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Nuzzi dispone della miniera di documenti sottratti, e poi ceduti tanto ai giornalisti italiani quanto presumibilmente ai suoi correligionari musulmani, da Maria “Immacolata” (?!) Chaouqui.
Il collega Nuzzi ci ricorda lo zio Carlos del Perù, fratello maggiore di nostro nonno.
Il collega Nuzzi ci ricorda lo zio Carlos del Perù, fratello maggiore di nostro nonno.
Avendo ereditato delle grandi concessioni minerarie, costui trascorse l’intera esistenza scavando e facendo scavare nel sottosuolo.
Inutile aggiungere che divenne molto ricco.
Nuzzi dispone della miniera di documenti sottratti, e poi ceduti tanto ai giornalisti italiani quanto presumibilmente ai suoi correligionari musulmani, da Maria “Immacolata” (?!) Chaouqui.
Il nostro collega può dunque sguazzare in una massa di documenti che supera ampiamente la sua capacità di analisi.
Egli è dunque in grado di vendere il materiale di scavo non già come semilavorato, bensì allo stato grezzo.
Mentre però i clienti delle grandi società minerarie possono provvedere alla lavorazione di quanto viene estratto dal sottosuolo, i lettori, attratti dagli “scoop” non posseggono – nella grande maggioranza dei casi – gli strumenti adeguati.
L’ultimo libro di Nuzzi è stato presentato a Roma - “con bombo y platillo”, come si direbbe nel nostro Paese di adozione – tra gli altri dal Ministro Di Maio.
Essendo l’opera dedicata alla gestione del Bilancio del Vaticano - e vertendo dunque su di una materia inerente non tanto al Diritto Canonico, quanto piuttosto al Diritto Pubblico - è come se un analfabeta avesse promosso uno studio sulla Divina Commedia, o il Conte Dracula un trattato sulle trasfusioni di sangue.
L’ignoranza delle più elementari norme giuridiche ostentata dallo “statista” di Pomigliano d’Arco è ormai divenuta infatti proverbiale.
Al tempo del fascismo, il Segretario del Partito – tale Vidussoni – rimediò una brutta figura avendo confuso il Tasso con l’Ariosto: messo a confronto con l’attuale Ministro degli Esteri, costui sarebbe tuttavia risultato un’arca di scienza.
Nuzzi sciorina un’orgia di cifre per dimostrare una tesi riassumibile in questi termini: le finanze del Vaticano sono nel caos.
L’Autore è completamente pelato, per cui – come annotò spietatamente a suo tempo Maria Antonietta Macciocchi a proposito di Giorgio Napolitano – l’esposizione diretta della sua testa ai raggi solari dovrebbe accrescerne l’intelligenza.
Per conferire alla narrazione la giusta dose di drammaticità, Nuzzi preconizza l’incombente “default” della Santa Sede.
Si tratta di una versione in chiave finanziaria delle profezie millenaristiche, da Malachia a Nostradamus passando per San Filippo Neri.
Se “Pippo Bono”, come lo chiamavano familiarmente a Roma, previde che gli soldati infedeli avrebbero abbeverato i loro cavalli nelle fontane di piazza San Pietro, Nuzzi annuncia più prosaicamente l’intervento degli Ufficiali Giudiziari, o degli Ispettori del Fondo Monetario Internazionale.
Il cambiamento dei protagonisti delle vicende apocalittiche si deve evidentemente alla laicizzazione delle tendenze dei lettori.
Se Nuzzi, nell’immane fatica di ricerca tra la massa di documenti trafugati dai Sacri Palazzi, avesse potuto avvalersi di un minimo di consulenza giuridica, la sua analisi avrebbe preso le mosse dalla differenza tra lo Stato Assoluto, che era anche patrimoniale, e lo Stato di Diritto teorizzato dal Montesquieu.
In quest’ultimo, l’amministrazione delle risorse pubbliche viene decisa dal Potere Legislativo, cui spetta il compito di emanare la Legge denominata “di Bilancio”.
Quanto tale atti risulti importante, lo dimostrano le cronache politiche di queste ore.
Il Bilancio suddivide le spese in “Capitoli”, che sono “rigidi”: questo significa - come Nuzzi potrebbe farsi spiegare da ogni buon studente del primo anno di Giurisprudenza – che le uscite attribuite ad un Capitolo non possono essere spostate su di un altro; neanche se si fosse verificato un risparmio nel capitolo cui esse vengono “imputate”.
Per fare questo, occorre che il Parlamento emani una “Nota di Variazione al Bilancio”, cioè una nuova Legge con cui tale testo viene emendato.
Ogni volta che l’Amministrazione Pubblica centrale emana un atto amministrativo che comporti una spesa, esso deve contenere obbligatoriamente l’indicazione della relativa “Copertura”, cioè l’imputazione dell’esborso ad uno specifico “Capitolo” del Bilancio.
Se la spesa eccede i limiti previsti dal Capitolo, la Corte dei Conti, cui l’atto viene inviato affinché sia svolto tale controllo, essa non lo “registra” e ne impedisce l’entrata in vigore.
In Vaticano, trattandosi dell’unica Monarchia Assoluta ancora esistente in Europa, non vige la divisione dei Poteri.
Ciò comporta due conseguenze, che curiosamente Nuzzi non prende in considerazione.
In primo luogo, le entrate ottenute dai vari settori dell’Amministrazione non devono essere comunicate al Governo – cioè al Papa - né vige l’obbligo di mettere a sua disposizione la cifra incassata.
Tale somma, pertanto, non viene iscritta nel Bilancio.
Per giunta, non esiste nell’ordinamento della Santa Sede alcun equivalente del controllo di legittimità sulle spese esercitato da un organo apposito, che in Italia è – come già detto – la Corte dei Conti.
Né d’altronde vige un criterio, stabilito dalla Legge, in base al quale la spesa possa essere considerata illegittima.
L’esborso potrà certamente risultare inopportuno, ma soltanto il Papa – quale Monarca Assoluto – potrà richiamare i responsabili all’osservanza di un criterio che sarà comunque soggettivo.
Questo sistema non è nuovo nella Storia del Diritto Pubblico: esso vigeva infatti per l’appunto nei vari Stati anteriori alla Rivoluzione Liberale.
In quell’epoca, nessuno poteva eccepire l’illegittimità di un atto, in quanto il Sovrano modificava automaticamente – nel momento stesso in cui lo emanava – la norma che avrebbe dovuto disciplinarlo.
Naturalmente, non tutti gli atti portavano la firma del Re, ed anzi nella maggior parte dei casi provenivano da organi che agivano su sua delega.
Finché però la delega non veniva revocata, anche questi organi erano “legibus soluti”.
Non ci dilunghiamo sulla normativa vigente per i soggetti di Diritto Privato.
Ci limitiamo a ricordare che nel caso delle persone giuridiche esiste un organo – il “Collegio dei Sindaci” - che svolge la stessa funzione riservata in ambito pubblicistico alla Corte dei Conti: esso è infatti incaricato di verificare la conformità con la Legge dell’operato degli amministratori.
Il Vaticano non è comunque un soggetto di Diritto Privato, trattandosi di uno Stato.
Nuzzi afferma che il Papa non è neanche riuscito, in alcuni casi, ad ottenere una rendicontazione delle spese effettuate da alcuni organi della santa Sede, richiesta inutilmente a Suo nome dalla Commissione di Cardinali appositamente costituita.
Quanto all’insabbiamento – o meglio all’occultamento - del denaro, vi si è provveduto in molti casi depositandolo presso l’Istituto per le Opere di Religione o presso altre Banche, situate in Italia o all’estero.
In questo modo, il titolare della firma sul conto corrente poteva ulteriormente semplificare le procedure, non dovendo ricorrere all’emanazione di un atto amministrativo per spendere dei soldi.
Paradossalmente – questo però Nuzzi non lo rileva - ogni soggetto riguardato da una disposizione amministrativa della Santa Sede che non sia emanata direttamente dal Papa può impugnarla in sede giurisdizionale.
Ne sanno qualcosa i Francescani dell’Immacolata, i quali ricorrevano sistematicamente contro tutti gli atti emanati dal Commissario Apostolico, intasando la Segnatura Apostolica.
Se invece si tratta di atti di spesa, non è ammesso alcun ricorso, per il semplice motivo che nessuna legge li disciplina.
Qualora dunque un Cardinale preposto ad una Congregazione, essendo disonesto o impazzito, prendesse per sé tutto il denaro ad essa assegnato, ne risponderebbe in sede penale, ma non risulterebbe possibile l’annullamento del relativo atto da parte della Giurisdizione Amministrativa.
Nuzzi si dilunga naturalmente sulle vicende – gustose per il grande pubblico – riguardanti le “spese pazze”.
In questa materia, l’Italia ha comunque poco da insegnare: il “Governatore” Cota si comprava le mutande – naturalmente verdi, essendo leghista – coi soldi della Regione Piemonte; un Consigliere dell’Emilia – in questo caso del Partito Democratico (!) - faceva incetta con il denaro pubblico di oggetti in vendita presso i “sexy shop”.
La trattatistica, come pure la saggistica seria – dovrebbe però approfondire l’indagine.
Arrivando inevitabilmente ad una conclusione: il modello della Monarchia Assoluta, che già risultava obsoleto nella Francia del Diciottesimo Secolo, tanto da spingere il Barone di Montesquieu a delineare uno Stato diverso, non va più bene oggi neanche per la Santa Sede.
Se il Sinodo dei Vescovi – sia pure operando “cum Petro” - può abrogare – naturalmente “juxta modum” - il celibato sacerdotale, perché mai il Parlamento della Chiesa non può emanare una Legge di Bilancio?
A questo punto, non ci sarà bisogno di processare – né tanto meno di svergognare con un libello - il Cardinale che compra le maniglie d’oro per il suo appartamento col denaro delle offerte: l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, munita dei poteri di una banalissima Corte dei Conti, gli bloccherà la delibera.

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Mario Castellano 22/10/2019
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