“Non è un bene, ma è per il bene”: questa valutazione della epidemia costituisce il migliore commento alla esibizione televisiva di Salvini con Barbara D’Urso.
La conduttrice partenopea include tra i suoi innumerevoli “ex” tale Pizzimbone, già concessionario del servizio di nettezza urbana ad Imperia, i cui abitanti – considerandola una concittadina di adozione – l’hanno familiarmente soprannominata”la fidanzata di rumenta”, termine che nella lingua regionale designa per l’appunto la spazzatura.
Quanto ad amanti, il capitano non le è certamente da meno.
Ora, però, il “metus” incusso dalla epidemia li ha indotti a compiere all’unisono un gesto di devozione: risultano troppo lungo il rosario, che avrebbe comportato anche lo svantaggio di annoiare i telespettatori con il risultato di abbassare la mitica “audience”, si è ripiegato sul più sintetico “Requiem aeternam”.
Speriamo che la comune preghiera hanno recato giovamento spirituale a due anime particolarmente bisognose di misericordia, benché sarebbe risultato ben più adeguato un atto di dolore.
Tale preghiera culmina infatti con la promessa di “sfuggire le occasioni prossime di peccato”.
La D’Urso ha ormai raggiunto una età in cui risulta più agevole mantenere un simile impegno.
Quanto a Salvini, è invece probabile che si mantenga sulla breccia.
Memori dell’evangelico “nolite judicare”, lasciamo l’inedita copia mediatica destrorsa ai suoi ardui problemi di coscienza.
Ben più proficua risulta una valutazione del suo operato dal punto di vista politico.
Pare che la falange di collaboratori di Salvini addetti ai mezzi di comunicazione, appropriatamente denominata “la bestia”, abbia rilevato un successo di pubblico e di consensi per la nuova esibizione religiosa del “capitano”.
Il Generale De Gaulle, che era un cattolico tradizionalista, quando assisteva alla Messa in veste ufficiale, non faceva la comunione, mentre partecipava all’Eucarestia se vi presenziava in privato.
Questo comportamento significava che riconosceva il carattere laico dello Stato.
Salvini ha in comune con Mussolini, tra le altre cose, il fatto di non essere cristiani, dato l’ateismo del “Duce” e il paganesimo del “capitano”.
Ciò non ha impedito né all’uno, né all’altro di farsi promotori della trasformazione dello stato da laico in confessionale.
Se questa scelta costituisce da parte dei governanti un gesto spregiudicato di “real politik”, essa pone dei gravi problemi di coscienza a quei cattolici – ed in particolare ai componenti del clero – che oggi sostengono il capo della Lega.
Costoro dovrebbero meditare sulla moralità in cui caddero a suo tempo i correligionari aderenti al fascismo: i quali si fecero complici di una duplice ingiustizia, perpetrata ai danni dei connazionali, compresi i cattolici antifascisti.
Chi non aderiva al regime veniva infatti perseguitato, e chi non si riconosceva nella “religione ufficiale” era emarginato.
Come cattolici, e come italiani, non vogliamo che questa situazione si ripeta.
Certi commentatori radiofonici che sostengono apertamente la Lega dovrebbero rendersi conto della responsabilità assunta con tale scelta.
A questo punto, però, sarebbe auspicabile un intervento della Santa Sede.
I documenti emanati dal Concilio, con cui la Chiesa ha accolto nel proprio magistero il riconoscimento del carattere laico dello Stato, non, lo pongono affatto sullo stesso piano di un regime confessionale.
Se dunque una scelta risulta doverosa per i credenti l’altra è viceversa illecita.
Non si tratta di dividere la comunità dei credenti in base a una questione di principio, quanto piuttosto di opporsi al tentativo di dividere il nostro popolo nel momento in cui la solidarietà tra tutti i connazionali costituisce un dovere assoluto ed una necessità imprescindibile.
Dalla prova attuale si esce solo riaffermando il patto costituzionale che unisce gli italiani nella uguaglianza dei diritti.
Se invece si considera l’epidemia come l’occasione per mettere in discussione questo principio, cadremo in un conflitto civile insanabile.
Il Papa ci esorta ad essere uniti, ma occorre chiarire su quali basi, altrimenti la nostra fede, che costituisce un elemento fondamentale dell’identità nazionale, diverrebbe fattore di divisione.
Siamo dunque in presenza di una “quaestio stantis vel cadentis ecclesiae”, da cui dipende la convivenza tanto tra i cattolici quanto tra italiani.

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Mario Castellano 07/04/2020
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