Due atti di violenza hanno funestato la nostra vita, in coincidenza temporale casuale – ma non per questo priva di significato – tra l’uno e l’altro.
Due atti di violenza hanno funestato la nostra vita, in coincidenza temporale casuale – ma non per questo priva di significato – tra l’uno e l’altro.
Due atti di violenza hanno funestato la nostra vita, in coincidenza temporale casuale – ma non per questo priva di significato – tra l’uno e l’altro.
Mentre un fanatico nazista tentava in Germania di proseguire l’Olocausto compiendo una strage in una Sinagoga in occasione del Kippur, il Governo della Turchia dava inizio ad una nuova “pulizia etnica” ai danni dei Curdi siriani per occupare il loro territorio e destinarlo ai Sunniti, riparati in massa oltre confine per sfuggire alle violenze del regime alawita di Damasco. Ancora una volta, la logica identitaria – portata alle sue estreme conseguenze – pretende di sanare una ingiustizia perpetrandone un’altra.
Alla fine della guerra, milioni di Polacchi vennero cacciati dai territori orientali annessi all’Unione Sovietica e mandati a ripopolare la Slesia, da cui furono espulsi altrettanti Tedeschi.
Questa volta, però, i Curdi non sanno dove andare: prepariamoci dunque a riceverli in Europa Occidentale, che – malgrado tutto quanto dicono e fanno i vari xenofobi alla Salvini – rimane ancora con l’America Settentrionale l’unico luogo di asilo disponibile praticamente in tutto il mondo.
L’afflusso di sempre nuovi rifugiati produrrà però, a sua volta, nuovi rigurgiti di xenofobia.
Da questo punto di vista, il comportamento criminale dell’attentatore di Halle risulta tragicamente significativo: non potendo fare strage nella Sinagoga, costui si è “accontentato” di uccidere un dipendente di un “kebab”.
Nella sua perversione, egli seguiva un “ragionamento” secondo cui gli Ebrei – per i loro scopi di dominio – promuovono la “sostituzione etnica”: il che determina una complicità oggettiva tra gli Israeliti e gli immigrati, in grande maggioranza musulmani.
La conseguenza, secondo i neonazisti (ma anche secondo i Leghisti, sempre pronti a denunziare i progetti di Soros), è che bisogna combattere entrambi.
Ciò avviene secondo un disegno che accomuna gli attentatori di Oslo, di Christchurch, di Macerata ed ora di Halle, tutti quanti fautori del cosiddetto “suprematismo bianco”: le stragi mirano ad innescare una guerra civile europea tra autoctoni ed immigrati, in modo che alla violenza isolata – per quanto efferata – dei singoli se ne sostituisca una di massa.
A questo punto, gli immigrati verrebbero sterminati – o quanto meno costretti a fuggire – da un gigantesco “pogrom”, tale da fare impallidire la memoria delle “Centurie Nere” dell’Impero Russo.
Per fortuna, risulta improbabile che ciò avvenga: salvo naturalmente nel caso un simile esito venga determinato da una crisi economica di dimensioni apocalittiche.
In caso contrario, tale crisi costituirebbe una conseguenza del conflitto, essendo ormai insostituibile la mano d’opera di importazione.
Siamo in presenza di una tragica parodia del principio enunciato da Mao Tse-tung: “O la rivoluzione impedisce la guerra, o la guerra causa la rivoluzione”.
Più probabilmente – per fortuna – non vedremo né la rivoluzione, né la guerra auspicata dai “suprematisti”, ma ugualmente assisteremo ad uno stillicidio di violenze senza nessuna possibilità di una vittoria strategica di nessuna delle due parti, dal momento che ai loro attentati corrisponderanno regolarmente quelli perpetrati dagli islamisti.
Se la violenza che insanguina l’Europa Occidentale è una sorta di tragico “fai da te”, quella perpetrata da tanti regimi che in altre aree del mondo praticano la “pulizia etnica” è invece una violenza di Stato.
Gli esempi si stanno purtroppo moltiplicando, insieme con la diffusione dei regimi basati sull’identitarismo religioso o razziale: la Cina perseguita gli Uiguri musulmani; la Birmania caccia i Rohingya, anch’essi seguaci dell’Islam; l’India opprime i Kashmiri accusandoli di “separatismo”; ed ora la Turchia – facendo segnare una nuova tappa di questa scalata del terrore, giacché esporta la repressione sul territorio di un altro Stato – si accinge a sterminare i Curdi.
Gli abitanti di Hong Kong, prevedendo ciò che li aspetta, tentano di evitare il completamento dell’annessione: dopo la quale, farebbero la fine degli abitanti del Tibet e del Xinjiang.
Se la rivolta fallisse, dovrebbero rifugiarsi tutti in Gran Bretagna: per loro fortuna, ne posseggono il passaporto.
La violenza è sempre inaccettabile, tanto dal punto di vista politico quanto dal punto di vista morale.
Se però compariamo le due ultime situazioni, ci accorgiamo che certi regimi extra europei agiscono con i metodi propri delle potenze coloniali nell’epoca della formazione dei loro Imperi: le azioni che essi mettono in atto sono pianificate, organizzate e soprattutto perpetrate secondo un disegno strategico di conquista reso possibile dall’impiego di grandi eserciti regolari.
La violenza dei “suprematisti” nostrani è invece episodica, caratterizzata dallo spontaneismo, e soprattutto priva di una credibile strategia.
I ruoli storici sono ormai rovesciati: se Erdogan assomiglia – nel suo modo di agire – ad Hernán Cortés, a Francisco Pizarro o al Maresciallo Thomas Robert Bugeaud – che sottomise l’Algeria, e poi vi impiantò dei coloni francesi – i dirigenti curdi ricordano Cuauhtémoc, Túpac Amaru o Abdelkader ibn Muhieddine: con la differenza che costoro impersonavano una causa giusta, benché perdente.
Tra le due situazioni esiste inoltre un’altra distinzione: i colonialisti miravano a sottomettere le popolazioni extra europee, mentre questo non è certo l’obiettivo di chi oggi viene a vivere e a lavorare in Europa.
È tuttavia indubbio che stiamo assistendo ad un rovesciamento dei rapporti di forza, sul piano economico, politico e militare.
La battaglia si combatte però in Occidente soprattutto sul terreno culturale.
Il multiculturalismo, se lo si concepisce come una convivenza ed una interazione pacifica e creativa, può far sì che la nuova società prodotta dall’immigrazione ci arricchisca tutti quanti.
Se invece verranno usate le differenze tra le diverse culture come pretesto per atteggiamenti e comportamenti razzistici, Anders Behring Breivik ed Al Zawahiri, tenendosi per mano, ci porteranno tutti all’inferno.