HERI DICEBAMUS
Racconta la Storia che nel Sedicesimo Secolo, Frate Luìs de Leòn, saggio dell'Università di Salamanca, venne ingiustamente arrestato dall'Inquisizione, in base a false accuse di eresia.
Liberato dopo alcuni anni di detenzione, riprese l'insegnamento, ed iniziò la sua prima lezione profferendo la frase divenuta proverbiale: “Heri dicebamus”.
Secondo un'altra versione, l'avrebbe pronunziata in spagnolo: “Ayer deciamos”, che suona comunque in italiano “Dicevamo ieri”.
“Heri dicebamus” fu anche il titolo che Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica, volle apporre all'articolo di analisi economica con cui riprese – dopo la Liberazione ed il lungo silenzio impostogli dal regime fascista – la sua collaborazione con il “Corriere della Sera”.
Noi non abbiamo né la santità della vita e l'altezza della dottrina di Frate Luìs de Leòn, né la profondità del pensiero di Luigi Einaudi, ma svolgiamo ugualmente – sforzandoci di dimostrare la massima onestà intellettuale – il nostro ruolo di testimoni del tempo.
Di tempo, da quando abbiamo dovuto interrompere la precedente collaborazione, ne è trascorso per fortuna poco: molto meno dei lunghi anni di silenzio imposti ai due grandi uomini cui abbiamo fatto riferimento.
Tuttavia, il rapporto con i nostri lettori ci è mancato, e forse – speriamo di non essere presuntuosi – è mancato anche a loro il rapporto con noi.
Ogni giorno, ci ripetevamo mentalmente quello che avremmo voluto scrivere, ma molte di queste riflessioni hanno perduto nel frattempo la loro attualità.
Se dunque, riassumendo le considerazioni sugli avvenimenti recenti, scapita il dettaglio, ne guadagna in compenso la sintesi.
La cosa più importante – e dal nostro punto di vista positiva – è il cambiamento nel Governo.
Questo avvenimento può essere considerato da due punti di vista, a seconda che ragioniamo in quanto cittadini o in quanto cristiani e cattolici praticanti.
Cominciamo dalle considerazioni di ordine strettamente politico.
Fallito – o quanto meno rinviato a tempi migliori (naturalmente migliori per lui) - il tentativo di Salvini di qualificarsi come “Uomo Forte” del Governo, che lo aveva portato ad assumere la guida “de facto” non soltanto della politica interna, ma anche di quella estera ed economica, il “Capitano” si accontenta (per ora) di essere “Uomo Forte” dell'opposizione.
Così come nella fase precedente della sua carriera l'uomo aveva reclamato per sé l'attribuzione dei “pieni poteri”, ora egli non si limita a svolgere le funzioni di capo della “Opposizione di Sua Maestà”.
Si tratta di funzioni notoriamente esercitate senza mettere in discussione la legittimità del Governo: che nelle democrazie liberali è anch'esso “di Sua Maestà”, e cioè convive con l'opposizione nell'ambito di uno stesso sistema di regole condivise.
Salvini – e con lui la fida Meloni – non mette apertamente in discussione la legittimità dell'attuale Esecutivo, ma nel contempo afferma ambiguamente di non condividere nel merito la decisione assunta dal Presidente della Repubblica quando lo ha nominato.
Questa seconda affermazione si può valutare da due distinti punti di vista: in primo luogo, essi eccepiscono sull'osservanza del procedimento seguito per nominare l'attuale Esecutivo.
Poiché però in tale procedimento il ruolo attribuito al Capo dello Stato risulta determinante, si finisce per negare implicitamente la sua imparzialità e la sua correttezza.
L'insinuazione avanzata dal tribuno leghista e dalla Pasionaria della Magliana risulta completamente priva di fondamento.
Una volta aperta una crisi di Governo, il Presidente della Repubblica ha il compito di accertare se esista in Parlamento un'altra possibile maggioranza, che esprima e sostenga un Esecutivo diverso.
Non soltanto tale accertamento è stato svolto da Mattarella in modo assolutamente ineccepibile, ma il Presidente ne ha tratto una conclusione a tutti evidente, e cioè che l'unica nuova maggioranza risultava essere l'attuale.
Di qui deriva l'obbligo costituzionale di trarne le conseguenze.
Salvini afferma, in secondo luogo, per mettere in discussione la legittimità del Governo, che esso non avrebbe la maggioranza nelle Camere qualora si votasse oggi.
Si tratta di un argomento puerile: poiché gli umori dell'elettorato, riflessi nei sondaggi di opinione, mutano ogni giorno, applicando questo criterio si dovrebbe votare quotidianamente, e non ogni cinque anni.
In effetti erano – e sono tuttora - le elezioni anticipate – l'obiettivo perseguito dal “Capitano”.
Il quale si riserva di mobilitare la piazza per raggiungerlo nel più breve tempo possibile.
Con ciò, egli qualifica la propria azione come manifestamente eversiva.
Né l'uomo si limita a programmare per i prossimi giorni una replica della “Marcia su Roma”: a proposito della quale, vale – ma solo fino a un certo punto – la nota affermazione di Marx, secondo cui la Storia si ripete, dando luogo la prima volta ad una tragedia e la seconda volta a una farsa.
Non è però certamente una farsa il controllo territoriale sempre più stretto esercitato dalla Lega sui territori in cui essa esercita tanto il Governo regionale quanto la propria egemonia.
Ciò che si prospetta si può definire come una secessione di fatto: come si può chiamare diversamente l'annunzio della disapplicazione da parte delle Regioni delle Leggi dello Stato quando la materia cui esse si riferiscono è attribuita dalla Costituzione in modo esclusivo al Parlamento nazionale?
Ci riferiamo a due casi concreti: la disciplina del collocamento dei migranti e quella dell'eutanasia attiva.
Si annunzia, naturalmente, l'apertura di un contenzioso davanti alla Corte Costituzionale.
Nelle more dell'esame dei ricorsi, vige tuttavia il principio della presunzione di legittimità degli atti impugnati.
Da cui discende in pratica la loro effettiva vigenza.
E qui il conflitto tra Stato e Regioni esce dalle aule della Consulta per svolgersi sul territorio.
Presto verrà dunque per noi Settentrionali – il voto leghista nel Meridione è legato ad altri fattori – il momento di scegliere tra la lealtà verso la Repubblica e la lealtà verso la Regione: il che significa – in pratica – obbedire a Mattarella e a Conte oppure obbedire a Salvini.
Con ciò, la Lega, torna alle sue origini separatiste.
Recentemente, conversando con un amico, esponente degli Autonomisti liguri, abbiamo concordato su di una osservazione: la Lega non è mai stata in realtà sostenitrice del principio di autodeterminazione.
Neanche - si badi - quando venne proclamata a Venezia la cosiddetta “Indipendenza” della “Padania”.
I motivi sono tanto di merito quanto di metodo.
Nel merito, la “Padania” non è mai stata definita quale entità territoriale, né quale entità popolare: mancavano dunque fin dall'inizio due dei tre elementi necessari – in base alla Dottrina giuridica – per la sussistenza di uno Stato.
Non si è mai infatti precisato se il territorio del nuovo “Stato” si estendesse fino al Po, oppure fino alla linea tracciata tra Luni e Rimini che al tempo dei Romani separava l'Italia di allora dalla Gallia Cisalpina, né fino all'asse ideale che va da Grosseto sul Tirreno ad Ascoli Piceno sull’Adriatico.
In secondo luogo, la volontà del popolo “padano” non si è mai manifestata in alcun modo: ed è precisamente mediante questa espressione di una determinazione collettiva che si dà luogo all'autodeterminazione.
Mancava inoltre ogni precedente storico: se la “Padania” non è mai esistita, sono viceversa esistiti gli Antichi Stati: ai quali, però, i Leghisti non hanno mai fatto riferimento.
Chi agiva in nome e per conto del popolo erano sempre e soltanto i dirigenti di un Partito, sulla base di una rappresentanza politica per sua natura parziale.
Avvalendosi di questo asserito mandato popolare, gli stessi dirigenti – Salvini era presente anch'egli in piazza San Marco, sul Monviso e sul corso del Po – hanno compiuto un volo pindarico, o un salto mortale privo di ogni coerenza, dal separatismo al centralismo.
Se Salvini fosse rimasto al Governo, la prima vittima della sua concezione autoritaria, e dunque per l'appunto centralistica, del potere, sarebbero state la Autonomie Locali.
Non a caso, il “Capitano” ha compiuto - per la prima volta dalla Liberazione - una piena riabilitazione del fascismo: che risultò a suo tempo ancora più centralista dello Stato sabaudo.
Non si parla più della Carta di Chivasso: che presentava il vizio di origine di essere stata redatta da antifascisti, impegnati nella Resistenza.
Con un “transfert” in verità più psicologico che politico, si è passati dal separatismo al centralismo, e dal regionalismo ad un nazionalismo del tutto obsoleto; per non parlare del fatto che le vittime del razzismo, connaturato con tali opzioni di principio, non sono più i “terroni” ma gli extra comunitari.
L'importante è avere qualcuno da odiare: qui permane, malgrado l'ostentazione del Rosario, l'originaria avversione al Cristianesimo, anche se viene a mancare l'ispirazione neo pagana: al Dio Po si sostituisce la Madonna.
Ora, però, si ritorna al separatismo: non più, tuttavia, basato sulla presunta contrapposizione etnica, bensì sulla inconciliabilità politica.
La secessione che si prospetta oggi è sempre tra Nord e Sud, ma non già nel nome di una asserita nazionalità diversa, bensì nel nome di due visioni politiche inconciliabili: corriamo il rischio di avere due Italie separate dall'ideologia, come abbiamo avuto – per effetto della Guerra Fredda – due Germanie, due Cine, due Coree e due Vietnam.
L'importante, dal punto di vista di Salvini, è avere un “ubi consistam” per le sue velleità dittatoriali.
Parliamo ora come cattolici.
Si sta svolgendo, sulla falsariga dell'azione politica volta a delegittimare le Istituzione dello Stato - tanto la Presidenza della Repubblica quanto il Governo - una parallela attività scismatica, anch'essa mirata a rompere, in questo caso, l'unità della Chiesa.
Mentre il Papa benedice un Monumento ai Migranti, c'è chi – avvalendosi soprattutto di una capillare predicazione radiofonica – indica il loro arrivo addirittura come un segno della venuta dell'Anticristo.
Se le apparizioni di Lourdes ammonivano contro il pericolo massonico, e quelle di Fatima contro il pericolo comunista, la Madonna di Medjugorje dovrebbe mobilitare i credenti – in basa all'interpretazione attualmente veicolata via radio – contro il pericolo islamico, che avrebbe nell'immigrazione il proprio strumento.
Il Papa, però, parlando ad Al Azhar, ha proposto ai Musulmani una “alleanza”: così egli l'ha definita egli stesso.
Risulta dunque evidente che non possono convivere nella stessa Chiesa le ragioni di Bergoglio e quelle di chi vanta l'interpretazione autentica degli ultimi messaggi attribuiti alla Vergine.
In attesa di vedere quali saranno le conseguenze in ambito religioso di tale dissidio, nell'immediato si appoggia la politica della Lega, che si propone di promuovere la disobbedienza delle Regioni a quanto deciderà in materia di accoglienza agli immigrati il Governo della Repubblica.
La Corte Costituzionale, sostituendosi al Potere Legislativo, ha introdotto nel nostro ordinamento – naturalmente “juxta modum” - l'istituto dell'eutanasia attiva.
È certamente giusto invocare una norma che garantisca, come è avvenuto per l'aborto, l'obiezione di coscienza.
Tuttavia, prosegue inevitabilmente la tendenza, discendente dal principio della laicità dello Stato, a regolare i fenomeni sociali secondo criteri non coincidenti necessariamente con il principio religioso.
Promuovere la disobbedienza civile significa dunque compromettere la pace religiosa tra i cittadini: la Chiesa di Montini, pur lamentando una violazione del Concordato del 1929, non lo fece quando fu introdotto il divorzio.
Tanto meno lo farà ora la Chiesa di Bergoglio.
C'è però chi si propone questo obiettivo, assecondando così i progetti separatisti di Salvini.
La coincidenza tra le due posizioni non è soltanto occasionale: ricordiamo ancora una volta che a suo tempo la Regione Lombardia, promosse un convegno in cui si ipotizzò apertamente di costituite una Chiesa “padana” autocefala, in modo che il distacco da Roma avvenisse tanto sul piano statuale quanto sul piano ecclesiale.
Nel suo delirio di grandezza, Salvini crede di essere, oltre che Mussolini, anche Enrico VIII di Inghilterra.
Il Papa ha aderito all'iniziativa delle Nazioni Unite in difesa dell'ambiente, trasmettendo un proprio messaggio: dall'Autore della “Laudato sì” non ci si poteva aspettare nulla di diverso.
C'è chi invece diffonde le tesi negazioniste del Professor Zichichi, indicandole come corrette dal punto di vista dottrinale (!?).
Analoga operazione venne intrapresa dai tradizionalisti promuovendo a suo tempo l'interpretazione
del Concilio propalata dal Professor De Mattei.
La polemica implicita con il Papa risulta evidente.
Si annunzia, per giunta, una nuova crociata contro il “Modernismo”.
Anche in questo caso, si vuole rimarcare il dissidio con la Congregazione della Dottrina della Fede, che da quando è cambiato il Prefetto non condanna più nessuno.
Niente paura: il cappellano di Salvini provvederà alla bisogna, naturalmente via radio.
Perfino la politica fiscale del Governo è messa sotto accusa: che cosa c'entra il Magistero della Chiesa?
Il povero Conte viene tacciato di ateismo(?!) in quanto fautore dell'umanesimo.
Non siamo esperti di scienze religiose, ma se non andiamo errati un certo Maritain fu fautore precisamente dell’Umanesimo Integrale, e la sua opera venne tenuta in grande considerazione da Paolo VI.
Esiste in conclusione, un settore della Chiesa che ha deciso di offrire a Salvini un supporto ed un megafono.
Il precedente storico, certamente inquietante, fu quel Don Calcagno, il quale, - con la sua “Crociata
Italica” - fornì una base religiosa alla Repubblica di Salò in polemica con Pio XII, che – a suo dire – si era venduto agli Alleati.
Don Calcagno finì fucilato per collaborazionismo coi nazisti.
Speriamo che la storia non si ripeta, ma tutto dipende dalla preservazione della pace civile e dell'unità dello Stato.
In questo, ci conforta sapere che il Papa è dalla nostra parte.
Thursday, October 03, 2019