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Risultati per “estremismo di destra”

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Vannacci, destra radicale e Campo Largo: due estremismi a confronto

…iche. Il Movimento Sociale si divideva – e la dialettica tra queste due anime degenerava a volte nello scontro fisico tra “camerati” – tra il perbenismo di Michelini e l’estremismo “nostalgico” di Almirante. Giunto alla guida del Partito, costui si convertì pe…

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Politica e società

Vannacci, Futuro Nazionale e la radicalizzazione della destra italiana

Nelle città di provincia, dove il cinema era l’unico divertimento, un tempo si faceva un gioco di società consistente nel soprannominare le persone con i titoli dei film. Il generale Vannacci, per definire se stesso e i propri seguaci, ha scelto “Quella sporca…

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La “Giornata Mondiale della Gioventù” si è conclusa offrendo un’ulteriore dimostrazione dell’influenza della Chiesa. Che non si manifesta, peraltro, solamente con la capacità di riunire centinaia di migliaia di persone intorno al Papa, potendo contare anche sull’espressione di una propria cultura, nonché sul prestigio di tanti vescovi e sacerdoti. Per non parlare del fatto che la Santa Sede dispone – a differenza di altre confessioni religiose – di una propria diplomazia, essendo munita di personalità giuridica di diritto internazionale. Ciò le consente di disporre di informazioni di prima mano sulla realtà di tanti Paesi. Rimane tuttavia un problema: come impiegare tutta questa forza e tutta questa influenza. Qui le possibilità variano a seconda delle situazioni. L’anteriore Pontefice aveva costituito, in seno al Sacro Collegio dei Cardinali, un’apparente amplissima maggioranza composta da “terzomondisti”. Al momento di scegliere il nuovo Papa, la gran parte di questi porporati ha dovuto però tenere conto della propria situazione economica. Che si può riassumere brutalmente in questi termini: praticamente tutte le Chiese extraeuropee dipendono dall’Occidente. L’aiuto di cui esse hanno necessità per proseguire non soltanto la propria azione di assistenza, ma anche la normale vita religiosa, proviene infatti dall’Europa e dall’America settentrionale. Lo prova il fatto che le spese necessarie per la riuscita del grande raduno di Tor Vergata sono state sostenute dal governo italiano. La Meloni non ha perso l’occasione per far valere tale contributo. Invece di congratularsi con il Papa per il consenso di cui Prevost ha indubbiamente manifestato di godere, la Presidente del Consiglio si è compiaciuta per il perfetto funzionamento di una gigantesca ed efficiente macchina organizzativa predisposta e gestita dalle autorità dello Stato. Gli svenimenti a catena hanno messo in luce i suoi aspetti sanitari, evitando che un collasso facesse schiattare qualche partecipante. Si ripete – sia pure “mutatis mutandis” – la situazione successiva al 1929. Anche allora venne celebrato un Giubileo, quello della “Redenzione” del 1933. In tale circostanza, il Tribunale Speciale erogò l’unica condanna a carico di oppositori cattolici del regime. Piero Malvestiti – futuro dirigente della Democrazia Cristiana – ed alcuni suoi compagni, componenti il cosiddetto “Movimento Neoguelfo”, vennero processati per avere distribuito ai pellegrini dei volantini critici nei confronti di Mussolini. La denominazione di questo sparuto gruppo di animosi, facendo riferimento per l’appunto ai Guelfi, rivelava che la Chiesa – ridottasi a costituire uno dei tanti movimenti di massa creati per promuovere e incanalare il consenso – vedeva affermarsi precisamente l’ideale dei Ghibellini, i quali volevano il potere spirituale subordinato a quello dello Stato. Non è un caso che sia stata pubblicata, in contemporanea con l’evento di Tor Vergata, un’intervista del cardinale Ruini, il quale invita bruscamente i figli di Berlusconi – in realtà solo Pier Silvio manifesta delle velleità politiche, mentre Marina si occupa più sagacemente delle aziende di famiglia – a “non disturbare il manovratore”, cioè la Meloni, di cui il cardinale rileva che non è cattolica. Mussolini, da parte sua, non rinnegò mai il proprio ateismo, mentre la Signora della Garbatella è neopagana. Come Tolkien, cui deve la propria formazione ideologica. Ruini rileva però che la Meloni ha delegato la propria azione politica, nel campo dei rapporti con la Chiesa, a Mantovano, il quale è viceversa un cattolico praticante, che ha avuto in precedenza occasione di collaborare direttamente con la Santa Sede. I giovani venuti a Roma dal “Terzo Mondo” scontano la stessa situazione in cui si trovano i loro pastori, che in alcuni casi – soprattutto in ambito islamico, ma non solo – è di aperta persecuzione. Per cui le comunità cristiane devono non soltanto fare appello alla generosità dell’Occidente per sopperire alle proprie necessità materiali, ma anche per richiedere un minimo di protezione. Che a volte, però, viene inopinatamente lesinata. Mentre i cardinali Pizzaballa e Parolin si indignano per la morte di tre correligionari, bombardati nella chiesa di Gaza da Israele, non fiattano quando quaranta credenti del Congo vengono sterminati – in questo caso deliberatamente – dai musulmani “estremisti”. Non si vede, peraltro, nessuna mobilitazione in favore di chi sconta la colpa ontologica di essere cristiano. L’Occidente laico odia se stesso e ritiene che le colpe del colonialismo debbano essere pagate non già dai discendenti di chi ne trasse beneficio, bensì da chi è stato abbandonato “in partibus infidelium”, che dunque sopravvive solamente quando è in grado di difendersi da sé. Come fa Israele. Anche se ciò dispiace ad alcuni cardinali e anche a molti laici. Non si ripete quel moto di solidarietà che accompagnò l’azione di Giovanni Paolo II volta a liberare l’Europa orientale dal comunismo. Anche se va rilevato come “Comunione e Liberazione” sfruttasse in realtà la situazione della Polonia in funzione del proprio ruolo nella politica interna italiana. Le alte sfere ecclesiastiche sapevano benissimo che la caduta del comunismo avrebbe determinato anche la fine della Democrazia Cristiana. Esse dunque predisponevano nuovi strumenti per esercitare la propria influenza sulla vita pubblica italiana. Il movimento di Formigoni, costituendosi come una sorta di “Chiesa nella Chiesa”, ma anche di “partito nel partito”, si preparava a confluire nei nuovi soggetti politici destinati a rappresentare la destra. Per giunta, persone come Ruini non nascondevano la propria diffidenza nei confronti del partito fondato da De Gasperi, di cui denunciavano continuamente le “contaminazioni moderniste”. La sua soppressione non venne dunque considerata come un fatto positivo in quanto eliminava un focolaio di corruzione, bensì perché toglieva di mezzo uno strumento usato dalle correnti cattoliche liberali per esprimersi, sia pure in posizione minoritaria. Si ripeté dunque quanto era successo per il Partito Popolare, la cui componente di destra confluì nel “Listone” fin dal 1924. La parte antifascista fu messa invece a tacere, in vista della “Conciliazione”. Mussolini avrebbe potuto commentare – parafrasando Enrico IV – che “Roma vale bene una messa”. Se i cattolici del Terzo Mondo sono abbandonati a se stessi, vedendosi offrire tutt’al più qualche buona parola, ovvero un posto di lavoro come “vigilantes” in Vaticano, quale sorte attende quelli dell’Occidente? La difesa della sua identità è affidata ai soggetti politici secolari, i quali incassano – e naturalmente gradiscono – l’appoggio di una parte rilevante della gerarchia. L’essere però priva di un proprio “braccio secolare” pone inevitabilmente la Chiesa in una condizione di dipendenza da chi si erge a difensore dell’identità cristiana, laddove essa può ancora contare – se non su un sostegno diretto delle masse, precluso dalla cosiddetta “secolarizzazione” – quanto meno sull’appoggio dei governi. Non importa dunque se essi sono guidati da “Atei Devoti”, ovvero da neopagani. L’importante è che questo connubio tuteli l’interesse immediato di entrambe le parti. Quando Berlusconi bestemmiò pubblicamente in diretta televisiva, un monsignore disse che la sua espressione doveva essere “contestualizzata”. Quanto alla “sinistra”, ben le si attaglia il motto “Qui gladio perit gladio ferit”. Monsignor Castellano sostenne attivamente l’elezione di sua nipote, ottenendo in cambio la remissione dei propri debiti da parte del Monte dei Paschi. Ora monsignor Ruini rileva che la Meloni non è cristiana, ma la Presidente del Consiglio si accinge a introdurre un emendamento alla Costituzione che – come abbiamo già rilevato – riconosce alla Santa Sede un “droit de regard” su Roma, oltre, naturalmente, a sostenere le spese del Giubileo. Il vecchio Ruini è dunque pronto a scendere nuovamente in campo in suo favore, le campagne elettorali essendo la specialità del quasi centenario prelato di Carpi, di cui ricordiamo la plateale rottura dell’amicizia con Romano Prodi e con la sua compianta consorte, rei entrambi di essersi opposti a Berlusconi. A Sua Santità vorremmo ricordare come la nostra sia un’identità molto complessa, in cui entra tanto De Maistre quanto Gioberti, Rosmini e Manzoni; confluisce tanto il Sillabo come il cattolicesimo sociale. L’Europa carolingia compone anche quell’area della teologia “renana” che si espresse nel Concilio. Bergoglio diceva di considerare “I promessi sposi” come uno dei propri testi preferiti. Non a caso, l’anteriore Pontefice riabilitò pienamente noi cattolici liberali, che ora si accingono a una nuova “traversata del deserto”. Nella prospettiva di una guerra, è logico che la Chiesa si ripieghi a difesa di se stessa, ma essa dovrebbe – a nostro modesto avviso – pensare, come sempre, non soltanto al domani, bensì anche al dopodomani.

La “Giornata Mondiale della Gioventù” si è conclusa offrendo un’ulteriore dimostrazione dell’influenza della Chiesa. Che non si manifesta, peraltro, solamente con la capacità di riunire centinaia di migliaia di persone intorno al Papa, potendo contare anche su…

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Mentre la questura di Torino, indagando sui disordini del ventisei ottobre, scopre che i negozi del centro sono stati depredati da bande di giovani di origine magrebina, decisi ad emulare i loro coetanei delle "banlieues" francesi, giunge notizia dal Veneto della costituzione di "ronde" composte da estremisti di destra dediti a picchiare gli "extracomunitari". Si intravede, in entrambe le situazioni, una tendenza alla radicalizzazione dell'identitarismo.

Mentre la questura di Torino, indagando sui disordini del ventisei ottobre, scopre che i negozi del centro sono stati depredati da bande di giovani di origine magrebina, decisi ad emulare i loro coetanei delle "banlieues" francesi, giunge notizia dal Veneto de…

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Se l’indicazione che risulta implicitamente dall’annuncio del “Vertice” tra Putin e Trump in Alaska verrà confermata – come fa prevedere la convocazione di una riunione preparatoria tra le parti, da celebrare in Inghilterra – ciò vorrà dire che si prospetta per l’Ucraina una soluzione di tipo “coreano”: che è l’unica possibile, salvo la deprecata ipotesi di un allargamento del conflitto. L’Occidente preferisce logicamente evitarlo, per concentrarsi sul Medio Oriente ed, in prospettiva, su Formosa. È vero che Trump ha parlato di “scambi” di territori, ma una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, risulta molto improbabile un ritiro degli opposti eserciti dalle posizioni che hanno raggiunto, o che hanno mantenuto. L’unico caso in cui ciò non avvenne fu la Croazia, dove gli Occidentali imposero ai Serbi di ripiegare sulla linea di confine tra le repubbliche ex jugoslave. In questo caso, però, esisteva un soggetto terzo in grado di imporre il rispetto del proprio arbitrato. Nel caso della Russia, in tanto si può ottenere una cessazione degli scontri in quanto precisamente si accetta il principio che i confini – in questo caso tra le repubbliche ex sovietiche – possono essere ridisegnati, quanto meno de facto, rispettando il criterio dell’appartenenza linguistica. La conseguente “pulizia etnica” si è peraltro già consumata: chi non era russofono ha infatti dovuto abbandonare i territori invasi. Se poi la loro annessione rimarrà de facto, ovvero troverà un riconoscimento de jure, diviene a questo punto una questione irrilevante. Putin ottiene il riconoscimento del suo rinnovato ruolo di grande potenza, quanto meno regionale, e l’Ucraina – in cambio di amputazioni territoriali già consumate e comunque irreversibili – consegue una protezione occidentale sulla sua residua sovranità. Quanto soprattutto trova conferma è il riconoscimento dell’aspetto più rilevante della politica di potenza, che si estrinseca nell’uso della forza militare: ciascuno si appropria di tutto quanto gli appartiene in base al mero rapporto di forze. Vedi il caso di Israele, che assume il controllo militare di tutta la Striscia di Gaza, riservandosi di definire lo “status” giuridico che lo garantisca meglio: probabilmente un’amministrazione affidata ai Paesi Arabi. Che da una parte lasciano mano libera a Netanyahu nei riguardi dei Palestinesi, e dall’altra approfittano della sua protezione contro le ambizioni egemoniche dell’Iran. Quanto risulta morto e sepolto è il cosiddetto “internazionalismo”, cioè una prassi politica che costituiva il corollario della vecchia prevalenza delle ideologie. “Il Secolo XIX”, compiacendosi perché i manifestanti di Genova hanno bloccato nel porto un cannone destinato a Israele, pubblica impietosamente la fotografia dello sparuto gruppo di persone che sono riuscite nell’impresa. Le quali sono così poche che non sarebbero riuscite a bloccare neanche la corsa di un autobus del servizio urbano. Evidentemente, il Governo ha deciso sua sponte una sorta di embargo – che altri Paesi dell’Europa Occidentale hanno da parte loro proclamato formalmente – nei confronti di Israele. L’affinità ideologica tra diversi soggetti internazionali non condiziona però più neanche in minima misura le loro scelte. L’Arabia Saudita è da tempo un alleato oggettivo di Gerusalemme (sempre che non siano già in vigore degli accordi riservati), pur essendo uno Stato confessionale islamico, dove per giunta Israele non figura sulle mappe dei testi scolastici. Trump non si può considerare certamente un sostenitore della funzione messianica attribuita a Mosca in quanto “Terza Roma”, tanto più da quando – per la prima volta nella Storia – un suo concittadino occupa il Soglio di Pietro, e deve di conseguenza difendere le prerogative della “Prima Roma”. Il “Tycoon” non esita però a riconoscere come valide – almeno in parte – le pretese accampate dal nuovo imperatore di Russia. Il fondamento ideologico del potere vale tuttora però in politica interna, costituendo il fondamento dell’autorità esercitata tanto dalle dittature quanto dalle cosiddette “democrature”. Che hanno tutte in comune l’affermazione di una particolare identità. Se non vi sono dubbi sull’esistenza di quella propria della Russia, l’identità italiana costituisce – lo ripetiamo ancora una volta – un’invenzione intellettuale ed un’imposizione ideologica. Che fu tuttavia propria a suo tempo tanto dell’Italia liberale, dopo la sua costituzione in seguito al cosiddetto Risorgimento, quanto – in misura ancor maggiore – dell’Italia fascista. A partire dalla Liberazione prevalse – insieme con l’affermazione delle ideologie di cui erano assertori tanto i democristiani quanto i comunisti e i socialisti – per l’appunto l’internazionalismo. Le forze politiche dominanti la Prima Repubblica vissero tutte di rendita sulle cause proprie di altri Paesi: al sostegno offerto dai democristiani agli insorti ungheresi e ai cattolici polacchi faceva riscontro la mobilitazione della sinistra in favore del Vietnam. In verità, ai dirigenti dell’una e dell’altra parte non importava granché di tutte queste vicende, che venivano strumentalizzate o per sostenere l’adesione ad un sistema di alleanze, o viceversa per avversarlo. Ora la Meloni deve far dimenticare agli alleati europei dell’Italia le proprie radici ideologiche. Le vicende di tutti gli altri Paesi del continente dimostrano infatti che in essi vale pur sempre la conventio ad excludendum nei confronti dell’estrema destra. Così è stato – almeno fino ad ora – in Francia, in Spagna, in Germania e in Austria. In Italia, però, questa parte politica ha segnato una espansione elettorale inarrestabile, e la destra “moderata” ha scelto di accodarsi. Mettendo in pericolo la regola – fondamentale nelle democrazie rappresentative – della reversibilità delle maggioranze. La Meloni non ha infatti perso l’occasione per ripetere quanto già riuscito ai vari Putin, Erdogan, Modi e compagnia. Abbiamo udito questa mattina su Radio Radicale un giurista affermare che si è applicato il metodo detto “della cottura della rana”: se lo si getta nell’acqua bollente, il batrace salta fuori dalla pentola; se invece lo si mette nell’acqua fredda, l’aumento progressivo del calore lo stordisce, finendo per cucinarlo. Non fu però questo il metodo seguito da Mussolini, che instaurò progressivamente il regime in un arco di tempo che va dal 1922 al 1929. La differenza consiste soltanto che Mussolini, alla fine, lo dichiarò, mentre la Meloni nega la sua stessa esistenza. Se è così, però, non si vede per quale motivo la Presidente del Consiglio sottolinei con insistenza la discontinuità del suo Governo rispetto a tutta la vicenda storica precedente, cui attribuisce il carattere di una degenerazione, mentre a partire dal suo avvento si assisterebbe – secondo lei – a una rinascita. Ricordiamo bene quando, recandoci a Nizza, ammonivamo i nostri interlocutori francesi sul rischio costituito dall’avere il Terzo Mondo – inteso soprattutto come affermazione di una cultura politica estranea alla tradizione liberale e democratica europea – a Ponte San Luigi, cioè a trenta chilometri dagli eleganti dehors della Promenade su cui consumano tranquillamente ostriche e champagne. La Meloni è però riuscita a farsi percepire come un fattore di stabilizzazione. Se gli italiani non possono più praticare l’alternanza al governo, e se viene loro imposta una legislazione autoritaria, il Paese è tuttavia apparentemente tranquillo. Ecco dunque che i dirigenti di Parigi, di Bruxelles e della stessa Nizza sussumono tutti questi aspetti inquietanti della nostra situazione, ed anzi offrono alle Autorità di Roma un sostanziale sostegno. La recente visita di una delegazione delle Alpi Marittime a Imperia – a parte i risvolti gastronomici, che hanno messo nel giusto risalto l’opera del nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo – ha segnato l’accettazione da parte francese di tutto quanto reclamato dal “Bassotto”: anche a nome e per conto della Signora della Garbatella.

Se l’indicazione che risulta implicitamente dall’annuncio del “Vertice” tra Putin e Trump in Alaska verrà confermata – come fa prevedere la convocazione di una riunione preparatoria tra le parti, da celebrare in Inghilterra – ciò vorrà dire che si prospetta pe…

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Si è svolto a Roma l’ennesimo Convegno di Studi dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione anticipatrice espressa nella sua opera. Quel che più stupisce è che gli studiosi – pur agendo con scopi ben più nobili rispetto all’aggiudicazione all’una o all’altra parte politica dell’eredità spirituale di Pasolini – si accapigliano per stabilire se egli fosse “di Destra” o “di Sinistra”. In realtà, come tutti i grandi uomini, egli superò già in vita i confini tra queste due appartenenze. Essendo soprattutto cosciente – trattandosi di un uomo radicale nelle sue scelte e nelle sue prese di posizione, ma mai fazioso né intollerante – di come il disastro che riteneva inevitabile avrebbe travolto tutti. Viene in mente, ripensando alla sua unica intervista televisiva, in cui disse di credere nel progresso, ma di non credere nello sviluppo, e soprattutto – aggiunse – “in questo tipo di sviluppo”, il Leopardi diffidente delle “magnifiche sorti e progressive”. Ci fu certamente un settore clericale che si dedicò a demonizzare Pasolini, denunciandolo come blasfemo. Quale in realtà egli fu, in molte delle sue opere cinematografiche, non essendo però certamente motivato dalla volgarità. Né tantomeno dalla volontà di perseguire una notorietà a buon mercato – o peggio un guadagno materiale – quanto perché Pasolini, volendo animare il dibattito sulle idee, era volutamente provocatorio. Laddove, come nell’attività di opinionista – che costituisce indubbiamente la parte migliore del suo lascito culturale – non risultava necessario impattare il pubblico, cioè per l’appunto épater les bourgeois, per indurre a una riflessione (sempre che non fosse fuorviato dalla repulsione piccolo-borghese nei riguardi dello scandalo), le idee di Pasolini hanno manifestato col trascorrere del tempo la loro sconvolgente attualità. Quando si usciva dalla polemica contingente con i censori, mossi tanto da un perbenismo retrogrado quanto da un’insuperabile incapacità di comprensione, le critiche mosse a Pasolini “da Sinistra” rivelavano un ritardo e un’ottusità in fondo ben più gravi di quelle manifestate dalla Destra cattolica. Se Pasolini si schierò con il Partito Comunista, fu in quanto vedeva in questa aggregazione politica l’unico soggetto in grado – se avesse voluto, e se ne fosse stato capace – di organizzare una resistenza delle masse popolari all’omologazione. Questa fu la ragione profonda per la quale Pasolini si schierava all’Opposizione. Si veda, al riguardo, quanto egli scrisse nel famoso articolo detto “delle lucciole”, che costituisce, se non un testamento spirituale, quanto meno un epitaffio per sé stesso. Dobbiamo però domandarci – a nostro modesto avviso – chi in realtà, al di là delle polemiche contingenti, contrastava le idee di Pasolini. Se riusciamo a dare una risposta spassionata e corretta a questo fondamentale quesito, ci accorgiamo che il regista di Casarsa non vedeva una sostanziale differenza di responsabilità, tra i diversi soggetti politici, per la tendenza presa dalla società italiana. Certamente la televisione di Stato – superata però in seguito di molte lunghezze da quella privata, di cui Pasolini non vide la devastazione spirituale indotta nel popolo soltanto perché morì a tempo – aveva svolto un ruolo determinante nel distruggere la cultura popolare italiana. E con essa la nostra identità. O meglio: le nostre identità. Che Pasolini andava inseguendo dove ancora sopravvivevano. Spostando la sua ambientazione dall’estremo Nord, in cui era nato e dove si era formato intellettualmente (le sue prime prove letterarie furono non a caso in lingua regionale), verso il Meridione. I personaggi di Pasolini si espressero dapprima in romanesco, poi in napoletano. Il regista uscì infine dall’ambito italiano, e andò a girare uno dei suoi film nello Yemen. Non essendo attratto da un esotico commerciale da cartolina, bensì perché la cultura popolare vi sopravviveva. E con essa un’identità che è rimasta irriducibile all’omologazione. Se Pasolini fosse ancora vivo, dialogherebbe probabilmente con quegli intellettuali occidentali che sono divenuti musulmani. Non in quanto condividerebbe la loro conversione religiosa, ma perché vedrebbe nella loro scelta un tentativo di resistere all’omologazione. Il Partito Comunista – anche se solo in alcuni momenti e su alcuni temi specifici i suoi rappresentanti ufficiali nel campo della cultura polemizzarono apertamente con Pasolini – non comprese tuttavia quali fossero i motivi profondi per cui l’essere il grande regista un suo “compagno di strada” sussumesse in realtà un disaccordo di fondo. Che non fu mai chiarito. Il Partito – per dirlo brutalmente – era pienamente disposto ad accettare senza alcuna remora l’omologazione, cioè la perdita di ogni identità, pur di essere cooptato nel sistema di potere che già aveva instaurato questa tendenza. Ci fu un momento in cui il dissenso tra Pasolini e i comunisti affiorò, e fu quando il regista si schierò dalla parte degli agenti di polizia che si erano scontrati con gli studenti a Valle Giulia. Non perché gli uni fossero “figli del popolo” e gli altri espressione di una borghesia – quella rappresentata dal cosiddetto “generone” romano – che non era stata neanche in grado di produrre in termini meramente economici, vivendo da parassita ai margini del potere. Se questa fosse stata la motivazione della scelta di Pasolini, avrebbe avuto ragione chi lo accusava, sia pure opportunisticamente, di essere un demagogo. Cosa che l’intellettuale friulano non fu assolutamente mai. Pasolini vedeva negli agenti meridionali dei soggetti che ancora avevano un’identità. Che avrebbero perduto anch’essi, proprio in quanto nessun soggetto politico si preoccupava di difenderla. C’è un’altra presa di posizione di Pasolini che rivela la sua consapevolezza: quella relativa alla scelta dei comunisti di difendere – dapprima prevalentemente, e poi esclusivamente – i diritti individuali. L’uomo arrivò non a caso ad opporsi alla libertà di abortire. Sacrificando, anzi sussumendo completamente, i diritti sociali e collettivi. Prendendo le parti degli omosessuali, anziché dei disoccupati, non si sarebbe comunque evitato il disastro. Quanto meno, però, si sarebbe mantenuto l’unico strumento di cui ancora il popolo disponeva per difendere la propria identità. Che consiste precisamente nella solidarietà collettiva. Per capire quanto le ragioni profonde di Pasolini non consistessero in un’epidermica – benché comprensibile – antipatia nei confronti dei borghesi “de Sinistra” (cui l’uomo preferiva giustamente i sottoproletari delle borgate), quanto piuttosto in una corretta individuazione del soggetto antagonista, basta vedere che fine hanno fatto gli studenti di Valle Giulia. Privi com’erano fin dall’inizio di un’identità culturale – vorremmo dire spirituale – hanno finito per non averne neanche una politica. La Schlein è la loro rappresentante più appropriata, dato che non si pone nessuna domanda di carattere filosofico, bensì solo quella inerente al colore degli abiti. Se Pasolini fosse vivo, la segretaria non chiederebbe lumi a lui, preferendogli la “consulente cromatica”. Un’ultima notazione vorremmo dedicarla al fatto che Pasolini – il quale non era un credente – vedesse nella religione, o meglio nella religiosità popolare, l’unico antidoto all’omologazione destinato a sopravvivere. Il suo Cristo, cui è dedicato il migliore dei film che ha prodotto, venne liquidato dalla Destra come la rappresentazione di un agitatore politico. Malgrado Pasolini non avesse scelto nessuna delle pagine del Vangelo che avrebbero potuto supportare una simile visione. Gesù è viceversa rappresentato precisamente come colui che oppone la sostanza – necessariamente identitaria – della Fede alla sua degenerazione formalistica. Oggi tanto la cosiddetta “Destra” quanto la cosiddetta “Sinistra” non trovano più una loro base. L’aggregazione politica, essendo precisamente fondata su un’identità che entrambe hanno contribuito a distruggere. Rimane il problema di ricostruirla. Nessuno, per ora, sembra porselo, ma dovrà partire necessariamente da qui la ricostruzione di un equilibrio che si è perduto.

Si è svolto a Roma l’ennesimo Convegno di Studi dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi mo…

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Alcuni mesi or sono, commentammo il discorso – amplificato dalla macchina propagandistica della Destra locale e reiterato in una intervista esclusiva concessa al Settimanale dei Bassotti – che era stato pronunziato da un giovane e brillante economista dinnanzi alla Assemblea provinciale della Unione Industriali, celebrata nel Forte di Ventimiglia.

Alcuni mesi or sono, commentammo il discorso – amplificato dalla macchina propagandistica della Destra locale e reiterato in una intervista esclusiva concessa al Settimanale dei Bassotti – che era stato pronunziato da un giovane e brillante economista dinnanzi…

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Daniela Santanché appartiene, come Briatore, come lei cuneese e militante della Destra, alla folta schiera die brasseurs de affaires.

…iene, come Briatore, come lei cuneese e militante della Destra, alla folta schiera die brasseurs de affaires. I quali sono sempre esistiti, ma – a partire dai tempi di Craxi, che amava circondarsi di tali soggetti – vivono in una sorta di simbiosi con il poter…

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Che la Destra, da cui siamo governati, sia antisemita e maschilista non è un segreto per nessuno: salvo, naturalmente, che per i dirigenti della Sinistra.

Ben prima che la tragedia di Nanterre infiammasse la Francia, avevamo previsto come le tensioni interetniche ed interreligiose che si stavano accentuando ogni giorno in tutta la Europa Occidentale sarebbero prima o poi sfociate in quanto oggi accade: lo scoppi…

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Che la Destra, da cui siamo governati, sia antisemita e maschilista non è un segreto per nessuno: salvo, naturalmente, che per i dirigenti della Sinistra.

…ntisemita e maschilista non è un segreto per nessuno: salvo, naturalmente, che per i dirigenti della Sinistra. I quali si attengono invece con scrupolo alla regola che distingue quanto risulta corretto o scorretto politicamente. Per cui, di fronte alla aggress…

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La spaccatura nella Destra imperiese, in vista del voto amministrativo, si sta aggravando, al punto di assumere le caratteristiche di una nuova guerra civile, tanto più disastrosa non essendosi ancora rimarginate le ferite aperte dal sanguinoso conflitto tra lo Zio e il Nipote.

…la Destra imperiese, in vista del voto amministrativo, si sta aggravando, al punto di assumere le caratteristiche di una nuova guerra civile, tanto più disastrosa non essendosi ancora rimarginate le ferite aperte dal sanguinoso conflitto tra lo Zio e il Nipote…

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La destra italiana esulta per la vittoria di quella spagnola nella regione di Madrid, tanto più in quanto si annunziava una coalizione con i neofranchisti: si ripete così, nella Penisola Iberica, quanto avvenne da noi allorchè Berlusconi sdoganò Fini. La sinistra non ha tenuto invece lo stesso atteggiamento quando in Catalogna hanno prevalso i suoi omologhi locali. Il motivo di tale reticenza consiste nel fatto che a Barcellona il settore progressista, di radice repubblicana e antifranchista, è in prevalenza indipendentista.

La destra italiana esulta per la vittoria di quella spagnola nella regione di Madrid, tanto più in quanto si annunziava una coalizione con i neofranchisti: si ripete così, nella Penisola Iberica, quanto avvenne da noi allorchè Berlusconi sdoganò Fini. La sinis…

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"Faro di Roma" sta attaccando Draghi ed il suo Governo in modo forsennato. Risulta chiaro che i suoi redattori preferivano di gran lunga Conte, dato il ruolo - informale, ma molto influente - attribuito dal precedente Esecutivo a Mario Benotti. C'è evidentemente qualcuno, sulla sponda destra del Tevere, che ha deciso di dare man forte all'opera di destabilizzazione dell'attuale assetto politico italiano, assecondando l'azione della piazza.

Risulta chiaro che i suoi redattori preferivano di gran lunga Conte, dato il ruolo - informale, ma molto influente - attribuito dal precedente Esecutivo a Mario Benotti. C'è evidentemente qualcuno, sulla sponda destra del Tevere, che ha deciso di dare man fort…

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Da tempo, nella nostra Città di Imperia, ci tocca purtroppo di assistere a dei “comizi volanti” improvvisati da elementi provocatori dell’estrema Destra, dediti ad un uso sistematico e spregiudicato di quelle che nel linguaggio corrente sono definite “fake news”, mentre i nostri vecchi le definivamo - meno elegantemente, ma più efficacemente – come “balle”.

Dopo la sensazionale informazione sul Governo Conte che avrebbe intenzione di cessare il pagamento di tutte le pensioni, ora il bersaglio dei provocatori si è spostato sulla sponda destra del Tevere, prendendo di mira Papa Bergoglio. Purtroppo per la sua parte…

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Lione, radicalizzazione politica e rischio conflitto civile – Analisi

…renta, contro il Fronte Popolare si mobilitarono i seguaci dell’Action Française di Charles Maurras; in seguito, tale area si divise tra sostenitori di De Gaulle e del regime di Vichy. Oggi l’estremismo di destra si presenta ricompattato e mobilitato contro qu…

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Per giustificare l’avvento al Governo dei Paesi Bassi dell’estrema Destra di Wilders, si è fatto ricorso ad un argomento che merita di essere preso in considerazione.

Per giustificare l’avvento al Governo dei Paesi Bassi dell’estrema Destra di Wilders, si è fatto ricorso ad un argomento che merita di essere preso in considerazione. Questo personaggio viene presentato come una sorta di Giano Bifronte, a seconda che le sue po…

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Bannon, Trump e il Papa: rischio scisma e nuova destra europea

Il commento più pertinente in merito al pubblico diverbio di Trump con il Papa è venuto da “Steve” Bannon, cioè da colui che, per conto del suo Presidente, cura i rapporti con la Chiesa cattolica. Nel momento in cui scriviamo, ignoriamo ancora se l’uomo di Was…

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Due notizie, apparentemente non in relazione tra loro e provenienti per giunta da Paesi lontani l’uno dall’altro, concorrono a rilevare la tendenza alla frantumazione degli Stati Nazionali. La Signora Proietti, “Governatrice” dell’Umbria, ha accettato di buon grado l’inclusione della sua Regione nella grande “Zona Economica Speciale”, comprendente già tutto quanto il Meridione d’Italia e le Isole, alla quale sono riservati notevoli benefici fiscali, tali da indurre molte imprese del Settentrione a collocarvi le rispettive sedi legali. I Deputati Democratici delle Marche hanno invece espresso contrarietà a tale misura, regalando così un argomento al candidato della Destra alla Presidenza della Regione, il quale potrà attribuire alla “Sinistra” la responsabilità della crisi economica che affligge una Regione un tempo piena di piccole fabbriche, ed oggi cosparsa di capannoni vuoti. Un Partito che si rispetti esamina la questione nei competenti organi nazionali, in modo da esprimere una valutazione univoca. Si ripete dunque quanto avvenuto a Roma, dove il Sindaco Gualtieri ha collaborato alla stesura del Disegno di Legge con cui verrà emendata la Costituzione. E per giunta se ne vanta, potendo esibire di fronte ai Quiriti un aumento delle competenze attribuite al Comune, nonché dei fondi che egli stesso sarà chiamato a spendere quale capo dell’Amministrazione di “Roma Capitale”. Noi siamo sempre stati a favore di un incremento delle autonomie locali, che però – a nostro modesto avviso – dovrebbero essere estese tutte quante, anche se non necessariamente nella stessa misura. Il sistema costituzionale spagnolo ha retto fino ad ora alle tendenze centrifughe proprio in quanto venne configurato secondo una “geometria variabile”, tenendo conto delle diverse caratteristiche – culturali, storiche e sociali – delle diverse “Autonomie”. Così vengono denominate nel Paese iberico i soggetti corrispondenti alle nostre Regioni. Il Re Juan Carlos usava regolarmente, nei suoi discorsi ufficiali, l’espressione “Confederazione Spagnola”, volendo con questo sottolineare come il potere di imperio proprio di tali enti fosse tanto originario quanto quello attribuito all’Autorità Centrale. La Costituzione della Baviera – per dare un altro esempio – afferma nel suo primo articolo che “la Baviera è uno Stato”. Essendo la Germania per l’appunto una Repubblica federale, tale caratteristica è implicita nella sua stessa qualificazione giuridica, e non avrebbe dunque bisogno di essere resa esplicita. La sottomissione di Monaco a Berlino nel 1871 diede luogo a una umiliazione che i Bavaresi non hanno mai dimenticato, e che alimenta tuttora le loro tendenze autonomistiche, se non indipendentiste. La lettera di adesione al “Primo Reich” venne spedita da Bismarck al Re Luigi II, la cui condizione era notoriamente indebolita dalla malattia mentale, che lo avrebbe in seguito portato alla deposizione, e poi a una morte misteriosa, probabilmente dovuta a un “omicidio di Stato”. Il sovrano dovette restituire il documento dopo averlo firmato, come se fosse stato un modulo distribuito dall’Amministrazione Pubblica. La cosiddetta “Autonomia Differenziata”, tanto pubblicizzata dalla Lega, è una finzione sul piano sostanziale, ed è una truffa dal punto di vista del Diritto. Si tratta di una finzione in quanto non vengono garantiti dallo Stato i mezzi finanziari necessari per l’esercizio delle nuove competenze che si finge di attribuire alle Regioni. Si tratta di una truffa perché il loro esercizio – mancando una assegnazione esplicita da parte della Costituzione – mette il Governo nella condizione di richiedere l’annullamento degli atti, tanto legislativi quanto amministrativi, emanati in base alla asserita “Riforma” dalle Regioni. La dimostrazione “a contrario” di quanto da noi sostenuto al riguardo viene proprio dall’emendamento costituzionale che istituisce “Roma Capitale” quale nuovo ente pubblico territoriale. Le sue nuove attribuzioni risulteranno infatti da una modifica della Legge Suprema, che è mancata quando si è varata la cosiddetta “Autonomia Differenziata”. Se Gualtieri fosse un sincero fautore del decentramento, rivendicherebbe lo stesso trattamento riservato a Roma quanto meno anche per le altre “Città Metropolitane”. La logica in cui si muove l’inquilino del Campidoglio – come anche la “Governatrice” dell’Umbria – è invece quella del “Si salvi chi può”, che induce ad afferrare quanto passa il convento, senza preoccuparsi dei connazionali. Eppure il Partito Democratico, in cui milita Gualtieri (il quale vi è pervenuto con la componente ex comunista), aveva gridato a suo tempo al tradimento della solidarietà – e perfino dell’Unità – nazionale quando era entrata in vigore la pseudo “Riforma” voluta da Calderoli. Il quale è un ottimo medico, ma dimostra di ignorare completamente il Diritto Costituzionale. Le competenze delle Regioni sono infatti indicate tassativamente nella Costituzione, che non può essere emendata mediante una Legge Ordinaria. Quando invece si è voluto effettivamente accrescere la competenza di “Roma Capitale”, si è promosso il suo emendamento, in base al quale la Capitale godrà di uno “status” giuridico privilegiato, comparabile con quello delle Regioni a Statuto Speciale, che infatti viene loro concesso mediante una Legge Costituzionale. In America, il Congresso del Texas ha ridisegnato i collegi elettorali in cui si eleggono i membri della Camera dei Rappresentanti da mandare a Washington, in modo da garantire ai Repubblicani cinque seggi in più. La California ha risposto con un analogo provvedimento, che a sua volta permetterà di aumentare in egual misura la rappresentanza dei Democratici. Lo Stato laico per antonomasia, cioè la Federazione Nordamericana, applica – sia pure trasferendolo dalla discriminante confessionale all’appartenenza politica – il principio “Cuius regio, eius religio”. Da tempo, si registra negli Stati Uniti il fenomeno di una migrazione interna, che porta i militanti dei due partiti a trasferirsi dove è maggioritario quello cui essi appartengono. In Italia assistiamo viceversa a una più disinvolta acquisizione alla fazione egemone di quanti provengono da una origine ideologica diversa, ma con il loro cambio di casacca garantiscono l’omogeneità della rappresentanza politica di un determinato territorio. Gualtieri si è probabilmente garantito la rielezione, dato che – in cambio del suo interessamento per facilitare l’approvazione in Parlamento della nuova norma – la Destra gli opporrà il classico “candidato debole”. Ciò è già peraltro avvenuto in occasione del suo primo mandato, quando scese in campo contro di lui il meloniano Michetti, un personaggio da fescennino espresso dal “Movimento Tradizionale Romano”. Si tratta di un pittoresco raggruppamento di estrema destra, i cui adepti si riuniscono vestendo la toga e consumano i loro banchetti adagiati sul triclinio. Costoro non si esprimono peraltro in latino, dato che – a causa della loro insufficiente scolarizzazione – non sanno neanche declinare “Rosa rosae”. Quando costui arrivò in ritardo a un dibattito televisivo, venne accusato di avere parcheggiato la biga in terza fila. Ad Imperia, l’arruolamento dei rappresentanti della “Sinistra” nelle fila della Maggioranza si giustifica nel nome del ripudio del “Revisionismo”. Se in Spagna Juan Carlos era chiamato il “Re dei Repubblicani”, avendoli riabilitati per garantire il loro appoggio alla Corona, Scajola è il “Sindaco degli Staliniani”, di cui il “Bassotto” propizia ultimamente la “conversione” costringendoli ad ascoltare la catechesi impartita dal fido De Via. Il cui verbo, esposto recentemente in occasione di una solenne riunione conviviale, celebrata in un rinomato ristorante di Nava, ha svolto per due autorevoli esponenti dell’Opposizione la stessa funzione della caduta sulla via di Damasco occorsa a San Paolo, al punto che si è gridato al miracolo. Abbiamo cortesemente rifiutato un invito a presenziare all’evento, che ci è stato porto dal nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Appartenendo al Giansenismo ed al “Modernismo”, non ci siamo mai recati in visita ad alcun Santuario: né Lourdes, né Fatima, né Loreto, né San Giovanni Rotondo. Non ci è stato dunque possibile assistere all’evento prodigioso, cui preferiamo dare, come già detto, una spiegazione razionale: “Cuius regio, eius religio”.

…e degli Stati Nazionali. La Signora Proietti, “Governatrice” dell’Umbria, ha accettato di buon grado l’inclusione della sua Regione nella grande “Zona Economica Speciale”, comprendente già tutto quanto il Meridione d’Italia e le Isole, alla quale sono riservat…

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Il Partito “Democratico” ha deciso di “fare quadrato” intorno a Sala, pur correggendo formalmente – ed anzi invertendo – la linea politica contraddistinta dall’alleanza, meglio dire dalla “mésalliance”, con i peggiori protagonisti della speculazione edilizia, per sposare il “new deal” dettato dal Nazareno. In base al quale i “brasseurs d’affaires” che compongono la Giunta Comunale dovrebbero, per incanto, trasformarsi in altrettanti agitatori “movimentisti”. A quali soggetti dovrebbero però rivolgersi costoro? Precisamente a quei ceti sociali cacciati dal tessuto urbano per fare posto ai grattacieli muniti di giardini pensili, collocati sugli attici, progettati dal grande architetto Boeri e finanziati dagli sceicchi del petrolio. Questi “quadri” del Partito ex comunista verranno prevedibilmente accolti dal proverbiale lancio di uova marce. Questo però non è il peggio, rappresentato viceversa dal fatto che i “Democratici”, compiendo una sorta di quadratura del cerchio o di conciliazione degli opposti, da un lato sposano il “movimentismo”, ma dall’altro lato assolvono tutto l’operato della Giunta presieduta da Sala, di cui si dichiarano anzi orgogliosi. Questa presa di posizione non avrà – per fortuna – effetti concreti: i sigilli posti sui cantieri edili per ordine dell’Autorità Giudiziaria non verranno di certo rimossi, e il “business” perseguito dall’asse tra Sala e Catella pone termine ai suoi loschi affari. Esattamente come avvenne per il “Sistema Liguria” quando Toti finì ai domiciliari e Signorini a Marassi. A questo punto sorge spontanea una domanda: perché mai – se le scelte che hanno caratterizzato fino ad ora la gestione del Comune risultavano giuste – non vennero a suo tempo sancite da un voto degli organi dirigenti del Partito, né a livello comunale, né a livello provinciale, né a livello regionale? E tanto meno adottate da un Congresso? Per un motivo molto semplice: la scelta compiuta da Sala – senza avere ricevuto alcuna delega dal Partito – risultava manifestamente e inevitabilmente criminogena. Il potere giudiziario accerterà se la nomina nella Commissione “Ambiente” (!?) di un soggetto che nello stesso tempo svolgeva il compito di “consulente” di una società edile impegnata nell’edificazione del quartiere progettato da Boeri e finanziato dall’emiro del Qatar configuri o meno il reato di “Interesse privato in atti di ufficio”. Vale naturalmente il principio della presunzione di innocenza, e ogni imputato ha il diritto di dichiararsi non colpevole. Una valutazione politica di quanto avvenuto può – ed anzi deve – venire espressa fin d’ora. La commistione intollerabile e sfacciata tra l’interesse pubblico e l’interesse privato ha fatto incorrere la Giunta Comunale nella cattiva amministrazione, se non altro perché – a prescindere dalla valutazione che sarà espressa dal giudice penale – è stato violato il principio costituzionale dell’imparzialità dell’Amministrazione Pubblica. Il Partito Democratico poteva e doveva esprimere un’autocritica su queste scelte, compiute da alcuni suoi esponenti, e partire da questa valutazione per rivedere non solo il programma della Giunta, ma anche tutto il proprio “modus operandi”. Nonché – quanto più conta – il suo rapporto con la società. Filippo Turati non avrebbe certamente condiviso la decisione di espellere i lavoratori dal tessuto urbano della sua città. Certamente, rimane ai “Democratici” il suffragio dei cosiddetti “tutelati”, cioè di quanti lavorano direttamente alle dipendenze dei vari Enti Pubblici o si qualificano formalmente come “liberi professionisti” o come “imprenditori”, ma in realtà campano agiatamente con le parcelle e con le commesse elargite da questi soggetti. La vice-sindaca di Pisapia – che si è ritirato dalla vita politica per non farsi complice di un sistema malavitoso – non si è più candidata per una carica elettiva, e lavorava – a quanto rivelano le cronache giudiziarie – come “brasseuse d’affaires”, offrendosi come tramite tra i costruttori edili e l’Amministrazione Comunale. A questo punto, ci domandiamo che cosa sia oggi il Partito “Democratico”. Non mancano certamente nelle sue fila gli amministratori onesti e i militanti personalmente disinteressati. L’essenza del Partito rivela però una corruzione irreversibile, rendendolo simile a un frutto apparentemente intatto ma bacato e marcio nel suo interno. Perché si è arrivati a questo punto? Il Partito, che allora si chiamava ancora “Comunista”, dovette constatare, con la caduta del Muro di Berlino, il proprio fallimento. Esso aveva certamente ripudiato l’ideologia marxista-leninista, ma sopravviveva nell’equivoco in base al quale un’azione politica riformista potesse essere praticata grazie alle vecchie alleanze internazionali, meglio, alle vecchie filiazioni. Quando una forza politica constata di avere fallito nei propri obiettivi, ha davanti a sé – come non ci stanchiamo di ricordare – tre possibili scelte. Una consiste nello scioglimento. Un’altra, nell’adozione di obiettivi diversi da quelli perseguiti in precedenza. Ritorniamo con la memoria a quanto avvenne nella nostra città e nella nostra provincia subito dopo il fatidico 1989. Il gruppo dirigente della Federazione Comunista – quello stesso che aveva sostenuto fino ad allora la consorteria della Selvaggina – rimase intatto e si ripropose al giudizio degli elettori senza avere formulato la minima autocritica né abbozzato la minima revisione. È vero che da tempo Berlinguer aveva confessato di sentirsi più sicuro da questa parte del Muro, ma è anche vero che Natta aveva rovesciato la linea del suo predecessore, arrestando il processo di aggiornamento ideologico. E di lì a poco avrebbe dedicato tutte le sue forze – con quelle dei propri seguaci – a sabotare il nuovo indirizzo del Partito. I dirigenti della Federazione erano sempre quelli che egli aveva piazzato in questo ruolo, e che lo avevano contraccambiato con la più cieca obbedienza. Arriviamo alla terza opzione che sta davanti a chi constata il proprio fallimento: quella che consiste nel criminalizzarsi. Se a Imperia – per evitarla – sarebbe stato necessario ricostruire il Partito dalle fondamenta, a Milano questa operazione era riuscita nel momento in cui venne sottratto a Cossutta il controllo dell’apparato. Purtroppo, però, i nuovi dirigenti – per un evidente limite culturale, che li rendeva incapaci di praticare il riformismo – presero la strada della commistione tra interesse pubblico e interesse privato. A questo punto, la Meloni ha probabilmente vinto la partita. L’offensiva giudiziaria contro Ricci – che non può essere certamente assimilato ai Sala, ai Boeri e alle De Cesaris, ma insidiava la carica di Governatore delle Marche a un “Fratello” della Presidente del Consiglio – si inquadra già probabilmente in una logica diversa rispetto a quella propria dell’inchiesta di Milano. È cominciata l’era in cui chi sta a capo di una “democratura” liquida i rivali politici accusandoli di reati comuni. Ricci – a differenza dei “compagni” di Milano – rischia di essere vittima non già della mancata revisione (il sindaco di Pesaro è tra quanti l’hanno effettivamente compiuta), quanto piuttosto dell’incapacità di farla maturare nella coscienza di chi ha creduto sufficiente cambiare l’etichetta per cambiare il contenuto: il che costituisce una frode. La Destra, dal canto suo, postula come candidato a Milano Maurizio Lupi, il quale già può contare sul voto degli orologiai, dal momento che sa tutto sui Rolex d’oro. Vittadini e Formigoni, dopo avere fatto quanto sappiamo con la Sanità lombarda, si accingono ad espugnare Milano, facendo cadere i “Fratelli Ambrosiani” dalla padella nella brace.

Il Partito “Democratico” ha deciso di “fare quadrato” intorno a Sala, pur correggendo formalmente – ed anzi invertendo – la linea politica contraddistinta dall’alleanza, meglio dire dalla “mésalliance”, con i peggiori protagonisti della speculazione edilizia, …

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