L’Ordine dei Templari, o meglio l’Ordine dei “Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonis” (V.E.O.S.P.S.S. - MCXVIII), guidato dal Gran Priore Fra’ Riccardo Borsi, celebrerà il prossimo 23 aprile la “Giornata Internazionale dei Cristiani Perseguitati nel Mondo”, cui auspica si associ anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite: la quale ha invece indetto da tempo per il 22 agosto una “Giornata per i perseguitati a motivo della fede”.
I Cavalieri del Tempio di Gerusalemme hanno anche proposto all’O.N.U. di aderire alla loro iniziativa.
Temiamo che il “Palazzo di Vetro” risponda a questa richiesta con il classico “fin de non-recevoir”.
Quali sono i motivi alla base di questo atteggiamento agnostico, che i Cristiani definirebbero invece con il termine dispregiativo di “pilatesco”?
Risulta sempre difficile separare la ragione e il torto con il coltello.
È indubbio, da una parte, che siano in atto delle persecuzioni contro la nostra religione.
I Cristiani del Medio Oriente sono costretti a barcamenarsi nello scontro secolare tra i Musulmani Sunniti ed i Musulmani Sciiti, cercando la protezione del potente di turno per garantire alle loro Comunità una sopravvivenza sempre più precaria.
La loro condizione di oppressione è determinata dal sovrapporsi di varie cause concomitanti.
Quando lo scoppio della Grande Guerra annunziò la fine degli Imperi multietnici e multiculturali, tra cui quello turco, i Cristiani, aderendo al principio nazionale, si schierarono dalla parte dell’insurrezione araba contro il Sultano.
Dopo l’Indipendenza, fu precisamente un nostro correligionario siriano, Michel Aflak, a sollevare la bandiera del nazionalismo arabo: il cui obiettivo – facendo prevalere l’identità nazionale su quella religiosa – consisteva nell’instaurazione di un unico Stato.
Il suo programma, su cui influiva anche l’aspirazione alla giustizia sociale, costituì il manifesto del “Baath”, cioè precisamente del Partito Socialista Panarabo, le cui diverse branche detennero il potere tanto in Siria quanto in Iraq fino a quando l’aspirazione ad affermare l’identità religiosa prevalse sulla tendenza nazionalista.
Essendo irreversibilmente cambiato – al di là delle vicende contingenti, che hanno visto l’ascesa ed il tramonto del sogno del cosiddetto “Stato Islamico” - il fondamento stesso della rivendicazione identitaria, la componente cristiana delle società mediorientali era destinata inevitabilmente all’emarginazione ed alla persecuzione.
In quella regione del mondo, così come in tutte le altre già soggette al dominio coloniale dell’Europa, la religione cristiana sconta il peccato originale di essere l’elemento che accomunava i dominatori occidentali con una parte minoritaria degli indigeni.
A nulla serve, in tempi di radicalizzazione – dapprima ideologica, ed in seguito identitaria – la memoria del comune impegno in favore dell’Indipendenza.
Se rileggiamo la storia dei processi di liberazione, vediamo come nella maggior parte dei casi i Cristiani non si siano comportati come collaborazionisti del dominio straniero, schierandosi anzi decisamente dalla parte di chi combatteva per l’autodeterminazione.
Lo stesso discorso vale anche per gli Israeliti, che vennero tuttavia cacciati dai Paesi Arabi a causa della disputa territoriale sulla Palestina.
Se però nel Medio Oriente la persecuzione ai danni dei Cristiani si manifesta in forma di pressioni volte a provocare l’allontanamento dei nostri connazionali da luoghi di un loro insediamento millenario, nell’Africa a sud del Sahara si assiste ad una mattanza indiscriminata, certamente facilitata dal fatto che la cristianizzazione fu imposta in quei Paesi dal dominio coloniale europeo.
Per tale ragione, oggi risulta facile diffondere nel popolo l’equiparazione tra chi accetta il Battesimo ed il collaborazionista dello straniero.
Se pensiamo che perfino in America Latina si assiste al risorgere delle religioni precolombiane, considerate come una forma di resilienza rispetto all’egemonia culturale imposta dai conquistatori iberici, ci possiamo rendere conto di come una certa vulgata “antimperialista” possa penetrare facilmente nel popolo, inducendo anche fenomeni di “pulizia etnica”.
A poco serve, davanti ad una lettura semplificata della storia, ricordare come gli schiavi venissero razziati e venduti ai negrieri europei cristiani e arabi musulmani da mercanti di esseri umani che erano arabi e musulmani.
Al punto che ai poveri africani bastava a volte pronunziare a memoria la formula della “shahada” per sottrarsi alla deportazione.
“Cuius regio, ejus religio”: non dimentichiamo che siamo stati noi europei ad affermare, a teorizzare ed a codificare questo principio.
Che ora si ritorce contro tanti nostri correligionari, ma non solo contro di loro: i nazionalisti serbi lo hanno applicato nel modo più cruento e disumano contro i musulmani bosniaci, con il plauso (non dimentichiamolo!) di un settore degenerato della Sinistra europea che vedeva in Karadzic e Milosevic i campioni della lotta contro l’imperialismo occidentale.
Nei giorni scorsi, commentando la morte del Senatore Canetti, abbiamo preferito stendere un velo pietoso su questa estrema degenerazione della sudditanza ideologica verso una Europa Orientale transitata senza alcun disagio dal “Socialismo Reale” alla “pulizia etnica”.
E che dire della persecuzione dei Rojanga birmani, ad opera dei Buddisti, rivelatisi tutt’altro che pacifici e tolleranti come li dipingeva la bonaria iconografia diffusa in Occidente da personaggi quali Marco Pannella e Richard Gere?
A loro volta, gli Ortodossi russi hanno sterminato i Ceceni, mentre i Comunisti cinesi – ben più pragmatici – hanno mandato tutti gli Uiguri ai lavori forzati.
Con il risultato che noi Occidentali, dopo esserci puliti la coscienza manifestando per la causa del Hsinkiang, acquistiamo per cinquanta centesimi di Euro un reggiseno prodotto nel “Lao Gai”.
L’unico modo per fermare la persecuzione consiste nell’intervento militare, come quello operato dalla Russia.
Contro il quale si sono levate in Europa Occidentale molte critiche: tuttavia, a parte qualche volontario, accorso nel Kurdistan a titolo strettamente personale, nessuno ha mosso un dito per difendere i Cristiani dell’Asia Minore.
Gli intellettuali francesi, come da tradizione, raccolgono firme di solidarietà sotto gli appelli promossi da Bernard Henry Lévy, ma non si muovono dai loro salotti della “Rive Gauche”.
Quanti desiderano aderire dall’Italia, possono rivolgersi a “La Repubblica”.
In conclusione, riteniamo che valga, a proposito delle persecuzioni religiose, il motto evangelico “Chi è innocente scagli la prima pietra”.
Sulla coscienza dell’Europa grava come un macigno – non dimentichiamolo – l’olocausto degli Israeliti, e su quella dell’Italia pesano le infami “leggi razziali”.
L’ideale sarebbe, piuttosto che celebrare separatamente le Giornate contro la persecuzione religiosa, rinfacciandoci gli uni agli altri le vittime delle nostre cattive azioni, unirci tutti per ripudiare l’intolleranza.
Altrimenti, la soluzione delle nostre controversie verrà irrimediabilmente rimessa al rapporto di forze.
In occasione del Concilio di Firenze, che sancì una effimera unificazione tra le Chiese di Occidente e di Oriente, vennero in Italia alcune migliaia di ecclesiastici greci, tra cui il futuro Cardinale Bessarione.
Non avendo voluto rinnegare l’accordo solennemente stipulato in Santa Maria del Fiore, costoro rimasero tutti qui, così che la Chiesa Cattolica dovette provvedere – come era già accaduto nel corso del Concilio – al loro mantenimento.
Se non vogliamo prendere le armi, prepariamoci ad accogliere tra di noi alcuni milioni di Cristiani.
Gli altri saranno tutti solennemente canonizzati in piazza San Pietro.
Ha ragione Bergoglio: più che l’Esercito crociato di Goffredo di Buglione, la Chiesa deve attrezzarsi per essere un ospedale da campo.
Tuesday, February 04, 2020