Per tutto il corso della guerra civile che insanguinò il Libano negli Anni Settanta, il suo Governo non si dimise, ma anzi continuò a nominare gli Ambasciatori e ad emanare atti amministrativi,
Per tutto il corso della guerra civile che insanguinò il Libano negli Anni Settanta, il suo Governo non si dimise, ma anzi continuò a nominare gli Ambasciatori e ad emanare atti amministrativi, senza apparentemente curarsi ne della tragedia in corso tutto attorno al palazzo in cui si svolgevano regolari sessioni del Consiglio dei Ministri, ne della farsa che vi veniva messa in scena con cadenza settimanale.
Non risulta anzi che alcun provvedimento fosse finalizzato a far cessare le ostilità: come certi Sovrani in esilio, l'Esecutivo del “Paese dei Cedri” faceva soltanto finta di governare.
C'era però un aspetto ancora più incredibile di questa messa in scena: i Ministri appartenevano ad entrambi gli schieramenti che si affrontavano a Beirut e dintorni, ma non pare che una così acerrima inimicizia si riflettesse nelle loro sessioni.
Questi Signori, anzi, non sembravano minimamente appassionarsi per i circa cento o centoventi morti quotidiani sotto i bombardamenti che stavano distruggendo imparzialmente Beirut Est e Beirut Ovest.
Ulteriore paradosso, i Cristiani erano schierati ad Oriente ed i Musulmani ad Occidente: questo estremo tocco surreale rendeva ancora meno comprensibile il conflitto per gli Europei.
Un'altra sede istituzionale rimasta sempre territorio neutrale era il Palazzo Presidenziale di Babda, dove risedeva il Capo dello Stato.
Ad un certo punto, forse allo scopo di richiamarlo alla realtà, il Generale Aun, capo di una delle fazioni, gli tirò contro due cannonate, che tuttavia non valsero a smuoverlo dal suo torpore.
L'alto Ufficiale, illudendosi delle virtù politiche dell'artiglieria, commentò con prosopopea: “Gli abbiamo fatto tremare le gambe”.
Il che non era vero, dato che il Presidente stava comodamente seduto.
Tra poco, l'unica differenza che rimarrà tra la sede del Governo libanese e Palazzo Chigi consisterà nel fatto che i nostri Ministri litigano tra di loro aspramente, giungendo perfino ai pubblici insulti.
Tale residua distinzione è però dovuta al fatto che da noi la televisione continua regolarmente a trasmettere i cosiddetti “talk show”, basati per l'appunto sulle reciproche contumelie.
Più in là di piazza Colonna, protetta da un solido cordone di Carabinieri del Battaglione Tuscania, il cui assetto marziale contrasta con l'assenza assoluta di contestatori, Paese si lacera, e le parti contrapposte minacciano di venire alle mani.
L'eco di queste dispute giunge però molto attutito nei palazzi del Potere.
Oltre alla Presidenza del Consiglio, si annoverano tra queste sedi il Quirinale, il Vaticano, alcuni Ministeri e le più importanti Ambasciate.
C'è anche, ad onor del vero, il Quartiere Israelitico, che però – analogamente alla Santa Sede – provvede in proprio alle sue necessità di sicurezza, configurandosi sostanzialmente come extra territoriale.
All'interno di tutte queste isole felici, ferve una intensa vita sociale, con pranzi, cene, ricevimenti, concerti, solenni funzioni religiose “et similia”.
Qualche giorno fa, trovandoci a Roma, fummo informati della celebrazione di una cena in onore di uno degli ultimi figli spirituali di Padre Pio.
Tale evento mondano pare avesse calamitato l'attenzione del “demi monde” addossato intorno alle Mura Leonine.
Il “Frate delle Stimmate” ingeriva soltanto una magra razione quotidiana di pastina in brodo, proprio come Pio XII: entrambi erano uomini alieni da ogni lusso mondano, dediti a pregare per un mondo di cui già sentivano – con la preveggenza tipica dei Santi – che si avvicinava la fine.
Chissà che cosa avrebbe pensato l'eremita di San Giovanni Rotondo se gli avessero detto che della sua memoria si sarebbe fatto un giorno un uso mondano e gastronomico.
Non mancano le raffigurazioni artistiche – da “Cafonal” a “La Grande Bellezza” - di questa situazione, che ricorda le opere dei poeti romani della decadenza: Giovenale, Marziale, ma soprattutto Apuleio con la sua “Cena di Trimalcione”.
Mentre i Quiriti banchettavano, i Barbari premevano ai confini dell'Impero, ma prima ancora le provincie andavano ciascuna per suo conto: il Medio Evo era già cominciato, ma a Roma non se ne erano ancora accorti.
Sempre nuove zone dell'Italia, conquistate progressivamente dalla Lega, vengono letteralmente colonizzate, nel senso che sono ridotte allo stato di colonia interna.
Le Regioni spendono tra l'ottanta ed il novanta per cento del loro bilancio per le spese sanitarie:
per controllare gli Ospedali, vengono istituite delle Società per Azioni a capitale pubblico, i cui dirigenti sono naturalmente assunti per chiamata diretta.
Questi Signori provengono tutti dalla Lombardia, terra di origine di Formigoni, di Bossi e di Salvini: uomini i cui nomi significano rispettivamente corruzione (mascherata dal Cattolicesimo tradizionalista), razzismo (travestito dal separatismo) ed autoritarismo (nascosto da populismo).
Gli indigeni sono trattati come dei selvaggi da rieducare.
Al “fardello dell'uomo bianco” si è sostituito quello dell'uomo lombardo.
Dopo la Liguria, l'occupazione si è estesa all'Umbria.
L'Emilia ha resistito, e vedremo a maggio quali altre Regioni sceglieranno di mantenersi indipendenti.
Non si tratta tanto di diverso orientamento ideologico, quanto piuttosto di difesa della propria identità.
Lo prova il fatto che anche il Veneto ha tenuto l'invasione lombarda oltre il Mincio: siamo tutti leghisti – sembra dire Zaia - ma ciascuno comanda a casa propria.
Il nuovo centralismo di Salvini genera – per una curiosa eterogenesi dei fini – un separatismo di fatto, ben più insidioso per l'Unità nazionale di tutte le chiacchiere sulla “Padania”.
Tutto bene, dunque?
Per nulla, in quanto l'affermazione di nuovi poteri di fatto si accompagna con due fenomeni degenerativi, entrambi disastrosi.
Uno è costituito dalla caduta di ogni distinzione tra la “res publica” e la “res privata”.
Il Sindaco di Imperia intende organizzare una solenne commemorazione del cittadino benemerito Monsignor Mario Jsmaele Castellano, cui verrà intitolata una via di Oneglia.
L'illustre prelato, insieme con il Dottor Emilio Varaldo, all'epoca Presidente della Camera di Commercio, e con l'Onorevole Ambrogio Viale riuscì a collegare la nostra Città con il sistema autostradale europeo escogitando una bugia a fin di bene.
La finanza locale, guidata dal Dottor Orengo, “patron” del Banco d'Imperia, voleva che la nostra zona rimanesse isolata.
Castellano, Varaldo e Viale millantarono l'esistenza una lettera di intenti del Monte dei Paschi di Siena, che si sarebbe detto interessato a finanziare la nuova opera.
Per evitare una invasione proveniente addirittura dalla Toscana, la classe dirigente locale si rassegnò – considerandola un male minore – alla costruzione dell'Autostrada dei Fiori.
Ora il Sindaco Claudio Scajola, che di quel gruppo di potere rappresenta l'ultimo e decadente epifenomeno, vende ai Gavio le azioni di quella Autostrada di proprietà del Comune.
Il Comune deve pur pagare l'assunzione da parte della Concessionaria di ben cinquanta netturbini, arma segreta della sua vittoria elettorale.
Né si può sempre ripetere la “performance, del C.O.N..I, che assunse a suo tempo per chiamata diretta il proprio Segretario Provinciale.
Imperia sarà pure più pulita fisicamente.
Moralmente, è tutt'altro discorso.
Si dice delle grandi realizzazioni che la corruzione passa, ma le opere rimangono.
Monsignor Castellano, il Dottor Varaldo e l'Onorevole Viale non guadagnarono nulla, e morirono poveri tutti e tre: altri tempi e altri uomini.
Qui veniamo al secondo fenomeno degenerativo, che consiste nel controllo territoriale, conseguito dalla Destra mediante i suoi gruppi paramilitari.
Ci fu un tempo in cui qui da noi si provvedeva alla bisogna mediante una “tifoseria” organizzata.
Caso unico in Italia, tale consorteria sediziosa non si riuniva intorno ad una squadra di Calcio, bensì ad una “équipe” di Pallanuoto.
In seguito, lo “sponsor” si è stufato di finanziarla, per cui ora i seguaci di Salvini hanno soppiantato quelli di Berlusconi.
Siamo dunque caduti dalla padella nella brace.
Di tutto ciò non pare avere sentore non solo Roma – questo si può anche capire – ma neanche Genova.
La “Dominante” - questo nome suona oggi tristemente ironico – vive nell'attesa spasmodica di quanto deciderà Grillo in merito all'alleanza coi Democratici per le Elezioni Regionali.
I “Pentastellati”, però non hanno ancora deciso, né hanno deciso quando e come decideranno.
Anzi, addirittura, non hanno nemmeno deciso se decideranno.
I Democratici, intanto, attendono.
Proprio come il Tenente Drogo nel Deserto dei Tartari.

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Mario Castellano 21/02/2020
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