Si dice che a una certa età i desideri finiscono e cominciano i ricordi.
In realtà, un desiderio lo abbiamo ancora: quello di vedere come andrà a finire.
L'incontro che abbiamo avuto ieri con l'operatore di Polizia a riposo della Polizia di Stato S.R., fino alla quiescenza, presso la Questura di Genova, ha ravvivato i nostri ricordi, come pure, nello stesso tempo, l'unico superstite desiderio.
S.R., quando lo abbiamo conosciuto, era un ragazzo di provincia che sognava di emulare le gesta dei poliziotti americani visti al cinema, da Serpico all'Ispettore Tibbs e a “Miami Vice”.
Il suo massimo desiderio era dunque quello di vestire l'uniforme.
Riuscì a realizzarlo quando venne indetto l'ultimo “maxi concorso” della storia unitaria italiana, quello che immise nei ranghi della Polizia ben trentamila uomini e donne in un colpo solo.
Si dice che alcuni vecchi Appuntati, osservando questo improvviso irrompere di giovani forze nei ranghi ormai stremati del Corpo, si commossero, come il Sacerdote Anna quando vide Gesù presentato al Tempio.
Paradossalmente, S.R. non vestì mai l'uniforme, che probabilmente – essendo stata restituita intonsa al Magazzino Vestiario – viene ora indossata da qualche altro servitore dello Stato, forse dedito a servizi meno avventurosi.
S.R circolava nel vicolo del Centro Storico di Genova travestito da “hippy” in cerca di spacciatori, oppure batteva le strade dando la caccia con la “Volante” ad ogni sorta di malfattori.
La sua memoria è un archivio di alcuni decenni della cronaca nera genovese.
L'unico sconfinamento dell'operatore di Polizia nella persecuzione della delinquenza politica (o meglio religiosa) – ed al contempo della delinquenza organizzata – avvenne quando fu assegnato alla nostra protezione.
Era quello il tempo in cui eravamo impegnati contro la Camorra, accanitasi contro il povero Padre Fidenzio Volpi, in seguito morto in un modo che risulta misterioso soltanto per le nostre negligenti Autorità Inquirenti.
Il compianto Servo di Dio venne infatti eliminato dalla “Paranza” competente per materia dopo avere scoperto – con la nostra modesta collaborazione – che l'Istituto Religioso di cui era stato nominato Commissario Apostolico costituiva in realtà l'interfaccia di gente dedita ad ogni tipo di loschi traffici, che andavano dal “pizzo” al narcotraffico e dall'Irpinia alla Nigeria.
Di quel periodo burrascoso, ricordiamo una riunione celebrata presso l'Ufficio del povero Padre Volpi, detto pomposamente “Unione Italiana dei Superiori Maggiori”, ma in realtà consistente soltanto nelle persone del Segretario e della sua fedele assistente, la buona Signora Maria Casalvieri.
La quale era figlia di un Maresciallo dei Carabinieri, e sorella di un leggendario Generale dell'Arma, ricordato per il servizio presso il Comando di viale Romania, da cui curava i collegamenti radiofonici, estesi fino alla più sperduta delle Stazioni.
In realtà, per tenere a galla la barca scalcagnata della “UISM” ci voleva precisamente tutta la severità assimilata con il latte materno da un simile personaggio.
Quando un Superiore Generale intendeva procedere ad un trasferimento, la Signora Casalvieri veniva immancabilmente consultata.
I colloqui che avvenivano in tali circostanze avevano del surreale.
“Che cosa ne dice se mando Padre Vincenzo a Fossombrone?”
“No, perché a Fossombrone c'è Padre Fiorenzo, con cui ha già litigato a Treviso!”
“Allora lo mandiamo a Rieti”.
“Peggio ancora: non si ricorda che abbiamo assegnato a Rieti Padre Ubaldo, che se nera andato da Pordenone proprio perché non poteva soffrire Padre Vincenzo?”
Gli inventori del “computer”, in realtà, non hanno trovato niente di nuovo.
Alla fine di questo complicatissimo “puzzle”, si finiva sempre per trovare una collocazione soddisfacente per tutti, ma soltanto a prezzo di spostamenti strategici estremamente complessi.
Un'altra specialità della Signora Casalvieri consisteva nel conoscere la situazione finanziaria delle singole Congregazioni, in genere restie a pagare le quote associative.
Per cui la Segretaria godeva della fama, non certo buona, dei gabellotti.
La riunione cui accorse l'operatore di Polizia si svolse appunto in via degli Scipioni.
Approfittando di una pausa dei lavori ed avvalendosi dell'intuito tipico dei vecchi poliziotti, ci fece un cenno, rivolto ad uno dei presenti, da cui chiaramente si desumeva che di costui non c'era da fidarsi.
In effetti, la fine di Padre Volpi, decretata in qualche villa abusiva di Casal di Principe o di Secondigliano, venne in seguito propiziata dal comportamento pilatesco di tale ambiguo personaggio.
Mancò poco che ne facessimo le spese anche noi.
I partecipanti alla riunione non parvero comunque turbati per la presenza di un Tutore dell'Ordine: segno da un lato della loro criminalizzazione, dall'altro della loro assuefazione alle relative conseguenze.
Ritornammo in convento, dove l'operatore di Polizia condivise per la notte uno dei cubicoli in cui eravamo costretti a sopravvivere, più ristretto di quelli abitati dai carcerati nelle patrie galere.
L'impressione che determinò in lui l'insieme della situazione fu che sarebbe stato un miracolo se ne fossimo usciti vivi.
Lo siamo ancora entrambi: ora l'amico S.R. medita di ritirarsi in volontario esilio sui monti dell’Italia centrale, lontano dalle violenze politiche – religiose di cui – per nostra colpa – conobbe un anticipo.
Lo accompagnano una esigua pensione ed un mare di ricordi.
L'Italia sprofonda nella violenza, ma si avvicina il momento in cui anche per noi sarà possibile guardarle dal di fuori.
Saturday, January 04, 2020