Le cronache da Hong Kong tacciono probabilmente su quale è il vero obiettivo dei manifestanti.
Le cronache da Hong Kong tacciono probabilmente su quale è il vero obiettivo dei manifestanti.
Noi non siamo certamente dei sinologi, ma l’esperienza di tanti anni trascorsi all’estero, nei Paesi di quello che viene comunemente denominato il “Terzo Mondo”, ci ha insegnato che non si mette in gioco la vita, ed in particolare la vita di tante persone, semplicemente per ottenere il ritiro di una proposta di legge, anche se particolarmente iniqua ed impopolare.
La vera posta in gioco è l’autodeterminazione.
Gli abitanti di Hong Kong hanno forgiato con il tempo una loro identità specifica, che non è né cinese, né inglese.
Se dunque nessuno vuole il ripristino della sovranità britannica, ben pochi intendono viceversa che i tratti culturali specifici di un popolo vadano dispersi nell’Oceano di un Paese grande come un Continente.
L’unico modo per placare la rabbia popolare è dunque costituito dalla Indipendenza.
C’è un dato anagrafico che ci aiuta a capirlo, ancora più remoto e più radicato della nostra frequentazione dei Paesi esotici, e si tratta dell’appartenere alle genti di frontiera: la cui identità risulta – e qui usiamo a proposito una espressione tipica del Paese di adozione – una identità meticcia.
In tedesco, la parola italiana “frontaliero” si traduce con “grenzer”, ma l’accezione di questo termine è ben diversa dall’una all’altra lingua.
Quando il confine separa culture radicalmente diverse, la gente che vi abita è portata spontaneamente a farvi da guardia, da presidio.
I “Grenzer” erano un corpo scelto dell’esercito austriaco, composto da croati, la cui uniforme comprendeva un indumento particolare – una sciarpa – che in seguito, venendo stilizzata, divenne la nostra cravatta: termine che significa per l’appunto letteralmente “croata”.
Completava però la divisa un caffetano uguale a quello dei Turchi, attualmente indossato dalla Guardia d’Onore del Presidente della Repubblica.
Oltre il Danubio, cominciavano le “Parti degli Infedeli”.
C’è un inno patriottico un tempo molto popolare in Germania, che si intitola la “Wash am Rhein”, cioè letteralmente la “Guardia al Reno”, che le parole del canto definiscono “terra tedesca”: nel senso che a questa identità, a questa cultura, appartenevano – e tuttora appartengono – gli abitanti di ambedue le sponde.
Soltanto l’ambizione dei Francesi a far coincidere il confine politico con il confine naturale ha fatto si che Strasburgo e l’Alsazia venissero incluse nel loro territorio.
Il mondo francese ed il mondo tedesco sono però diversi e antitetici, come lo sono il mondo italiano e quello tedesco: anche De Gasperi era un “grenzer”, e ne andava orgoglioso, avendo acquisito due lingue letterarie diverse, quella della famiglia e quella degli studi.
Dalle sue parti, però, il confine linguistico, posto all’altezza della Stretta di Salorno, è netto come una ferita.
Per noi è diverso: come diceva un mio vecchio professore del Liceo, che dopo la guerra era stato capofila dei fautori dell’annessione alla Francia, “Natura non facit saltus”.
Perfino la geografia fisica, che fa convergere le valli verso Nizza ed il corso del Varo, conferma questa verità.
In comune, c’è la lingua regionale, che arriva appunto fino alla foce del fiume narrato dal taggiasco Giovanni Ruffini: al di là, comincia la terra della “Lingua d’Oca”, la Provenza cantata da Alphonse Daudet e da Gabriel Mistral, e più in là ancora la Catalogna, che include nella propria area culturale anche il Rossiglione, ceduto alla Francia a titolo di dote quando Maria Teresa di Spagna andò sposa di Luigi XIV.
Il ligure, poi il provenzale, poi ancora il catalano sono tutte lingue non ufficiali: fino a Isac Basevi Singer, l’unico autore insignito del Nobel che si era espresso in un idioma non nazionale era stato appunto Mistral.
Ranieri di Monaco non parlava italiano, ma quando veniva dalle nostre parti gli piaceva conversare in ligure: il Principe aveva un vocabolario ricchissimo, pieno di espressioni arcaiche.
La scolarizzazione impartita o in italiano o in francese è parsa a lungo rimarcare il confine politico, ma la comune l’identità comune riaffiora periodicamente, come un fiume carsico.
Ed a volte è l’economia – più che la stessa cultura – a fare riemerge tratti ed interessi coincidenti.
Quando Salvini ha preteso di restaurare la politica che fu di Mussolini, quella dei “cannoni a Ventimiglia, e della contrapposizione tra le due parti della frontiera nel nome di una identità nazionale sempre più sbiadita ed obsoleta, ci siamo ritrovati senza appuntamento a manifestare contro questa degenerazione a Nizza, sulla piazza non a caso intitolata a Garibaldi.
L’Eroe dei due Mondi era nizzardo di nascita, ma non di origine, essendo stato generato da padre genovese, Giuseppe Domenico Garibaldi, e da madre loanese, Rosa Raimondi: la sua lingua, complice la scarsa scolarizzazione, rimase quella ligure, pur riuscendo (in realtà malamente) ad esprimersi anche in italiano e in francese.
Il Sindaco di Nizza, molto orgoglioso della sua origine italiana - per la precisione abruzzese - ha detto chiaramente che l’identità della sua Città è una identità mista, di transizione: noi avremmo usato il termine “meticcia”, che usiamo per nostra figlia.
Nizza non può dimenticare di essere stata parte del Piemonte, come testimonia l’architettura dei suoi portici.
Dal suo porto partirono le tre galee che il Re del Piemonte mandò alla battaglia di Lepanto, e fu quella la prima volta che la Monarchia sabauda si affacciò sulle vicende del Mediterraneo.
Il Primo Cittadino, che ama definirsi “un italiano formato nello spirito repubblicano francese” (una definizione bellissima, tale da farci rimpiangere che nostro nonno, nostro zio e nostra madre non l’abbiano ascoltata) ha ricordato anche il contributo portato dagli esuli antifascisti a Nizza e alla Francia: probabilmente si riferiva anche qui alla storia di famiglia, che ci accomuna.
Toccando questa corda, ha ricordato come la comunità italiana di Francia sia stata sempre in prima fila nelle battaglie civili che hanno accomunato lungo la loro storia i due Paesi: tra i ritratti scolpiti sul “Muro dei Federati” del Cimitero del Père Lachaise in memoria dei caduti della Comune, riprodotti dai loro dagherrotipi, ci sono quelli di molti nostri connazionali.
I quali erano andati a Parigi dalla Bergamasca e dal Novarese per lavorare come “ramoneurs”, cioè come spazzacamini.
Anche nel famoso “Affiche Rouge”, esposto dai nazisti per annunciare le fucilazioni dei partigiani, immortalato in seguito nella canzone di Boris Vian, figurano diversi nomi di Resistenti italiani in Francia.
Tutte queste cose parlano alle nostre memorie, ed ai nostri sentimenti, ma il discorso più efficace lo ha svolto il nostro amico e concittadino Enrico Lupi, che parlava a nome della Unione delle Camere di Commercio: ci sono – nel Dipartimento delle Alpi Marittime – millesettecento imprese con titolare italiano.
“C’est l’argent qui fait la guerre”, ma in questo caso – per fortuna – il denaro impedisce la guerra.
La politica dei “cannoni a Ventimiglia” cozza con l’esistenza di una economia ormai integrata.
Ecco – al di là dell’apprezzamento dimostrato oltre confine per la nostra causa – perché si vede oggi riaffiorare l’identità comune.
Il precedente storico non manca: la Contea di Tenda, divenuta in seguito Contea di Nizza, ebbe origine nell’Alto Medio Evo, con la dissoluzione del feudo arduinico di Ivrea.
Un giorno, dunque, si manifesterà la tendenza inesorabile ad esercitare l’autodeterminazione come riflesso e conseguenza di una identità comune.
Il nostro discorso è partito da Hong Kong, sul Mar Cinese Meridionale, per approdare sulle nostre spiagge, rese famose dalla “Belle Époque”.
La nostra identità meticcia condizionerà le scelte politiche del futuro: Roma e Parigi sono lontane, come è lontana anche Torino.
Per questo suona del tutto anacronistico il richiamo di chi vorrebbe farci diventare francesi, come di chi vorrebbe fare diventare italiani i Nizzardi.
Mussolini fece finanziare dal MinCulPop un foglio, diretto da tale Garibaldi – il quale millantava di essere un discendente dell’Eroe – che assecondava le pretese annessionistiche del fascismo.
Oggi lo stesso ruolo viene interpretato da una fantomatica “Associazione di Amicizia”, la “longa manus” di Salvini manovrata da un millantatore che si qualifica come “incaricato di una mediazione tra l’Italia e la Francia” e ve goffamente alla ricerca di entrature nel Vaticano.
Non è possibile essere seguaci del “Capitano” e nello stesso tempo autonomisti, in quanto l’ex Ministro si è fatto fautore del peggiore centralismo.
Né è possibile essere amici della Francia e fare gli interessi di chi vuole innalzare dei muri su di una frontiera che per noi non è mai esistita, ed un giorno non sarà neanche più considerata come un confine amministrativo.
Thursday, October 03, 2019