André Gide, nel suo famoso romanzo “I sotterranei del Vaticano”, immaginò Leone XIII detenuto nelle segrete di Castel Sant’Angelo.
Sulla immaginazione dello scrittore transalpino influiva certamente la condizione in cui si erano trovati tutti i papi a partire da Pio IX.
Pio XI essendo amante della vita all’aria aperta (Achille Ratti era famoso anche come scalatore, al punto che il Club Alpino gli ha dedicato un rifugio) e non resistendo alla claustrofobia, decise di porre fine ad una segregazione che durava da ben cinquantanove anni.
Ora il Papa si trova nuovamente ristretto ai “domiciliari”.
Già tale condizione era stata sofferta da Pio VI detenuto da prima a Savona e poi a Fontainbleau, e poi da Pio VII.
Mastai Ferretti si recluse invece volontariamente, per protesta contro “colui che detiene”: che non era tanto Vittorio Emanuele II quanto l’intera nazione italiana.
Ora il papato vive una fase diversa della sua storia, perché il Vescovo di Roma non subisce una imposizione, né intende reagire ad una asserita ingiustizia, bensì accetta “sua sponte” una prescrizione dell’Autorità civile.
Questo gesto assume una rilevanza storica enorme, non solo in quanto la Santa Sede la riconosce come legittima, ma soprattutto in quanto si afferma il principio per cui “quae sunt caesaris caesari”.
Carlo Arturo Jemolo, nella sua fondamentale opera sui rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, ricorda il dibattito che si svolse in Senato sulla ratifica dei Patti Lateranensi, l’ultima circostanza in cui alcuni parlamentari poterono esprimersi contro il regime fascista.
Il grande giurista Scialoja, quando il relatore di maggioranza affermò che il 20 settembre nella sua casa si era pianto, rispose: “Nella mia si esultò”.
L’assemblea, ancora in buona parte composta da liberali applaudì.
Noi discendiamo per parte di padre da clericali e per parte di madre da liberali.
I nostri genitori si sposarono nel 1947: c’era voluto molto più tempo di quanto ne era trascorso per arrivare alla conciliazione.
Come cattolici liberali, ci riconosciamo pienamente nel Papa, vedendo in lui la nostra massima risorsa.
Non vogliamo ritrovarci esiliati,in patria o all’estro come Don Sturzo, arrivato a New York con l’altare portatile nella valigia e dieci dollari in tasca.
Lungi da noi la presunzione di paragonarci ad una figura così eminente, ma non dimentichiamo l’umiliazione subita quando la destra ha preteso e ottenuto che fossimo allontanati dalla sala stampa della Santa Sede, dove avevamo servito la Chiesa con lealtà e con impegno.
Prima e dopo di noi, le manovre dei tradizionalisti hanno portato alla emarginazione di persone ben più prestigiose e importanti.
Quanto conta, però, non sono queste squallide manovre, bensì i gesti con cui si esprime il magistero del Papa.
I nostri antenati liberali sarebbero felici vedendo come anche il Vescovo di Roma si conforma con il precetto dello Stato.
In quanto credenti, consideriamo questo comportamento come una adesione al principio di “libera chiesa in libero stato”.
Ciò naturalmente non piace ai vari Demattei, Sudrio, Buttiglione, Socci, Celi e soci.
La sovranità territoriale simbolica instaurata per la Santa Sede nel 1929 viene concepita da costoro come occasione per la restaurazione del potere temporale, o come strumento per instaurare uno stato confessionale.
Per noi rappresenta invece la garanzia dell’indipendenza della suprema autorità ecclesiastica, che deve riconoscere a sua volta – come appunto fa il Papa – la competenza esclusiva dello stato nelle questioni temporali.