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La vicenda giudiziaria di “Mafia Capitale” è terminata con la sentenza della Corte di Cassazione che ripristina l’esito del giudizio di primo grado, inizialmente smentito dalla Corte di Appello.
Avevamo avuto modo di commentare quanto asserito in un primo momento dal Tribunale di Roma, e non ci rimane dunque che ribadire i concetti espressi in quella occasione. Tutto ruota intorno a questo quesito: in base a quale criterio si stabilisce se una associazione a delinquere sia o meno di stampo mafioso?
La logica – prima che la Giurisprudenza – suggerisce che si debbano prendere in considerazione i metodi usati dall’associazione, nonché il tipo di rapporto stabilito tra i suoi componenti.
Questo rapporto – in ambito mafioso – non ha carattere episodico, non è finalizzato a commettere insieme uno o più reati, ma si caratterizza piuttosto come permanente.
Non è casuale che da un lato le vari “Cosche” della Mafia, o “’Ndrine della ‘Ndrangheta”, o “Paranze” della Camorra si definiscano usualmente con il termine di “famiglie”: il legame tra i consanguinei è infatti per sua natura indissolubile.
In alcuni casi, le associazioni mafiose celebrano dei riti iniziatici simili a quelli propri delle società esoteriche tradizionali.
La “’Ndrangheta” vanta addirittura origini leggendarie, ed afferma di risalire a tre fratelli giunti in Calabria da un misterioso e lontano Paese dopo essere fuggiti dal carcere in cui erano rinchiusi.
Un’altra differenza tra la normale associazione a delinquere e quella di stampo mafioso consiste nel fatto che la delinquenza cosiddetta “organizzata” tende a costituirsi come uno Stato nello Stato.
Dello Stato, essa presenta infatti i tre elementi costitutivi: esiste un ordinamento giuridico, di tipo consuetudinario, ed esiste una Autorità di Governo che si esercita su di una popolazione – composta dagli affiliati – e su di un territorio.
Ne consegue che i conflitti tra le varie “Famiglie” scoppino – proprio come succede per le guerre tra gli Stati – per estendere il rispettivo controllo territoriale, e comunque le “Famiglie” si definiscono – oltre che in base alla identità dei loro capi – anche per l’ambito spaziale su cui si estende il loro potere.
Nelle grandi città, la suddivisione viene tracciata in base ai quartieri.
L’associazione a delinquere guidata da Carminati e da Buzzi, oltre a possedere tutte queste caratteristiche (come ampiamente dimostrato dagli atti processuali) ha introdotto nelle prassi mafiose alcune novità molto importanti.
La prima è costituita dal suo rapporto con lo Stato e con gli altri Enti Pubblici.
Non si dimentichi che il processo detto “Stato – Mafia” verte su di un quesito di fondamentale importanza non solo per ricostruire la storia del nostro Paese, ma anche per capire dove sta andando l’Italia: ci fu o meno una trattativa tra il Governo e i mafiosi?
Ed è vero che questi ultimi – al fine di “facilitare” i negoziati, ovvero di protestare per i loro intoppi e ritardi - scatenarono una ondata di attentati?
Già il processo ad Andreotti si concluse con una sentenza “salomonica”: lo statista ciociaro aveva negoziato con la mafia, ma non era punibile in quanto i relativi reati erano prescritti.
L’accertamento in sede processuale dei fatti venne comunque acquisito.
Buzzi e Carminati hanno lucrato – beninteso dal loro punto di vista – un merito storico: anziché negoziare da pari a pari con i poteri pubblici, si sono dedicati ad occuparli, instaurando rapporti organici e permanenti con chi li esercitava.
I due soggetti, per giunta, erano l’uno “di Destra” (“Er Cecato”), e l’altro “di Sinistra”: lo prova il fatto che l’intero mondo “progressista” capitolino si era impegnato – usando anche l’autorevole tribuna de “La Repubblica” - per farlo uscire dal carcere, dove scontava una pena per un reato comune, ucciso un amico per futili motivi e con efferatezza.
Secondo i suoi amici, l’uomo si era però “redento”: non per avere trovato la Fede (questa novità è intervenuta dopo l’attuale carcerazione, tanto che perfino il Papa ne è stato tempestivamente informato), bensì – appunto – per essere divenuto “de Sinistra”.
Pur essendo privo di una barba fluente, che sulle rive del Tevere contraddistingue le persone di tale tendenza, l’uomo è assurto addirittura al rango di dirigente, al punto di organizzare cene per la raccolta di fondi a favore della Segreteria di Renzi.
Non ci capita mai di essere d’accordo con Salvini, ma il “Capitano” fa bene quando ricorda al “Rottamatore” il dovere di restituire questi soldi, essendo frutto di estorsioni.
“Mafia Capitale” si identificava non a caso con il cosiddetto “Mondo di Mezzo”: la delinquenza organizzata era ormai emersa dai bassifondi dell’emarginazione, essendo il suo ruolo “di governo” riconosciuto dalle Istituzioni, collocate ancora formalmente al vertice del potere, ma strettamente controllate dai mafiosi.
I quali si qualificavano come “risolutori di problemi”, come nel caso di un cavallo di battaglia della Sinistra quale l’assistenza agli immigrati, delegata precisamente a Buzzi.
Mentre il processo sulla trattativa Stato – Mafia deve accertare se, come e quando i due soggetti siano scesi a patti, il caso “Mafia Capitale” sussume questo interrogativo, ed anzi gli dà una risposta affermativa.
Esso certifica infatti che la delinquenza organizzata ha già compiuto il passo successivo, giungendo a “fare politica” in prima persona.
Qui radica il motivo della parziale assoluzione degli imputati, i quali – secondo la Cassazione – hanno usato dei metodi mafiosi, ma non si possono considerare mafiosi.
Qualora infatti si potessero ritenere tali, risulterebbe inevitabile un corollario: sarebbero mafiosi anche i politicanti coinvolti coscientemente – su questo le tre sentenze concordano – nei loro giochi di potere.
Per evitare di cadere in una contraddizione in termini, i Giudici di primo grado e quelli di Cassazione ricorrono ad un artificio stupefacente, che ci farà guardare ancora una volta dagli stranieri come bestie rare: per essere mafiosi, dicono i Magistrati, occorre essere meridionali.
Se un settentrionale agisce con gli stessi metodi, non lo si può invece ritenere tale.
Come si concilia questa Giurisprudenza con il principio di eguaglianza?
Semplicemente non si concilia.
Rimane comunque assodato che i Romani non sono meridionali.
Ciò dispiace certamente ai Settentrionali, che non li ritengono propri concittadini, ma dispiace anche ai Meridionali, che viceversa hanno sempre teso ad annettere la Capitale.
Le conseguenze della sentenza sul futuro del Paese saranno terribili: usiamo questa espressione meditatamente e con piena coscienza.
Occorre infatti considerare in primo luogo – come i Giudici della Cassazione sanno benissimo – che le mafie straniere hanno ormai soppiantato in Italia quelle indigene.
I malavitosi della “Internazionale mafiosa”, tutti muniti di loro succursali e procuratori nel “Bel Paese”, hanno motivo di festeggiare: immaginiamo che in queste ore si stia brindando nei diversi ristoranti “etnici”.
Un mafioso nigeriano, albanese, arabo, slavo, turco, latino americano, cinese e via dicendo, colto con le mani nel sacco, se la caverà con una condanna per associazione a delinquere cosiddetta “semplice”, semplicemente in quanto non è napoletano, né calabrese, né siciliano.
Gli immigrati hanno così conquistato ben più della parità di diritti, godendo di un trattamento privilegiato – in materia penale – rispetto ad alcuni nostri concittadini.
I mafiosi meridionali – gli unici colpiti da un trattamento carcerario speciale - accumulano ulteriori motivi di risentimento verso lo Stato, mentre il separatismo “neo borbonico” trova un nuovo fortissimo argomento.
Sul rammarico dei Democratici, meglio stendere un velo pietoso: il Partito non ha promosso un procedimento disciplinare contro Buzzi, neanche dopo la sentenza passata in giudicato che comunque lo cataloga come un delinquente.
Il Sindaco di Roma dovrebbe meditare sui rapporti tra Carminati e quell’ambiente del “generone” cui appartengono Previti e Sammarco, cioè i soggetti cui deve la propria carriera, tanto professionale quanto politica.
I Romani onesti dovrebbero trovare altri punti di riferimento, ammesso che ancora ve ne siano.
Salvini, naturalmente, incassa il dividendo politico, facendo dimenticare i suoi rapporti con personaggi come l’Onorevole Furgiuele, chiamato a chiudere la campagna della Lega per le elezioni amministrative in provincia di Imperia.
Il suo candidato a Sindaco di Ventimiglia ha vinto trionfalmente.
“Last but not least”, il Potere Giudiziario abdica con una sentenza sconcertante (altro che “Patria del Diritto”!) al suo dovere di difensore dello Stato contro l’illegalità, rinunziando ad usare contro i delinquenti uno strumento giuridico essenziale, rendendo inutile l’istituto dell’associazione a delinquere di stampo mafioso.

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Mario Castellano 23/10/2019
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