Fin dalla sua elezione, Bergoglio ci ha abituati ad ascoltare la Sua tipica scansione ternaria dei concetti, con cui è solito comunicare il proprio Magistero.
In una delle due interviste rilasciate durante la scorsa settimana, alla domanda su che cosa potesse salvare nella prova dell’epidemia, ha indicato questi strumenti: “radici, memoria, fraternità, speranza”.
Fin dalla sua elezione, Bergoglio ci ha abituati ad ascoltare la Sua tipica scansione ternaria dei concetti, con cui è solito comunicare il proprio Magistero.
In una delle due interviste rilasciate durante la scorsa settimana, alla domanda su che cosa potesse salvare nella prova dell’epidemia, ha indicato questi strumenti: “radici, memoria, fraternità, speranza”.
I concetti, che in apparenza sono divenuti quattro, diminuiscono di una unità se i primi due si uniscono nella formula “memoria delle radici”.
Prima di parlare della fraternità, risulta opportuno soffermarsi su questa formula, che ci riporta al passato, così come la speranza ci proietta verso il futuro.
La parola “memoria” non è sinonimo di “tradizione”, che significa letteralmente trasmissione.
Domandiamoci dunque che cosa merita di essere trasmesso dal passato.
Certamente quanto vi è in esso di positivo, quanto può fornire ai posteri un insegnamento e un esempio.
Allorchè si decide in merito a quanto si deve trasmettere alle generazioni successive, si possono dunque compiere due diverse operazioni intellettuali.
Una di esse consiste nell’individuare ciò che risulta positivo, e dunque commendevole ed edificante.
L’altra operazione consiste nel reinterpretare la narrazione degli eventi anteriori.
Questo fa ciascuno di noi raccontando le proprie esperienze ai figli e ai nipoti, ma lo fanno collettivamente anche i popoli quando costruiscono i loro miti fondativi.
Il mito è altra cosa rispetto alla storia, quale viene indagata scientificamente dagli studiosi.
Il mito consiste infatti in una rielaborazione, in una idealizzazione di quanto è avvenuto nella realtà.
Lo scopo consiste nel renderlo memorabile, e dunque in grado di essere fissato nella mente di chi lo ascolta.
Le ricerche archeologiche hanno confermato che la guerra di Troia venne effettivamente combattuta, ma noi la conosciamo attraverso l’epopea composta da Omero, cioè attraverso una narrazione trasmessa da quel tempo fino ai nostri giorni; in altre parole, la conosciamo come la rappresenta la tradizione.
La memoria non ha invece nulla di edulcorato, non è depurata di quanto non conviene per la nostra immaginazione individuale e collettiva.
La memoria è ciò che siamo stati, non ciò che vorremmo si ricordasse di noi.
Ecco perché il Papa parla di memoria e non di tradizione.
Dobbiamo infatti ricordare anche gli errori se vogliamo trarne l’insegnamento necessario per non ripeterli.
La memoria non è dunque necessariamente immacolata, ma definisce l’identità cui apparteniamo.
La tradizione, riformulando la verità storica, tende invece a definire un dover essere.
Questo spiega perché in ambito religioso i reazionari si definiscono “tradizionalisti”: il passato che essi intendono restaurare risulta a volte immaginario, mentre altre volte essi lo identificano in un momento storico particolare.
La messa nel “vetus ordo” non è che una delle numerose forme in cui la si è celebrata nel corso dei secoli, ma possiede – dal loro punto di vista – il pregio di essere stata quella in uso nell’epoca della Restaurazione.
Ritornando alle parole del Papa, egli vede la nostra salvezza in primo luogo nella memoria, ma subito dopo aggiunge la fraternità.
Si tratta precisamente di uno dei termini che compongono il motto della Rivoluzione Francese, che venne però compiuta nel nome della libertà.
In altre rivoluzioni, prevalse invece l’aspirazione all’uguaglianza.
Per quale motivo la fraternità è rimasta quasi sempre in ombra?
Essenzialmente, perché nelle rivoluzioni tende a prevalere la parte “destruens” rispetto alla parte “construens”, perché chi le compie reagisce ad una situazione di oppressione, di ingiustizia.
La fase successiva alla presa del potere, quella in cui si intraprende la costruzione dell’ordine nuovo, dovrebbe invece ispirarsi alla fraternità.
La fraternità costituisce però l’ideale meno laico dei tre, quello in cui si coglie piuttosto l’influenza dei principi religiosi, ed in particolare dei principi del cristianesimo.
Se però vogliamo che questi principi si affermino concretamente nella storia, dobbiamo partecipare anche noi alle rivoluzioni, non mantenerci ai margini per criticarle se mettono in discussione qualche nostro privilegio.
Tanto più dobbiamo impegnarci se la rivoluzione è ispirata dal Papa.
Bergoglio ricorda infine la speranza, che appartiene invece alle virtù teologali.
Viene in mente, a questo proposito, quanto scrisse il cattolico Georges Bernanos “la speranza è un rischio”.
Si tratta del rischio che inevitabilmente si affronta mettendo in discussione l’ordine costituito di cui conosciamo i difetti, mentre non sappiamo che cosa verrà dopo.
Oggi, però, il rischio diviene necessario.
Ci diceva nei giorni scorsi un amico, commentando ciò che succede: “Viene giù tutto”.
Il sistema sta crollando da solo, non dobbiamo neanche dedicarci ad abbatterlo: possiamo già pensare alla ricostruzione.

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Mario Castellano 27/03/2020
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