Il discorso pronunciato dal Papa in Piazza San Pietro al culmine dell’epidemia evoca naturalmente molte diverse immagini della scrittura: Elia salì da solo sulla montagna per “un lieve rumore di silenzio” che era la voce di Dio, e lo stesso fece Gesù Cristo nel deserto della Giudea.
San Giovanni Battista è per eccellenza la “vox clamantis in deserto”.
Data la nostra particolare devozione per il precursore, patrono della città di cui siamo originari, la similitudine con il precursore è quella che preferiamo.
Esiste però un altro punto in comune tra Vescovo di Roma e la figura del Battista, che consiste nel gridare la verità davanti a chi esercita il potere.
Bergoglio ha certamente avuto buon gioco nel ricordare come siano stati disattesi i suoi ammonimenti in merito al disprezzo della terra e della natura.
Il suo discorso verrà tuttavia ricordato in quanto il Papa è stato l’unico a trovare la sintesi tra due diverse letture dell’epidemia, fondate su diverse visioni filosofiche.
Una di queste posizioni risente di una maggiore attenzione all’immanenza, mentre l’altra tende invece a spiegare gli attuali avvenimenti in relazione con la trascendenza.
Affermando che l’epidemia costituisce una conseguenza più o meno diretta del disprezzo verso la natura, ci si può trovare d’accordo non soltanto tra credenti di fedi diverse, ma anche con gli atei e gli agnostici.
Altri affermano invece che l’epidemia viene a sanzionare non tanto l’agire concreto del cosiddetto “homo faber”, quanto piuttosto le idee da cui è ispirato.
I commentatori tradizionalisti ricordano continuamente come l’economia industriale, responsabile della catastrofe attuale, si sia sviluppata in coincidenza non soltanto cronologica con l’affermazione dello stato laico.
Alcuni risalgono alla riforma protestante, essendo stata l’Inghilterra la prima nazione a sviluppare le manifatture, altri mettono sotto accusa la rivoluzione francese.
Si tratta in ogni caso di discorsi tendenziosi ed infondati dal punto di vista culturale.
Non è infatti assolutamente vero che la separazione tra la Chiesa e lo Stato costituisca l’equivalente dell’ateismo, così come è vero che le fabbriche siano destinate inevitabilmente a distruggere il creato.
Se invece ascoltiamo certe trasmissioni radiofoniche, sentiamo dire che l’epidemia giunge a sanzionare chiunque non si riconosca nello stato confessionale.
Non è d’altronde casuale che quanti diffondono simile affermazione stiano anche denunciando come abbiamo osservato nei giorni scorsi – una asserita intenzione delle autorità civili di limitare la libertà di culto con il pretesto di contenere l’epidemia.
Il Papa era certamente consapevole della risonanza delle sue parole.
Anche il minimo accenno alla teoria secondo cui il virus è un castigo divino non già per l’insieme dei nostri peccati, bensì precisamente per la colpa storica consistente nell’avere separato il trono e l’altare, avrebbe danneggiato il patto di solidarietà indispensabile per combattere insieme l’epidemia, ma soprattutto avrebbe minato le basi su cui si dovrà ricostruire la convivenza civile quando il pericolo sarà passato.
Questo rischio è stato escluso fin dall’esordio del discorso di Bergoglio, quando il Papa ha detto che “su questa barca ci siamo tutti, chiamati a remare insieme”.
Si può tuttavia anche remare insieme quando le convinzioni sono diverse.
In questo caso, però, la solidarietà collettiva finisce non appena si è usciti dalla tempesta.
Ciò è precisamente accaduto dopo le due guerre mondiali.
Questa volta, invece, la prova che siamo chiamati ad affrontare insieme può e deve costituire l’occasione per creare una unità di intenti su cui la società dovrà reggersi nel futuro.
Tale è certamente la visione dell’avvenire propria del Papa, che coincide con un nuovo ordine mondiale.
Secondo Bergoglio, si deve partire dal presupposto che non vi è contraddizione tra la lettura immanentistica e laica del rapporto tra l’uomo e la natura e quella che viceversa considera peccaminosa ogni offesa arrecata al creato basandosi sulla fede nella trascendenza.
Senza infatti sconfinare nel sincretismo, Bergoglio prende in considerazione la concezione – anche propria della cultura ancestrale indo-americana – che identifica Dio con la natura.
Partendo da questo presupposto, si esclude l’idea di un Dio vendicativo il quale giudica gli uomini in base al ruolo che gli assegnano nella società e nello stato.
Risulta viceversa doppiamente immorale ogni offesa arrecata alla natura, sia in quanto si rivolge contro la divinità, sia in quanto danneggia il consorzio umano.
Una volta così individuato il criterio morale su cui tutte le fedi possono convergere, non c’è spazio per le contrapposizioni suscitate pretestuosamente da chi interpreta le norme introdotte per tutelare il bene comune come volte ad offendere le proprie convinzioni religiose.
Il discorso del Papa sul Sagrato di San Pietro ha rappresentato forse il momento più altro del Suo Pontificato, avendo stabilito un criterio comune per la concordia di tutta la comunità umana.

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Mario Castellano 31/03/2020
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