I nostri nonni ed i nostri genitori ricordavano con assoluta precisione i grandi giorni della storia nazionale, dove si trovavano e che cosa stavano facendo nel momento in cui l’Italia era entrata in guerra, così come nel momento in cui la guerra era finita.
Nel caso della generazione precedente, a queste date se ne aggiungeva un’altra, quella tragica dell’Otto settembre, in cui “era morta la Patria”.
Si trattò in effetti del più importante spartiacque della loro esistenza, in quanto il dissolvimento dello Stato aveva segnato anche una crisi irreversibile della stessa idea di Nazione.
Fu come se tutto quanto era stato fatto fino allora nel nome di questo ideale si fosse rivelato improvvisamente vano, come se la loro e le precedenti generazioni avessero sperato, lavorato e combattuto inutilmente.
Quanto avvenuto in seguito, coinvolgendo tutto l’arco della nostra esistenza, si può interpretare come un tentativo di sanare la ferita aperta in quel momento.
Se fosse possibile riassumere in un solo concetto due secoli della vicenda nazionale, potremmo dire che i bisnonni avevano sperato in una Italia unita, i nonni in una Italia grande, i padri in una Italia libera e noi in una Italia giusta.
Ciascuno di questi obiettivi si sarebbe potuto considerare realizzato in quanto si fossero compiuti quelli vissuti in precedenza.
Quanto abbiamo fatto, con ingenua buona fede, avrebbe avuto valore soltanto se le basi su cui si credeva di costruire fossero esistite veramente.
Altrimenti, la nostra sarebbe stata una illusione, fondata su altre illusioni.
Questo è il dilemma di cui attendiamo ancora di conoscere la soluzione.
L’impressione che si ricava da queste prime ore di guerra è che si stia vivendo una sorta di grande rimozione collettiva.
Non dovrebbe però risultare indifferente l’esistenza o l’inesistenza di ciò in cui si è creduto.
Il momento attuale è stato paragonato con quello dell’attentato di Sarajevo.
Se quell’evento fu soltanto la causa occasionale della “Grande Guerra”, è anche tale – malgrado le differenze apparenti - l’azione che si è consumata a Baghdad.
Allora il responsabile del gesto omicida era un gruppo armato irredentista, che agiva ai danni di una altissima Autorità straniera.
Oggi invece vi è una perfetta simmetria: infatti tanto la vittima quanto gli autori dell’atto di violenza sono entrambi espressione di due Stati sovrani.
Se dunque l’Austria mosse guerra contro la Serbia solo quanto risultò chiaro che il Governo di Belgrado nascondeva le proprie responsabilità nel complotto, oggi le ostilità si sono aperte immediatamente, dato che Trump rivendica l’azione compiuta dalle sue Forze Armate.
La guerra del 1914 si estese a causa dell’automatismo delle reazioni alle mosse degli altri.
Oggi, viceversa, si è deciso consapevolmente di scatenare le ostilità in modo da coinvolgervi altri soggetti.
Tra le due situazioni esiste però un’altra differenza.
La generazione che allora venne mobilitata era stata educata nel culto della Nazione, cioè dell’ideologia che in Italia faceva le veci di una omogeneità storica e culturale altrimenti inesistente: salvo che nelle elaborazioni concettuali proprie degli intellettuali, da loro imposte ad un popolo in origine del tutto indifferente.
L’acculturazione impartita alle generazioni nate dopo l’Unità bastò ciò malgrado perché esse accettassero i rischi ed i sacrifici imposti dalla guerra.
Nostra nonna ricordò sempre quella stagione come la migliore della sua vita.
Con il marito richiamato, ed il peso di un figlio, era stata precettata per lavorare nella produzione in sostituzione degli uomini, tutti mobilitati.
Per l’intera durata del conflitto, dovette mangiare soltanto dei ceci, ottenuti con la tessera annonaria.
Eppure, insieme con il patriottismo, questa popolana che appena sapeva leggere e scrivere aveva percepito che si stava aprendo una nuova fase storica: l’emancipazione femminile realizzava la sua prima ma irrevocabile conquista.
Oggi la generazione chiamata a sostenere lo sforzo bellico è stata educata – come era giusto e comprensibile, quale reazione alla degenerazione del nazionalismo propria del regime fascista – in un ideale narcisistico, ispirato alla concordia tra i popoli.
Si tratta, naturalmente, di un principio nobilissimo, cui però corrisponde dalla parte avversa se non il fanatismo certamente una forte motivazione religiosa.
Se il mondo procede in direzione dell’affermazione delle diverse identità, risulta inevitabile il vantaggio di chi è più avanzato in questa tendenza.
La guerra – si dice sempre – piace soltanto a chi non l’ha mai fatta.
Chi l’ha fatta, però, ha dalla sua parte il vantaggio costituito dall’esperienza.
Da questo punto di vista, l’Occidente è ormai da tre quarti di secolo un’isola felice, immersa però in un mare di conflitti.
Nostra figlia è perfettamente in grado di montare e smontare un fucile mitragliatore, trattandosi di una materia insegnata nel Paese di adozione alle Scuole Elementari.
In Italia, soltanto i bambini cresciuti in luoghi quali Scampia ed il Quartiere Zen possono vantare una eguale preparazione: essi vivono in realtà nel Terzo Mondo.
Al di là della preparazione militare, vince comunque in genere chi crede in ciò per cui combatte.
I Musulmani ci credono, noi no, dal momento che si tratta essenzialmente di una motivazione di carattere religioso.
Ricordiamo la nostra intervista con un “Imam” salafita, venuto da queste parti per predicare durante il Ramadan, che per la prima volta in vita sua si trovava nel cosiddetto “Dar al Harb”.
Il nostro interlocutore, per giunta, non aveva mai colloquiato in modo approfondito con un infedele.
A parte un certo gusto sadico nel constatare i dolori che ci procurava il dover prendere appunti accovacciati “more arabico” sul pavimento della Moschea, l’Imam si dimostrò molto aperto alle nostre domande.
Quando gli chiedemmo quale differenza vedeva tra Cristiani e Musulmani, ci rispose tacitianamente: “Noi insegniamo ai figli la nostra religione, voi no”.
È vero che oggi quasi tutti i regimi al potere nei Paesi islamici sono filo occidentali, ma si tratta di Governi che galleggiano come una crosta sottile sul magma di una società sempre più radicalizzata, una crosta tanto più presto destinata a rompersi quanto più le popolazioni si identificheranno inevitabilmente con chi prende le armi contro il nemico.
Ed il nemico è naturalmente identificato nell’Occidente.
C’è una pagina in “Addio alle armi” in cui Hemingway ricorda di avere domandato ad un vecchio diplomatico italiano, mentre giocava con lui a biliardo in un albergo sul Lago Maggiore: “Chi vincerà la guerra?”
L’interlocutore gli rispose: “L’Italia, perché è un organismo più giovane”.
I Musulmani hanno in media trenta anni, noi il doppio.
L’Islam può scambiare illimitatamente lo spazio con il tempo, e per giunta è in grado di colpire il nostro territorio quando e come vuole.
Le possibilità di mantenersi fuori dal conflitto sono minori che nel 1914.
Allora l’Italia non era vincolata all’intervento, e semmai avrebbe dovuto prendere parte alla guerra a fianco dell’Austria e della Germania, come esigevano le clausole della “Triplice Alleanza”.
Il Governo di Roma si tenne fuori in un primo momento adducendo il pretesto che queste Potenze avevano aggredito altri Stati, mentre i nostri obblighi erano solo di carattere difensivo.
L’ineluttabilità dell’intervento era determinata da cause ben più profonde della lettera dei Trattati, nonché delle stesse ambizioni territoriali: Trento e Trieste non erano che un pretesto.
In realtà, non potevano più convivere in Europa gli Stati nazionali, retti sul principio della volontà popolare, e gli Imperi, fondati sull’opposto principio di legittimità.
Essendosi affermato con la “Grande Guerra” il diritto all’autodeterminazione, tutto quanto avvenuto a partire dal 28 giugno del 1924 costituisce un unico sviluppo della vicenda iniziata a Sarajevo.
È precisamente in questo “continuum” storico che va inquadrato il contenzioso tra l’Iran e l’Occidente, risalente al 1953, quando un colpo di Stato ispirato dall’estero provocò la caduta del Governo nazionalista di Mossadeq, che aveva tentato di nazionalizzare il petrolio.
Ci possiamo dunque meravigliare se gli Iraniani hanno verso l’Occidente lo stesso atteggiamento che i nostri nonni avevano verso l’Impero Austriaco?
L’Italia mosse guerra anche contro la Germania e la Turchia, malgrado queste Nazioni non avessero niente a che vedere con Trento e Trieste, ma esse erano assimilate all’Austria precisamente per la condivisione del principio di legittimità.
Oggi noi, dal punto di vista dei Musulmani, abbiamo in comune con gli Americani quanto l’Islam chiama “ateismo, e che in realtà non è tale dal nostro punto di vista, ma così viene definito per denunziare l’illegittimità dei nostri Stati.
Siamo dunque in presenza di un conflitto che si può definire cosmico, essendo causato da due opposte concezioni del mondo.
L’incoscienza che sembra contraddistinguere in questi giorni l’atteggiamento della gente comune è dunque dovuta più all’ignoranza che ad un desiderio di rimozione.
Gli unici posti dove sembra prevalere la consapevolezza sono i luoghi di culto.
Chi si rende conto della situazione, infatti, vi si reca per pregare.
A questo riguardo, non possiamo fare a meno di esprimere il nostro dissenso dall’illustre concittadino Professor Vittorio Colletti, cui non piace affatto – come afferma sull’edizione di Genova de “La Repubblica” - che la Chiesa si ostini a proporre le manifestazioni della Fede popolare.
Con le quali – contrariamente a quanto scrive l’illustre Collega – non c’entrano le scelte reazionarie di personaggi pur giustamente da lui assimilati, quali Salvini, Ruini e Bertone.
Non essendo ancora giunta l’ora della Resistenza, è tuttavia possibile praticare la resilienza.
Che consiste precisamente nel continuare ad essere sé stessi, rifiutando sia l’assimilazione culturale, sia l’egoismo sociale.
Alla Chiesa si dovrebbe almeno riconoscere il merito di mantenere coeso, per quanto possibile, il tessuto della solidarietà collettiva.
Se per questo servono le devozioni tradizionali, ben vengano.
Il Professor Colletti dimentica che il suo Partito, dalle nostre parti, è da tempo venuto meno alla funzione, un tempo propria del Movimento dei Lavoratori, di mantenere questa coesione.
La dimostrazione “a contrario” di quanto possa influire tale defezione viene dall’Emilia: dove ancora la solidarietà in qualche misura sopravvive, malgrado tutti i limiti e tutti i difetti di un sistema di potere.
Per questo, a Bologna la Sinistra vince ancora, mentre ad Imperia perde disastrosamente ormai “ab immemorabili”.
E perderà fino a quando i suoi dirigenti praticheranno la “politica della selvaggina”, cioè dei “partiti trasversali”, basati sulla comunanza di interessi personali ed inconfessabili con la parte opposta.
Questa politica con il Socialismo, con il Progressismo e con la Democrazia c’entra come i cavoli a merenda.
Se poi al Professor Colletti non piace che si veneri il guanto di Padre Pio, ci dovrebbe spiegare perché invece non trovi nulla da ridire sulla venerazione delle reliquie dell’Onorevole Alessandro Natta, conservate presso la Federazione di Imperia.
Tanto gli uffici di via San Giovanni quanto l’omonima Insigne Collegiata stanno cadendo sulla testa dei rispettivi frequentatori: scarsi in Chiesa, ma addirittura inesistenti nella sede degli ex Comunisti.
Saturday, January 04, 2020