello Stato nel dopoguerra. Oggi il papa si trova in una situazione analoga rispetto all’Europa. Il nostro continente non uscirà dalla sua crisi restaurando il Sacro Romano Impero, cioè attraverso la consacrazione dell’autorità civile. Occorre però sacralizzare la responsabilità che l’esercizio di questa autorità inevitabilmente comporta. Non si deve costituire né una teocrazia, né uno Stato confessionale, ma è inevitabile che la fede torni a ispirare l’esercizio del potere.

La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un a…

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Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno dei suoi romanzi — ambientato nel periodo fascista — come il Regime illuse molti giovani meridionali, facendogli credere che il problema della riforma agraria sarebbe stato risolto grazie alla guerra in Abissinia. Per quella guerra tanti poveri ragazzi si arruolarono come “volontari”, trovandovi sovente la morte. La distribuzione ai contadini delle terre appartenenti ai latifondisti, naturalmente, non avvenne. Si fece tuttavia credere ai poveri “cafoni” del Sud che le avrebbero ottenute precisamente in Etiopia, naturalmente dopo averla conquistata. Lo stesso inganno viene oggi consumato ai danni dei nostri titolari di imprese, i quali, non essendo poveri analfabeti diseredati, potrebbero fare a meno di cadervi. Costoro dimostrano invece un’ingenuità veramente incredibile, simile a quella esibita dagli industriali della nostra provincia, accorsi — come abbiamo più volte ricordato — ad applaudire chi annunciava loro la fine della libertà di intrapresa, compensata però dalle commesse di Stato. A queste commesse, ad alcuni viene gentilmente concesso il mercato interno, mentre quelle per la “ricostruzione” dell’Ucraina dipendono dall’andamento delle operazioni militari, nelle quali comunque si getterà anche l’Italia, partecipando alla “Coalizione dei Volenterosi”. Cavour, mandando i Bersaglieri in Crimea, si proponeva di qualificare il Piemonte come rappresentante del futuro Regno d’Italia. Il conte riuscì nell’impresa in quanto la storia procedeva in direzione dell’affermazione degli Stati nazionali. Oggi, però, lo zeitgeist ha preso la direzione esattamente contraria, come paradossalmente dimostra la stessa vicenda dell’Ucraina, la quale non si considera più una regione della Russia e proprio per questo aspira all’indipendenza. Gli imprenditori italiani hanno evidentemente dimenticato — se mai l’abbiano imparata nei loro studi universitari — la lezione impartita da un grande studioso del diritto commerciale, il quale affermava che in tempo di guerra si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti, il che esige la nazionalizzazione, per l’appunto, delle attività produttive. Quanti saranno “embedded” in Ucraina dovranno obbedire agli ordini impartiti dallo Stato Maggiore. “L’intendance suivra”, diceva per l’appunto De Gaulle, il quale non era a caso un militare di carriera. Ai nostri imprenditori è riservata piuttosto la funzione della sussistenza. Durante la guerra, il Regime stabilì il cosiddetto “Ammasso del grano”, nonché di altri prodotti agricoli. Quello della barbabietola da zucchero continuò a lungo dopo la Liberazione, finché venne abolito il monopolio di Stato. Alcuni gerarchi si arricchirono illecitamente, rivendendo una parte del grano tolto ai coltivatori sul cosiddetto “mercato nero”, che in simili circostanze diviene inevitabile. Altri, essendo persone oneste, gestirono l’ammasso correttamente. Certi giovani economisti della Lega non sarebbero capaci neanche di questo, ma tale limite non sembra intaccare le loro ambizioni. Non si può affrontare un conflitto senza adottare tutte le misure connesse con l’economia detta per l’appunto di guerra. Pare invece che la spartizione delle cariche, presenti e future, avvenga — da parte della Destra — con l’allegra noncuranza propria dei periodi di “vacche grasse”, che sono però destinate a dimagrire.

Vale la pena ritornare sul tema della “Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina”, ed in particolare sul ruolo di “claqueur” attribuito in tale circostanza alla foltissima rappresentanza dei nostri imprenditori. Ignazio Silone ricorda, in uno…

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Lo Stato italiano assomiglia a quegli abitanti delle metropoli del Terzo Mondo che ogni mattina, al risveglio, devono inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario. Essendo naturalmente privi di una fonte di entrate regolare, sono dediti dunque ai cosiddetti “lavori irregolari”: per cui si affannano intorno ai semafori, intenti a vendere giornali, bibite e generi alimentari. Nel giro di pochi giorni, i leghisti hanno dapprima annunciato un aumento dei pedaggi autostradali, per poi smentirlo nel giro di poche ore. Pretendendo per giunta che i cittadini fossero grati per aver loro evitato una maggiore spesa. Deliberata, guarda caso, proprio dai seguaci di Salvini. Un altro ex separatista, cioè Giorgetti, ha parlato davanti alla platea degli assicuratori, incaricandoli di redigere essi stessi la nuova legge regolatrice della loro attività. L’esecutivo rinuncia dunque a mediare tra gli interessi degli erogatori del servizio e i suoi utenti: i venditori di polizze avendogli conferito il proprio suffragio. Il ministro ha però lamentato che i titolari di agenzie di assicurazioni, dovendo indirizzare i clienti verso investimenti che preservino e possibilmente incrementino i loro risparmi, consiglino l’acquisto di buoni del tesoro tedeschi. Ritenendoli naturalmente più sicuri di quelli italiani. Se gli assicurati faranno rientrare in patria il proprio denaro, comprando viceversa dei titoli del tesoro nazionale, il governo chiuderà in cambio tutti e due gli occhi sulle loro evasioni fiscali. Un altro esponente dell’esecutivo ha infine prospettato che l’iscrizione alla mutua malattie sia considerata obbligatoria e a pagamento. Poiché però molti cittadini non sono in grado di sopportare questa spesa, verrà piuttosto istituito un onere. A chi sarà portato in ospedale – anche se in stato di incoscienza – verrà chiesto di esibire la polizza di assicurazione contro le malattie. Come avviene negli Stati Uniti d’America. Qualora non la possegga, gli verranno rifiutate le cure. I poveri disgraziati continueranno di conseguenza a non pagare, condannandosi a morte qualora si ammalino. I più ricchi preferiranno invece contrarre un’assicurazione privata, che permetterà loro di essere curati nelle cliniche di lusso. Non si calcola né l’aumento di prezzo delle merci trasportate “su ruota”, né il danno sociale – che ha logicamente il suo costo economico – derivante dall’aumento delle morbilità: per non parlare delle conseguenze causate dalle malattie sulle attività lavorative. L’importante è trovare quattro soldi per tirare a campare. Facendo fronte alla spesa corrente. Vale a dire mantenendo l’esercito composto dai dipendenti dello Stato e degli altri enti pubblici, nonché dai pensionati detti “di lusso”. Cui si deve aggiungere la truppa di complemento composta dai finti liberi professionisti che in realtà sono tali solo formalmente. In quanto lavorano soltanto per le amministrazioni pubbliche. Come i solerti avvocati cui si rivolge il nostro sindaco quando sta per intraprendere una manovra spericolata, e si tutela con un “parere” che naturalmente attesta in anticipo la liceità e la legittimità del suo operato. Non essendo però vincolante per l’autorità giudiziaria. Un altro espediente consiste nel destinare alla spesa corrente i fondi elargiti dall’Unione Europea per altri fini. I gerarchi di Bruxelles si sono però tutelati da tale abuso, facendo sottoscrivere a tutti gli Stati membri dell’Unione un trattato che riconosce la competenza della Procura Europea per i reati di cui l’Unione risulta parte lesa. Sarà dunque difficile fermare l’azione penale già promossa contro il nostro sindaco. Il fatto che ciò sia avvenuto all’insaputa della persona riguardata non è influente. L’indagato viene infatti avvertito quando si compie il primo adempimento processuale che richiede la partecipazione sua o dei suoi difensori. Il primo cittadino passò alla storia quando gli venne regalato un immobile “a sua insaputa”. Le donazioni di tali beni esigono l’accettazione di chi le riceve, che deve esprimerla mediante un atto notarile. L’inconsapevolezza di quanto avvenuto non era dunque sostenibile. Dulcis in fundo, le cronache ci informano che i componenti del Consiglio di Amministrazione della “Rivieracqua” richiedono un aumento dei loro emolumenti, tale da equipararli agli omologhi delle società a capitale privato. Malgrado la norma di legge che stabilisce un “tetto” per tali compensi. I poveri utenti penseranno naturalmente che gli aumenti delle tariffe non vengano impiegati per tappare i buchi nei tubi dell’acquedotto, bensì per ingrassare questi signori. L’ingresso di soci privati fu salutato come un evento foriero di nuovi investimenti, che però non si sono mai visti. In realtà, questa operazione avvenne in parallelo con un’altra, cioè la trasformazione in azioni dei crediti vantati dal Comune di Imperia nei confronti della vecchia azienda erogatrice. Lo stesso trattamento non venne però disposto per gli altri comuni, anch’essi creditori. I quali videro invece azzerato il proprio credito. Sommando le azioni di cui è titolare il Comune di Imperia e quelle acquistate dai privati, provenienti dal lontano Molise, la maggioranza assoluta nell’assemblea dei soci fu così garantita alla componente “bassotta”. Che procederà ora all’aumento dei compensi pagati ai propri e agli altrui rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione. Rischiando tutt’al più delle osservazioni da parte della Corte dei Conti. Tale organo può rifiutare la registrazione di un atto emanato da un ente pubblico. Esso non può viceversa impedire che produca i suoi effetti giuridici un atto compiuto da un soggetto di diritto privato. Rimane soltanto la possibilità che la magistratura inquirente rilevi in tale comportamento un profilo penale. Se un privato entra nella gestione di un servizio pubblico, si sente inevitabilmente puzza di bruciato. L’erogazione di tali servizi non deve infatti essere finalizzata a realizzare un guadagno. Come è invece perfettamente lecito e naturale nelle normali attività imprenditoriali. Naturalmente, gli amministratori devono evitare il dissesto dei soggetti erogatori. Se però essi sono motivati a entrare nel “business” dalla ricerca di un profitto, finiscono o per trascurare la quantità e la qualità delle prestazioni, o addirittura per cadere nell’illecito, pur di realizzare un guadagno. La vicenda di “Rivieracqua” conferma puntualmente questa regola. Peccato che non se ne siano accorti i rappresentanti dell’opposizione, espressi dai comuni amministrati dalla sinistra. La quale dovrebbe tutelare gli interessi dei cosiddetti “ceti popolari”. Cui però non appartengono i rappresentanti della grande proprietà edilizia, né gli altrettanto grandi commercialisti. I quali detengono la “leadership” di tale parte politica in sede locale.

…stimenti, che però non si sono mai visti. In realtà, questa operazione avvenne in parallelo con un’altra, cioè la trasformazione in azioni dei crediti vantati dal Comune di Imperia nei confronti della vecchia azienda erogatrice. Lo stesso trattamento non venne…

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Approfittiamo di un contatto indiretto con il Sindaco per capire come il Primo Cittadino di Imperia abbia affrontato i colloqui celebrati a Nizza con il suo Collega Estrosi, quale sia la sua valutazione dei temi trattati, ma soprattutto quale posizione egli intenda assumere sui rapporti transfrontalieri

…o di un contatto indiretto con il Sindaco per capire come il Primo Cittadino di Imperia abbia affrontato i colloqui celebrati a Nizza con il suo Collega Estrosi, quale sia la sua valutazione dei temi trattati, ma soprattutto quale posizione egli intenda assume…

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La seconda uscita pubblica del movimento "free vax" (l'etichetta di "no vax" viene sdegnosamente respinta, dal momento che alcuni dei suoi stessi dirigenti sono stati inoculati con tre dosi, e lo dichiarano apertamente) nella centrale Piazza Colombo di Sanremo eguaglia praticamente il numero di partecipanti della prima uscita. Il successivo concerto di Povia raccoglie ben millecinquecento spettatori, ma qui c'entra l'impegno civile. I quasi quattrocento che assistono al comizio vengono inoltre da tutta la provincia: sono rappresentate Ventimiglia ed Imperia.

…sistono al comizio vengono inoltre da tutta la provincia: sono rappresentate Ventimiglia ed Imperia. Gli oratori non mettono l'accento - come avveniva in precedenza - sugli argomenti scientifici contrari all'impiego dei vaccini, per non essere accusati di parl…

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Palmiro Togliatti si macchiò del torto storico di avere ridotto la tattica, a mero espediente elettoralistico. Il grande progetto gramsciano dell'egemonia ed il risultato di questo svilimento portò - dopo gli effimeri fasti degli Anni Settanta - al fallimento storico del suo partito. Se infatti l'egemonia consiste nella capacità di interpretare e rappresentare l'interesse generale, il compito di una forza politica non consiste nel fare la somma aritmetica dei motivi di malcontento, bensì nel compierne la sintesi. Che è mancata a livello nazionale, ma è invece riuscita in alcune realtà regionali, cioè in Emilia ed in Toscana. Dove il partito ex comunista che altrove si è ridotto alla rappresentanza dei dipendenti pubblici - e cioè dei garanti - ha assunto la guida dei ceti produttivi. E, di conseguenza, ha vinto le elezioni.

…lici - e cioè dei garanti - ha assunto la guida dei ceti produttivi. E, di conseguenza, ha vinto le elezioni. Landini viene porecisamente dall'Emilia, ma non incarna il tipo del dirigente delle cooperative risalenti a Camillo Prampolini. Gli manca la cultura (…

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Tra i maestri che ricordiamo con più affetto e riconoscenza, quello di maggiore statura morale ed intellettuale è stato certamente il dottor Giovanni Battista "Titta" Novaro, cui toccò presiedere la Provincia di Imperia nel momento tragico del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro. Poco dopo, il dottor Novaro sarebbe morto anch'egli durante il suo mandato, stroncato dalla fatica e dall'impegno profuso per il bene comune. Prima di quei giorni terribili, avevamo pregustato, incontrandoci molto sovente per via dei nostri rispettivi incarichi, il momento in cui Moro avrebbe cooptato nel Governo il partito comunista, così permettendo all'Italia di raggiungere quell'equilibrio che il nostro Paese non ha più trovato. Per questo, ritenemmo entrambi che le lettere inviate da Moro quando era tenuto in ostaggio, in cui egli ammoniva su quanto sarebbe accaduto, non fossero apocrife, nè coartate.

…te il dottor Giovanni Battista "Titta" Novaro, cui toccò presiedere la Provincia di Imperia nel momento tragico del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro. Poco dopo, il dottor Novaro sarebbe morto anch'egli durante il suo mandato, stroncato dalla fatica e da…

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La nota più dolente tra quante risuonano dopo la bocciatura del disegno di legge Zan (un ex leghista dedito al culto del "dio Po", il che spiega la sua avversione nei riguardi delle religioni monoteistiche), riguarda le condizioni in cui è ridotta la "sinistra". A tale parte politica quanto è accaduto al Senato appare ben più grave che se avesse perso le elezioni amministrative: a "La Repubblica" mancava soltanto l'edizione listata a lutto, come fa "L'Osservatore Romano" quando muore il Papa.

…e parte politica quanto è accaduto al Senato appare ben più grave che se avesse perso le elezioni amministrative: a "La Repubblica" mancava soltanto l'edizione listata a lutto, come fa "L'Osservatore Romano" quando muore il Papa. I cosiddetti "progressisti" ha…

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Due importanti notizie hanno animato nei giorni scorsi la vita della nostra città di Imperia Oneglia. La prima, clamorosa, è quella della conversione all'Islam del Commendator Luigi Ivo Bensa, il quale ha assunto il nome musulmano di Mohammed Bensa.

…ano. Questo è il motivo per cui ho deciso di lasciare tutti imiei beni alla Comunità Islamica di Imperia, guidata dall'amico Imam Hamza Piccardo, uomo di grande spessore e prestigio, qualità che è inutile ormai ricercare nei dirigenti del Comitato Olimpico e d…

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L'articolo con cui Ezio Mauro, su "La Repubblica" del sei aprile, analizza la politica estera della Russia, contiene due affermazioni che ci permettiamo di non condividere. In primo luogo, l'autore afferma che gli occidentali sbagliano ritenendo la Russia declassata irrimediabilmente al rango di una potenza regionale in quanto essi non tengono conto di come la sua dimensione imperiale non sia "una sovrastruttura dello stalinismo, ma un elemento della natura russa, qualcosa di insopprimibile in quanto eterno". Mauro identifica inoltre l'ispirazione dell'attuale politica estera russa "con la teorizzazione putiniana dell'autoritarismo come cultura politica e istituzionale figlia perfetta dei tempi, dopo la stagione esausta della democrazia".

…una potenza regionale in quanto essi non tengono conto di come la sua dimensione imperiale non sia "una sovrastruttura dello stalinismo, ma un elemento della natura russa, qualcosa di insopprimibile in quanto eterno". Mauro identifica inoltre l'ispirazione del…

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Vannacci, destra radicale e Campo Largo: due estremismi a confronto

…o nome, ricordando il tradizionale “Duce, Duce!” – non possiamo ancora prevederlo. Può essere che Vannacci voglia inserirsi nella coalizione di governo, la quale può sperare di vincere le prossime elezioni soltanto se sarà disposta a imbarcarlo, pagando il pre…

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Lettera aperta sulla decadenza politica e morale della sinistra locale

…li avvoltoi) a dare man forte al nostro “Partito della Selvaggina”. Non ci si deve dunque meravigliare se si è arrivati al punto in cui siamo. Ho tralasciato di commentare, nei giorni scorsi, l’esito delle elezioni provinciali. L’accoppiata tra il nostro Sinda…

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Astensione elettorale e crisi del sistema: chi sono i veri tutelati

…elusa dalle promesse elettorali, vuoi perché appoggia il candidato perdente, vuoi perché quello vincente non mantiene la parola. Ad Imperia, un posto di vigile urbano, di bidello, di netturbino o di becchino – categoria, quest’ultima, ulteriormente frazionata …

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Caro Amico,

…io perit”: negli anni del Partito Trasversale detto “della Selvaggina”, i Comunisti di Imperia entravano con perfetta scelta di tempo nelle contese interne alla Democrazia Cristiana per far pendere la bilancia dalla parte dei loro soci in affari. Ieri sono sta…

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Caro Amico,

…le – io non dubito della sua buona fede – ma commette un errore che gli può risultare fatale. Consistente nell’accogliere tra i propri alleati chi lavora per l’obiettivo esattamente opposto. Per cui delle due l’una: o non riesce a comporre la coalizione, oppur…

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Narra la leggenda che il capostipite dei Rotschild abbia creato la fortuna della sua famiglia - mediante i giochi di Borsa - essendo stato informato per primo, grazie ad un piccione viaggiatore, della sconfitta di Napoleone a Waterloo.

…ioni basandosi sulla imminente caduta dell’Imperatore, così Scajola ha bruciato sul tempo i concorrenti, preparandosi prima di loro alle Elezioni Regionali. Rimane da stabilire soltanto da che parte collocarsi. Questo, però, è un dettaglio che potrà esssere re…

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I Servizi di “Intelligence” occidentali, così come le redazioni dei grandi mezzi di informazione, avevano inventato una scienza tanto astrusa da non avere neanche una specifica denominazione, consistente nel decifrare che cosa stava succedendo nella dirigenza comunista cinese in base a quali suoi componenti apparissero nelle fotografie ufficiali, come pure in base alla loro vicinanza o lontananza fisica dal Capo supremo.

…cietà Civile” in tanto avrebbe potuto emergere in quanto il Partito fosse stato in grado di stabilire con essa un rapporto. Il Partito, però, non esiste: come dimostra la squallida vicenda delle Elezioni Comunali di Genova, in cui il malcapitato Dello Strologo…

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