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Don Gustavo Del Santo.
Le origini del Cristianesimo, in questa terra, si perdono nella notte dei tempi.
Della  Legione Tebea, detta anche la “Foelix Legio” avendo tutti i suoi componenti, Ufficiali e soldati, guadagnato il Paradiso con il martirio, non si sa con certezza nemmeno se sia veramente esistita.
Il suo stesso sacrificio è datato in un’epoca incerta, che va dal Primo al Terzo Secolo, non potendo i cronisti attribuirlo ad una delle prime ovvero ad una delle ultime Persecuzioni.
Il luogo del martirio, il “tertre”, come si dice in francese, viene invece unanimemente indicato dalla Tradizione in un paese della Svizzera Romanda chiamato Saint Maurice.
Di lì il culto dei martiri si diffuse lungo l’arco alpino del Piemonte fino ad approdare sul Mar Ligure.
Presso Cuneo c’è San Dalmazzo, volgarizzazione di Dalmatico, poi c’è un’altra San Dalmazzo al di là del colle di Tenda, più giù - a Ventimiglia - troviamo San Secondo ed a Sanremo San Siri: tutti soldati della Legione Tebea.
Proseguendo lungo la costa verso Ponente, c’è Porto Maurizio, che deve il suo nome addirittura al Comandante della Legione, ritratto insieme con Etolo, che era il suo attendente.
Più in là, ad Oneglia, il Patrono è invece San Giovanni Battista: segno che inizia, anche in materia religiosa, l’influenza di Genova.
Si da il caso che tanto Porto Maurizio quanto Oneglia gareggiassero per gerarchia delle rispettive Chiese, entrambe provviste di un Capitolo con i rispettivi Canonici: se però Porto Maurizio vanta il suo Duomo, Oneglia deve accontentarsi della Collegiata Insigne.
I nostri concittadini, in compenso, si vantavano di organizzare meglio la processione per la Festa Patronale.
Le figure dei Canonici ormai sopravvivono soltanto presso alcune Cattedrali.
L’ultimo Canonico della Collegiata Insigne di San Giovanni Battista in Oneglia di cui qualche anziano come noi conserva ancora la memoria fu Monsignor Elena: ormai quasi centenario, girava come un fantasma per le navate da un confessionale all’altro con la mozzetta ed il tricorno, immagine di una Chiesa settecentesca, di prima dell’arrivo dei Francesi.
A Porto Maurizio, questo genere di Ecclesiastici si è invece protratto molto più a lungo, fino ad estinguersi anch’esso nei giorni scorsi con la dipartita di Don Gustavo Del Santo.
Il quale del Canonico del Duomo possedeva il “Physique de l'Emploi”, la compostezza ieratica ed il volto intelligente, in cui si esprimeva la sagacia connessa con la dignità ecclesiale.
Don Del Santo era il Decano del Clero diocesano, ma soprattutto esprimeva nelle sue funzioni l’eredità di una grande cultura, non soltanto religiosa.
La sua sapienza non si fermava infatti sul confine che separa quella radicata nell’ortodossia cattolica con quella di matrice laica.
Chi ha avuto la fortuna di sentirgli esporre un sistema filosofico – possedeva un eloquio elevato, ma nello stesso tempo chiaro ed essenziale – non ha mai potuto cogliervi l’eco dei distinguo, il riflesso della diffidenza che nei Cattolici della sua generazione, ed in particolare negli Ecclesiastici, accompagnava sempre l’esposizione delle tesi altrui.
Nella cultura laica, Don Del Santo si trovava perfettamente a suo agio, perché era la sua.
Chissà se nei suoi ultimi anni avrà potuto rendersi conto dell’evento che caratterizza l’attualità della Chiesa: Padre Bergoglio esprime pienamente la caduta di quel muro, di quella separazione.
Ed anch’egli è uomo laico, uomo libero, tanto nella formazione quanto nelle scelte.
Don Del Santo è stato sempre coerente con il proprio orientamento.
Gli è toccato essere prete nell’epoca peggiore di un clericalismo invadente e oscurantista, in cui essere pastore di anime significava agire né più né meno che da mediocre politicante, come chi guidava all’epoca la Parrocchia di San Maurizio.
Don Del Santo volava più in alto.
Per questo, un certo ambiente reazionario lo ha sempre bersagliato con le sue maldicenze e le sue insinuazioni.
Evidentemente, chi le formulava sapeva che non era possibile rivolgersi a lui in cerca di voti.
Le sue scelte politiche erano d’altronde dichiaratamente in favore dei Partiti laici: “post mortem”, ha disposto perfino che il suo corpo venisse cremato.
Don Del Santo seppe anche tenersi a distanza dall’errore – speculare a quello della Destra clericale – commesso da chi aveva scelto di farsi cappellano del Partito Comunista.
A che cosa serviva distaccarsi dalle degenerazioni temporalistiche di una Chiesa per finire in una chiesuola altrettanto ristretta?
Le due Chiese, a Porto Maurizio e ad Oneglia, avrebbero finito per sommare le proprie mediocrità, le proprie avidità e le proprie corti vedute.
Ci fu nel clero chi volle farsi assistente spirituale della Giunta Comunale detta “Croce e Martello”, apogeo ed insieme punto di caduta dell’era della speculazione edilizia.
Don Del Santo si rifugiò invece nella grande cultura.
Il rammarico per non essere riusciti a rapportarsi con lui, a capire la funzione di raccordo che avrebbe saputo svolgere, dovrebbe accomunare la Destra e la Sinistra: l’una refrattaria all’intelligenza, l’altra refrattaria al sapere.
Don Del Santo era l’ultimo Canonico del Duomo di Porto, e questa funzione può anche risultare obsoleta.
Egli era però anche l’ultimo uomo in grado di muoversi come un anfibio tra due visioni del mondo, tra due diverse radici intellettuali, e di questo – in tempo di barbarie e di intolleranza – avremmo invece più che mai bisogno.

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Mario Castellano 01/11/2019
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