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Un gruppo di Sacerdoti e di “esperti” (?) in Scienze Religiose ha attaccato pubblicamente il Papa perché – in occasione del Sinodo sull’Amazzonia – i seguaci delle religioni ancestrali degli Amerindi hanno celebrato un loro rito nei Giardini Vaticani.
Di qui la duplice accusa, rivolta a Bergoglio, di sincretismo e di idolatria.
Dal momento che il Vescovo di Roma non ha partecipato a queste funzioni – e neanche vi ha presenziato – risulta chiaro che tale asserzione non ha il benché minimo fondamento.
Quanto i cattolici tradizionalisti non possono accettare è il diritto – riconosciuto alle altre religioni – di praticare il culto: non soltanto in Vaticano, ma dovunque.
Negare ai credenti di diversa fede la possibilità di pregare secondo il loro rito nel più piccolo Stato del mondo significa né più né meno che riaffermare il principio “cuius regio ejus religio”.
Naturalmente, i primi ad essere presi di mira sono i cosiddetti “pagani”.
Quanti accusano il Papa non possono tuttavia accettare che in Vaticano si sia svolta una funzione religiosa islamica, e nella stessa occasione una funzione religiosa israelitica.
Ciò risulta dal loro punto di vista tanto più inaccettabile in quanto l’occasione è stata propiziata dalle stesse Autorità della Santa Sede, in occasione dalla cerimonia con cui un olivo è stato piantato nei Giardini Vaticani per auspicare la pace in Medio Oriente.
Come però abbiamo avuto occasione di apprendere dalla viva voce del Dottor Riccardo Samuele Di Segni, Rabbino Capo di Roma, in occasione di un dibattito svoltosi presso la benemerita Libreria “Il Messaggio dell’Icona” di Borgo Pio, già in precedenza i componenti delle delegazioni israelitiche in visita dal Papa – essendo giunta l’ora delle orazioni quotidiane – avevano pregato pubblicamente in Vaticano.
Non potendo – almeno per il momento – attaccare direttamente questa pratica, i tradizionalisti credono di avere individuato il punto debole nei culti ancestrali degli indigeni delle Americhe.
I quali sono depositari di una cultura erroneamente ed ingiustamente considerata subalterna, tanto a causa della cristianizzazione forzata del loro Continente quanto per i suoi aspetti definiti “idolatrici”, e cioè pagani.
E’ indubbio che queste fedi non siano “abramitiche”, in quanto non si fondano sulla Rivelazione di Dio al Patriarca.
Risulta viceversa quanto meno approssimativo affermare che gli Amerindi siano idolatri.
Tuttavia, con il pretesto di combattere l’idolatria, alcuni fanatici tradizionalisti hanno rubato le statue della dea della fertilità, esposte nella Chiesa della Traspontina non già per esservi venerate – come costoro hanno affermato – bensì per fini meramente culturali.
Non paghi di avere consumato un furto sacrilego, gli autori di questo gesto di intolleranza hanno anche gettato i simulacri nel Tevere.
Poiché nostra moglie professa precisamente la religione tradizionale degli Amerindi – per cui i soggetti come l’ineffabile Alvaro Martino di “Faro di Roma” non ci perdonano di essere sposati con una “infedele” - ci permettiamo alcune precisazioni.
I simulacri delle divinità cosiddette “pagane” non vengono adorati, bensì venerati.
Per conoscere la differenza tra l’adorazione e la venerazione, rimandiamo i tradizionalisti al Catechismo, che essi probabilmente non hanno neanche letto: il fanatismo si accompagna sempre con l’ignoranza.
La religione tradizionale degli Amerindi è fondamentalmente monoteista, ma si basa sul concetto del “Deus sive natura”: essa prescinde infatti dalla distinzione tra la Trascendenza e l’Immanenza, e dunque tra il Creatore ed il Creato.
Le divinità che indubbiamente presso alcune popolazioni – come avviene precisamente nell’Amazzonia – costituiscono l’oggetto della venerazione sono altrettanti simboli delle varie manifestazioni dell’unica Divinità.
Nelle antiche culture dell’America Centrale c’erano ad esempio Xilonem, la dea delle messi corrispondente a Cerere o a Cibele, e Ixchèn la dea della fertilità femminile paragonabile a Giunone.
Risulta comunque indubbio che i seguaci di questa fede adorino la natura, in quanto la identificano con Dio.
Non è invece altrettanto corretto affermare “tout court” che si tratti di “idolatri”.
Anche ammesso, tuttavia, che fossero tali, la libertà di coscienza e la libertà di culto varrebbero anche per loro.
Poiché però i tradizionalisti cattolici si propongono di abolirle, essi cominciano con il negarle in Vaticano per i cosiddetti “pagani”, in attesa di fare lo stesso in Italia con tutte le altre religioni.
Fuorché, naturalmente, con la loro.
Che però non riconosciamo come nostra.
Noi siamo Cattolici liberali, e come tali ci manteniamo fedeli al principio della laicità dello Stato, nel quale l’adesione all’una o all’altra religione costituisce una libera scelta di ogni cittadino.
Al quale gli atti di culto non possono essere né prescritti, né vietati.
La domanda che ci poniamo in conclusione è la seguente: per quanto ancora queste due diverse concezioni della religione cattolica potranno convivere nella stessa Chiesa?

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Mario Castellano 14/11/2019
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