Nel pomeriggio di sabato scorso, i sindacati del personale della Polizia di Stato si sono rivolti al Presidente del Consiglio per avvisarlo che la situazione dell’ordine pubblico è ormai sul punto di sfuggire al controllo delle autorità preposte alla sua tutela.
Abbiamo fondati motivi per ritenere probabile che questo appello abbia influito sulle decisioni assunte poco dopo dal Governo, comunicate in diretta televisiva e radiofonica al Paese da Conte e Gualtieri.
Questa successione degli eventi rafforza la nostra impressione che l’esecutivo stia agendo nella presente situazione di emergenza non tanto in base ad un proprio disegno, bensì piuttosto rispondendo alle pressioni di chi – come i governatori, i sindaci e gli stessi operatori della pubblica sicurezza – si trova a diretto contatto con il precipitare della situazione sanitaria e sociale.
Si procede dunque mettendo delle pezze, nella speranza che la toppa non risulti peggiore del buco.
Poco prima che si pronunziassero i sindacati della polizia, a Palermo veniva tentato l’assalto ad un supermercato per saccheggiare dei viveri.
Per questa volta, l’intervento delle Forze dell’Ordine ha frustrato il tentativo, malgrado fosse stato condotto con una tattica militare, tipica di chi ha esperienza di guerra: mentre una parte degli assalitori riempivano i carrelli altri li coprivano dall’esterno.
Un gruppo eversivo denominato “rivoluzione nazionale” ha rivendicato l’azione, annunziando la sua replica per i primi di aprile.
Quanto risulta se possibile ancora più inquietante è l’invito a comunicare la propria adesione per posta elettronica.
Pare che le risposte siano state numerose.
Ciò dimostra come ormai vi sia chi esibisce le proprie intenzioni criminose, e non teme evidentemente di essere denunziato.
A Roma, nella notte tra venerdì e sabato, un “commando” ha sradicato un “bancomat” facendo uso di un camion, ed è poi fuggito indisturbato con la refurtiva.
Può darsi che si sia trattato di delinquenti comuni, ma l’azione rivela anche in questo caso un “modus procedendi” proprio delle organizzazioni paramilitari.
Il confine tra l’uno e l’altro fenomeno – in una situazione come quella che sta vivendo l’Italia – risulta comunque difficile da tracciare.
Recentemente, in Sardegna, si sono verificati degli attacchi a furgoni portavalori, anche in questo caso con tecniche militari.
I criminali possono atteggiarsi come nuovi “Robin Hood”, e per converso la delinquenza “politica” trova nel dilagante disagio sociale una occasione per radicarsi e per farsi propaganda.
Concludiamo con il dirottamento, avvenuto in Puglia, di un camion carico di generi alimentari.
Gli scippi non sono più diretti ad impossessarsi dei portafogli, bensì delle borse della spesa.
Forse non è lontano il momento in cui la scarsità dell’offerta renderà i generi alimentari più preziosi del denaro.
Veniamo però alla risposta del Governo.
La maggior parte delle risorse finanziarie di cui hanno riferito Conte e Gualtieri non consistono in denaro fresco immesso nelle casse dei comuni, ma semplicemente in una remissione dei loro debiti nei confronti dello Stato, che permetterà agli Enti Locali di pareggiare i loro bilanci, sempre più dissestati.
Va da sé che i soldi dovuti dai comuni sono già stati spesi, e quindi le loro amministrazioni si limitano a sostenere le spese correnti.
I dipendenti pubblici, come quelli comunali, costituiscono attualmente una “élite” privilegiata, dato che non rischiano di essere licenziati, ma l’impossibilità di erogare dei servizi – se si eccettuano quelli sanitari e connessi con l’ordine pubblico – li rende impopolari, ma soprattutto induce a ritenere lo Stato e gli altri Enti Pubblici come degli apparati inutili e parassitari, estranei allo sforzo quotidiano che la gente compie per sopravvivere.
Rimane lo stanziamento di quattrocento milioni di euro per distribuire dei generi di prima necessità a chi ne ha bisogno.
Si tratta, a conti fatti, di otto euro per ogni cittadino, per giunta erogati “una tantum”.
Immaginiamo l’obiezione: non tutti, naturalmente, ne hanno bisogno.
L’esperienza del cosiddetto “reddito di cittadinanza” dimostra però che la platea dei richiedenti comprende sempre, in questi casi, un buon numero di profittatori.
Spetta naturalmente alle amministrazioni comunali compiere una cernita.
Tale operazione risulta però difficile in tempi normali, figurarsi ora.
Per giunta, Conte ha sollecitato i cittadini a presentare le loro richieste fin dal giorno successivo al suo annunzio, cioè di domenica.
Si presume che gli italiani disposti a prendere in parola il Presidente del Consiglio abbiano trovato i municipi chiusi.
Scrivendo la sera del 29 marzo, cerchiamo di capire in quale condizione si troveranno i sindaci, che conte ha definito “le nostre sentinelle sul territorio”.
Le sentinelle hanno il compito di dare l’allarme e questo è già avvenuto.
Il Presidente del consiglio si sarebbe dimostrato più aderente alla realtà se li avesse paragonati ai furieri.
Il loro primo problema consiste nel capire quali siano i requisiti e le modalità di erogazione dell’aiuto.
Si tratta di materie che richiedono l’emanazione urgente di una normativa da parte dello stato.
Altrimenti ciascun sindaco, agendo a sua piena discrezione, rischia di commettere delle ingiustizie e degli arbitrii, in parte essendo pressato dall’urgenza ed in parte essendo tentato dal fare un uso clientelare della distribuzione dei tradizionali pacchi di pasta.
Si rinverdisce una tradizione che risale all’antica Roma, dove i plebei accudivano alle case dei patrizi per il ritiro quotidiano della “sportula”, cioè del “cestino”, che nell’urbe del dopoguerra costituiva il compenso delle comparse di Cinecittà: “Nihil sub sole nove”.
Risulta naturalmente possibile procedere all’acquisto delle derrate da parte del comune che permetterebbe di contare sui più convenienti prezzi all’ingrosso.
In tal caso, però, si dovrebbe bandire una licitazione tra i vari fornitori.
L’urgenza esonera dall’osservare questa procedura?
Se è così Conte dovrebbe chiarirlo.
Lo stesso problema si porrebbe qualora si decidessi di distribuire dei buoni, anche perché occorre accertare che siano accettati dai supermercati.
I “voucher” dovranno comunque essere stampati: se fossero fotocopiati, risulterebbe infatti facilissimo falsificarli.
Il problema più grave consiste però nella selezione dei beneficiari.
I sindaci si troveranno nella stessa situazione dell’equipaggio di una nave che affonda: chi si deve caricare sulle scialuppe?
In questo caso, però, vigono delle norme ben precise, mentre Conte non ha stabilito a chi si deve dare da mangiare.
Un possibile criterio potrebbe consistere nell’essere percettori del reddito di cittadinanza, o della cassa integrazione.
Queste categorie di persone, però dispongono pur sempre di una entrata, mentre chi ha chiuso il suo esercizio non ne ha attualmente nessuna.
Un altro metodo sarebbe quello di scegliere i beneficiari in base alla dichiarazione dei redditi: essa si riferisce però all’anno scorso, e dunque non attesta la situazione attuale.
Ogni documentazione deve però essere richiesta agli uffici competenti, e Conte dimentica che non stanno lavorando.
L’assalto ai forni è rinviato, ma ci sarà in compenso l’assalto ai municipi.
“Last but not least”, i sindaci non sono neanche in grado di conoscere l’ammontare delle risorse assegnate a ogni comune.
È impossibile che questo dato venga comunicato per lunedì, quando dovrebbero riaprire materialmente i municipi: alcuni primi cittadini – emuli più del comandante Schettino che di Pietro Micca e di Salvo D’Acquisto – li hanno infatti chiusi per sottrarsi al contagio.
Il Re scappò da Roma l’8 settembre.
Oggi fuggono gli eletti della repubblica.
Conte li ricaccia indietro, dandoli in pasto a torme di cittadini affamati e inferociti.
Immaginiamo la loro risposta: “vieni tu al nostro posto!”

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Mario Castellano 31/03/2020
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