Si dice sovente che la prima vittima della guerra è la verità, ma certamente la sua seconda vittima è la logica.
La maggiore colpa, in entrambe i casi, de ve essere attribuita alla propaganda.
Chi si propone di sostenere il morale dei propri soldati, e naturalmente di menomare quello dei nemici, non esita infatti a mentire, né a cadere in contraddizione.
Il Governo italiano sa benissimo che i paesi dell’Europa centrale e settentrionale non accetteranno mai – neppure “una tantum” – di emettere dei buoni del tesoro in congiunto con quelli mediterranei.
È anche falso che su tale questione si stiano svolgendo dei negoziati.
I tedeschi, gli olandesi e gli austriaci dicono infatti che neanche se ne parla.
Fin qui il discorso sull’ultima delle “fake news” diffuse da Conte e dai suoi sodali.
Per quanto invece riguarda la logica, merita una particolare menzione quanto ha detto il ministro Boccia, responsabile delle questioni regionali.
Con questo giovanotto pugliese ci unisce l’aver contratto un matrimonio interconfessionale, avendo egli impalmato Nunzia De Girolamo.
Benché tale esperienza insegni il valore della tolleranza, l’uomo non pare conoscere le mezze misure.
Boccia afferma infatti in modo apodittico che “nessuna regione ce l’avrebbe fatta da sola. Sarebbero crollate tutte”.
In merito alle forniture di materiali, aggiunge: “Se non ci fosse stato lo Stato, non ci sarebbe quasi nulla se non le cose che erano nei depositi, anche abbastanza modesti e piccoli sui territori”.
Così si esprime un componente di quello stesso Governo che proclama con iattanza la possibilità di praticare l’autarchia in materia di debito pubblico.
A detta dei nostri ministri, non saremo noi a finire nei guai se i tedeschi ci rifiuteranno i cosiddetti “virus bond”: saranno invece i nostri soci teutonici a rimetterci se ciascuno andrà per la sua strada.
Anche Mussolini affermò baldanzosamente: “Albione tornerà a pescare sul suo misero scoglio”: sul quale esistevano le miniere di carbone, di cui l’Italia era invece del tutto priva.
In conclusione, secondo Boccia, Roma può fare a meno di Berlino, mentre Milano non può fare a meno di Roma.
Viene in mente “Via col vento”, e l’ammonimento di Rhett Butler allo scoppio della guerra di secessione: “Non esiste una sola fabbrica di cannoni in tutto il sud”.
Inutile aggiungere che Fontana e Zaia hanno protestato, ma qui è in gioco qualcosa di più importante della suscettibilità dei “governatori” e dei loro concittadini: se si vuole contare sul sentimento patriottico italiano per confrontarci con la Germania, c’è bisogno della solidarietà dei settentrionali.
Non conviene dunque trattarli come parenti poveri.
Salvo, naturalmente, che si voglia provocare il latente separatismo di personaggi quali i presidenti del Veneto e della Lombardia, di cui ricordiamo i frenetici applausi alle sparate secessioniste di Bossi sul fatidico prato di Pontida.
Borrelli, in veste di paciere, si illude di risolvere il contenzioso riducendolo ad “una normale dialettica che c’è quando si tratta di discutere di distribuzione”.
E’ certamente normale postulare le proprie ragioni quando si devono ripartire le risorse, ma l’unico criterio equo e praticabile consiste nel condividerle solidalmente.
Se invece prevale l’egoismo identitario, è meglio dismettere la retorica ipocrita dell’unità tanto europea quanto nazionale.
Ricordiamo sovente la tendenza a riaffermare le diverse identità, che ha sostituito verso la fine del secolo scorso quella opposta, consistente nel perseguire la “reductio ad unum” del mondo in base alle ideologie.
Se valutiamo l’epidemia secondo l’uno o l’altro di questi criteri, possiamo asserire che essa costituisce una conseguenza perversa della globalizzazione, ma anche viceversa concludere che per debellare il virus occorre uno sforzo concorde di tutta l’umanità.
Sembra tuttavia prevalere il criterio del “ciascuno per sé e Dio per tutti”, ed è proprio questo il pensiero che ispira la polemica tra Boccia da un lato, Zaia e Fontana dall’altro; così come la chiusura delle frontiere tra gli stati e l’erezione di nuovi confini tra le diverse regioni di uno stesso paese.
Ne abbiamo trattato di recente commentando la decisione dei “governatori” della Calabria e della Lucania, i quali non lasciano più uscire ed entrare nessuno.
Quanto era avvenuto in precedenza con i migranti faceva d’altronde presagire questo esito: prima si è chiusa la porta agli stranieri, ed ora lo si fa con gli altri italiani.
Il rinfaccio del reciproco aiuto costituisce solo un corollario di questo atteggiamento.
Benché la logica suggerisca di combattere l’infezione ovunque si diffonda, non essendo possibile fermarla sui vecchi e cui nuovi confini.
Siamo partiti dalla constatazione che la guerra uccide anche la logica.
Concludiamo osservando che non lo fa soltanto per effetto della propaganda.
La guerra è irrazionale perché contrappone degli uomini che dovrebbero invece operare insieme per il bene comune.
Ciò risulta tanto più vero ed evidente quando il nemico non si può identificare in una categoria di persone, dato che si tratta di una malattia.
Prevale invece dovunque l’istinto identitario ed egoistico, la convinzione che le risorse vadano sprecate se si usano per aiutare chi è diverso.
Dobbiamo così aspettarci un frazionamento sempre maggiore.
Nel corso del medioevo, l’economia si basava sul sistema detto della “terra composta”: ciascuna comunità cercava di produrre tutto ciò di cui aveva bisogno.
Quando si affermarono degli stati più grandi, essi incoraggiarono invece le monocolture, potendo scambiare i prodotti da un luogo all’altro.
Tutti, più o meno, ne trassero un beneficio.
Ora, però, sembra essere iniziato il processo contrario, e tutti certamente diventeremo più poveri.

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Mario Castellano 02/04/2020
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