Le epoche come quella che stiamo vivendo si possono paragonare con l’inverno: la natura sembra morta, ma si prepara nascostamente a rifiorire.
Quanto più abbondanti sono le nevicate, tanto più abbondante si annunzia il raccolto del grano.
Gli anni cinquanta, che segnarono il culmine della “guerra Fredda”, furono anche il tempo in cui tanti uomini di buona volontà (e di grande ingegno) preparavano la distensione.
Nella Chiesa, lo studio delle Scienze Religiose, ed in particolare della teologia, predisponeva a sua volta le basi, del pontificato giovanneo e del concilio.
Nel momento attuale, nessuna istanza, politica, sociale, culturale o religiosa, può manifestarsi in modo collettivo.
Ciò sembra equiparare quanti hanno molto da dire con quanti viceversa non sono in grado di esprimere nulla.
Verrà tuttavia il momento in cui si potrà rivelare a tutti quanto oggi viene meditato in solitudine, ed intorno a quanti lo manifesteranno la gente riprenderà ad aggregarsi.
Nessuno invece, andrà a cercare certi soggetti che fino ad ora hanno disposto di tribune pubbliche, utilizzate per esibire la loro aria fritta.
Fino a ieri, questa gente ha goduto di un prestigio usurpato, di una pubblicità a buon mercato, di una fama immeritata.
Nulla di tutto ciò può tuttavia attrarre e convincere le persone, che un giorno vorranno capire quanto sarà accaduto.
Inoltre, quanti partecipano alla guerra in corso tenderanno a rimanere uniti anche in tempo di pace, mettendo in comune le loro esperienze e le loro aspirazioni.
È stato così per le due generazioni anteriori, e sarà così anche per la successiva.
La nostra si è consumata nell’attesa di un evento che è arrivato quando per noi era già tardi.
Abbiamo svolto tuttavia un compito, che consisteva nel riflettere su quanto stava succedendo nel mondo, sulla storia in cui eravamo inseriti.
Il problema fondamentale che stava davanti a noi fu riassunto a suo tempo nella famosa consegna di François Mitterand: “sortir de Yalta”.
Il Presidente della Repubblica Francese venne accusato dai detrattori di essere stato, nel corso della sua lunga carriera, tutto ed il contrario di tutto.
Nato all’impegno politico, per via della sua origine vandeana, come monarchico, sarebbe diventato un dirigente della sinistra soltanto in età matura.
Prima c’era stata la sua adesione – mai negata – al regime collaborazionista di Vichy, cui lo avvicinava l’ancestrale avversione nei confronti della repubblica, la resistenza e nel dopoguerra la difesa della causa della Algeria francese.
La svolta venne con l’opposizione a De Gaulle, fin dal momento in cui il Generale si dedicò a costituire la quinta repubblica, di cui Mitterand diede la famosa definizione di “colpo di stato permanente”.
In realtà, i percorsi attraverso i quali l’uno e l’altro giunsero alla presidenza ebbero più tratti simili di quanto possa far pensare la loro irriducibile contrapposizione: entrambi furono degli eclettici, capaci di cogliere tanto nelle varie ispirazioni ideologiche quanto nelle vicende nazionali gli elementi destinati a comporre le rispettive figure di governati.
Ciò spiega molte ostilità riferite all’uno e all’altro, concepite da chi si sentiva spiazzato dalla loro capacità di trasformarsi, rimanendo però sempre capaci di cogliere gli umori profondi della Francia.
Entrambi, come tutti i loro connazionali, si posero il problema dei rapporti con la Germania.
La ragione consigliava di riconoscere ai tedeschi il diritto di costituire uno stato nazionale.
La sua realizzazione portava però il paese vicino, le cui armate guardavano le pianure della Francia dalla linea azzurra dei Vosgi, a dilagare verso occidente.
De Gaulle, reduce delle due guerre mondiali, concepì il disegno di costruire un’area di pace nel centro dell’Europa, sulle terre che avevano composto l’Impero Carolingio.
Nel periodo in cui il Generale si trovava escluso dal potere, francesi e tedeschi avevano già concordemente deciso di mettere insieme il carbone e l’acciaio, eliminando così un motivo delle loro contese.
Il Generale volle aggiungere al vincolo europeo un rapporto speciale con la Germania.
Fin dal 1958, i governi della Francia e della Germania sessionano in comune due volte all’anno come se ancora esistesse l’Impero di Carlo Magno.
Mitterand riuscì a stabilire con Helmut Kohl – renano e cattolico come Konrad Adenauer – lo stesso rapporto di intesa personale che c’era stato tra i loro predecessori.
Quando cadde il muro di Berlino, il Cancelliere chiese al Presidente il permesso di ristabilire l’unità della Germania.
Mitterrand acconsentì, alla condizione che il marco fosse abbandonato in favore di una moneta europea governata congiuntamente.
Al di là di quanto stabiliscono i trattati, la solidarietà tra Francia e Germania dipende però in buona misura dalla personalità di chi governa a Berlino. La casa di Adenauer si affacciava sul Reno, così che il Cancelliere potesse vedere la Francia: la Renania guarda a occidente.
La Merkel viene invece dalla Germania Orientale, di cui la Cancelliera era stata dirigente.
La sua formazione non soltanto fu rigidamente marxista, ma soprattutto ispirata da un dogma che costituiva il fondamento stesso della “Repubblica Democratica Tedesca”: la complementarità con la Russia e di conseguenza una solidarietà destinata a scongiurare ogni conflitto tra i due paesi.
Semplificando, Adenauer perseguiva l’amicizia e la pace con la Francia, mentre la Merkel considera più importante l’amicizia e la collaborazione con la Russia.
Non si tratta di obiettivi e di aspirazioni in linea di principio incompatibili.
La sicurezza dell’Europa si trova però in pericolo se la Germania non si sente parte integrante dell’Occidente, e questo esige una piena solidarietà con i paesi che si trovano al di là del Reno e al di là del Brennero.
Già il Ministro degli Esteri Joska Fischer si era fatto a suo tempo espressamente fautore del “national neutralismus”.
Nel generale sbandamento di tutte le alleanze, il Ministro dell’Economia del governo di Berlino postula la nazionalizzazione di tutte le imprese tedesche, tanto manifatturiere quanto finanziarie.
Se consideriamo che i trattati europei vietano addirittura le sovvenzioni statali alle fabbriche e alle banche, e che noi avremo dei problemi per la nazionalizzazione dell’Alitalia, comprendiamo come la realizzazione di un simile proposito causerebbe la fine dell’Europa quale fin qui l’abbiamo concepita.
Una Germania distaccata dalle sue alleanze occidentali tornerebbe inevitabilmente ad essere la nazione-problema del continente.
Non influisce d’altronde soltanto l’attrazione con la Russia.
Esiste anche la tentazione di abbandonare al suo destino l’Europa meridionale, esponendola alle rivendicazioni dell’islamismo.
Molti ex-dirigenti, per nulla pentiti, del regime nazista si misero a suo tempo al servizio dei governi radicali arabi, tentando di procurare loro la bomba atomica.
In funzione, “ça va sans dire”, antiebraica.
Tornano i fantasmi dei gerarchi riparati in America Latina e delle logge segrete fondate dai superstiti del terzo Reich.
I mostri del passato si agitano come i coboldi, mostri malefici delle antiche saghe germaniche.
Riaffiora il razzismo, rivolto contro le genti dell’Europa meridionale, ritenute inferiori, composte da “unter menschen”.
Hitler definiva spregiativamente gli italiani “un popolo di zingari”.
Ci vorrebbe lo spirito di Wolfgang Goethe, ammiratore del mondo classico e latino, ma si odono soltanto gli insulti di chi ci considera ubriaconi, sfaticati e scialacquatori.
Riaffiorano in Germania degli istinti che vanno ben oltre il tradizionale nazionalismo, un oscurantismo paganeggiante pretende di rifiutare il cristianesimo per restaurare un Walhalla pagano, popolato di divinità guerriere.
Thomas Mann, rivolgendosi ai suoi connazionali dopo la caduta del nazismo, volle intitolare il suo ciclo di discorsi con due semplici parole: “Tedeschi, attenti!”

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Mario Castellano 06/04/2020
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