Qualche anno fa, Imperia ebbe un Sindaco che presiedeva il Consiglio Comunale in pantaloni corti.
Nello stesso periodo, il suo collega Fulvio Cerofolini vietò l’accesso alla “Sala Rossa” di Palazzo Tursi ad un Consigliere che si era presentato nello stesso abbigliamento.
Nel Paese di adozione, facemmo la conoscenza del suo uomo più ricco, “Don”Alfredo Pellas: il quale, malgrado fosse “hijo del Paìs” - come si dice da quelle parti – ormai di terza generazione, ritornava ogni anno a Genova – Città da cui proveniva la sua famiglia – alla ricerca delle proprie radici.
Avendo saputo che venivamo anche noi dalle stesse parti, ci volle ricevere quasi senza preavviso, e non finiva di parlare delle “cose noscie”: che nella lingua regionale ligure hanno un significato completamente diverso dal termine “Cosa Nostra” quale si usa in Sicilia.
A parte ogni considerazione attinente alla criminalità, l’impiego di quest’ultima espressione denota un atteggiamento introverso ed esclusivo, quanto è invece estroverso ed esclusivo quello proprio dei Liguri nel mondo.
L’aspetto che più ci colpì nel nostro interlocutore fu l’abbigliamento: in un Paese dove l’uso della giacca e della cravatta – non soltanto per motivi climatici – è considerato segno di stranezza, “Don” Alfredo indossava un impeccabile “blazer”, che a Genova costituisce una sorta di uniforme degli uomini di affari, come la bombetta e l’ombrello per i frequentatori della “City” di Londra.
Da quelle parti, soltanto noi potevamo capire il significato di questo modo di vestire: è dunque da escludere che esso costituisse una esibizione snobistica, un modo di atteggiarsi per distinguersi dalle altre persone.
Si trattava, unicamente, di fedeltà alle origini, di attaccamento alle radici: un poco come avviene per la religione quando si deve vivere “in partibus infidelium”.
I Genovesi, ed i Liguri in generale, sono portati naturalmente allo “understatement” ed alla ritrosia: i forestieri sono portati a considerarli una forma di chiusura, e certamente questo rappresenta un tratto che ci distingue dagli altri Italiani, tutti – chi più chi meno – portati a dimostrarsi in qualche misura espansivi; di un moribondo, si dice dalle nostre parti che “sta poco bene”.
Filippo Ceccarelli de “La Repubblica” mostra di non sapere nulla di tutto questo.
Eppure, essendo un romanista – non nel senso calcistico dell’espressione, bensì in quello di cultore delle memorie dell’Urbe – dovrebbe sapere che la nostra Chiesa Nazionale, dedicata non per caso a San Giovanni Battista “dei Genovesi”, è l’unica, insieme con quelle dei Paesi stranieri, edificata non per iniziativa dei fedeli, bensì dello Stato.
Si tratta, per l’appunto, della gloriosa Repubblica di Genova.
Ecco spiegato perché l’elzevirista al servizio di De Benedetti si dedica a sbertucciare il Sindaco Bucci, avendo trovato in Redazione una sua fotografia vestito da Doge.
Se l’Ingegnere, che viene da una Regione come il Piemonte, simile per costumi e per carattere alla Liguria, avesse potuto previamente visionare il suo articolo, avrebbe esortato Ceccarelli a riflettere su di un dato evidente: se Genova sembra regredire all’età comunale, Roma non si conforma all’ideale del “vir probi” dei tempi repubblicani, bensì alla decadenza del Basso Impero.
Per descrivere tale stato di cose, ci vorrebbe non tanto un autore di “pezzi di colore”, bensì un Apuleio, un Marziale, un Giovenale: cui si deve la celebre definizione “Urbs inenarrabilis”.
Certi attuali Assessori Capitolini ricordano l’aneddoto, storicamente accertato, di Caligola che nominò Senatore il suo cavallo.
L’unico appunto che un nostro concittadino avrebbe rivolto a Bucci si riferirebbe alla spesa sostenuta per confezionare la veste storica: se però il Sindaco ha trovato uno “sponsor” che ha esonerato il Bilancio del Comune da tale gravame, non c’è assolutamente nulla da ridire.
I “Fedeli di Vitorchiano” non si esibiscono forse in abiti dell’era barocca?
Nessun Comune d’Italia si astiene d’altronde dall’esibire i suoi Vigili Urbani, nelle circostanze più solenni, con vesti del Medio Evo o del Rinascimento; né manca l’accompagnamento marziale di trombe e tamburi.
Perfino l’austera Cuneo fa andare in giro i propri Agenti con le uniformi sabaude del Settecento: questa sorta di gruppo folcloristico comprende tre uomini, di cui uno regge la bandiera civica mentre altri due la tengono dispiegata, come fanno le damigelle in occasione dei matrimoni con lo strascico della sposa.
Tutte queste esibizioni suscitano immancabilmente nei forestieri irriguardose comparazioni con il Carnevale.
Ora si dà il caso che il Primo Cittadino di Genova non abbia voluto mandare i Municipali a fare da Cirenei, e si sia acconciato con l’abbigliamento riferito al suo rango.
L’unico organo di stampa da cui ci si poteva attendere una reazione indignata sarebbe in realtà “Regione Liguria”: così si denomina – senza dimostrare una briciola di fantasia neanche nella testata – l’Organo Ufficiale di via Fieschi.
La cui lettura è consigliata ai superstiti nostalgici dell’Unione Sovietica: pare infatti venga redatto dagli ultimi “kabulisti”, che il Partito ex Comunista è riuscito ad imboscare in uno scantinato del grattacielo di Carignano, ove redigono il periodico forse meno letto del mondo.
Se Toti non può atteggiarsi a Doge in quanto non sa fare il Governatore (in realtà non ne era capace nemmeno Burlando), perché mai Bucci dovrebbe dismettere i panni ducali?
Il contesto in cui è stata scattata l’istantanea del Sindaco vestito in abito d’epoca risulta d’altronde palesemente giocoso: Bucci si atteggia a Papa del Rinascimento, mentre un suo seguace, nell’eseguire la genuflessione di rito, fa la parte del devoto, esibendo però un ghigno sarcastico.
Ceccarelli, essendo uno degli ultimi marxisti ancora in circolazione, dovrebbe conoscere la differenza tra struttura e sovrastruttura, quale venne spiegata dal “Profeta di Treviri”.
Avvalendosi di questa base teorica, il “columnist” di via Cristoforo Colombo (anche qui ricorre la memoria della “Superba”) dovrebbe rendersi conto del fatto che al di sotto della struttura – rappresentata nella fattispecie dall’acconciatura del Sindaco – si trova per l’appunto la struttura.
Proviamo a riassumere come questo rapporto si manifesta oggi nella nostra Regione.
Per capirlo, basta comunque sfogliare lo stesso Giornale per cui scrive Ceccarelli.
Le commesse per l’industria di Stato, che il Conte di Cavour costituì a Genova fin da prima dell’Unità per compensarla della perdita tanto dell’Indipendenza quanto della Repubblica, e che in passato costituivano l’equivalente dell’osso tirato al cane per sfamarlo e per distrarlo, non arrivano più.
Non ci sono ormai neanche i soldi per aggiustare i ponti e le gallerie delle Autostrade.
Questa situazione, data la collocazione geografica e la conformazione del territorio, ci isola dal mondo.
La “Dominante”, constatato che non era possibile restaurare il tracciato romano dell’Aurelia, costituì un sistema integrato di porti, esteso da Lerici a Ventimiglia.
Oggi dovremo fare lo stesso.
Con quali soldi?
Con quelli – precisamente – dei diritti portuali.
Che oggi prendono la strada di Roma, dove alimentano – tra l’altro – proprio gli sprechi del Campidoglio.
Se dunque l’aspirazione all’Indipendenza assume – anche in senso letterale – le vesti dell’antico potere ducale, non c’è nulla di cui meravigliarsi.
Tempo fa, il nostro gruppo di amici, che si riunisce allo Star Hotel di Brignole, si pose il problema di dotarsi di una insegna.
Proponemmo di adottare la Bandiera di San Giorgio, e per l’acquisto ci si rivolse ad una Società specializzata, trovata su Internet.
La Ditta rispose che gli ordinativi superavano di gran lunga la produzione, e ci sarebbero voluti molti mesi di lista di attesa per soddisfare la richiesta.
Dove vanno a finire tutti questi vessilli?
Saturday, January 11, 2020