I Fatnasi, originari della Tunisia sono sette in famiglia, e tutti quanti – tranne l’ultimogenito che è un neonato – frequentano assiduamente la moschea.
Il padre è un dirigente della comunità islamica locale.
L’abitudine che ci accomuna è nata quasi per caso, quando ci hanno regalato del cibo non “halal” affinché non andasse sprecato.
Come l’autodisciplina è la migliore disciplina, l’organizzazione spontanea del reciproco aiuto risulta di gran lunga la più efficace.
Da tempo, abbiamo realizzato “il banco alimentare”: il direttore di un supermercato ci regala il pane secco destinato alle galline delle verduriere il quale a sua volta tiene per noi l’invenduto da destinare ai vicini.
Al termine di questa filiera, in cui ciascuno conosce soltanto l’anello successivo della catena della solidarietà, c’è sempre un piatto di “cuscus” per noi.
Dalla crisi attuale usciremo tutti più buoni o più cattivi, amici o nemici: ciò non dipende da nessun sincretismo ma semplicemente da come ci atteggiamo verso il prossimo.
C’è una frase del Papa, pronunziata durante le festività di fine anno davanti alla Curia, che sembra esprimere un presagio di quanto è accaduto in seguito.
Solo adesso siamo in grado di comprendere pienamente il suo significato.
“Non siamo più nella cristianità”: questo ha detto testualmente il Vescovo di Roma.
Si tratta di una espressione che suona certamente blasfema dal punto di vista dei tradizionalisti, dal momento che Bergoglio non gli ha voluto attribuire un significato consono con le loro geremiadi sulla “scristianizzazione”.
Il Papa ha dato anzi l’impressione di rallegrarsi per la situazione che ha descritto in un modo così franco e sintetico: non certo perché Egli sia un sincretista, come alcuni insinuano con malizia ed altri rivendicano con compiacimento.
Affermare che non siamo più nella cristianità significa semplicemente che siamo immersi in una condizione umana ben più ampia dell’ambito – non solo numerico, ma anche spirituale – della nostra fede: l’umanità si salva o si perde tutta insieme.
Ciò non riguarda soltanto l’epidemia, ma la situazione complessiva del mondo.
Certamente, la situazione di reciproco isolamento in cui ci troviamo costituisce insieme il riflesso ed il singolo più esasperato di quella divisione che è stata determinata dalla spaccatura del mondo tra chi è vittima della ingiustizia e chi ne trae beneficio.
Dire che non siamo più nella cristianità può significare dunque che la nostra fede risulta finta ed inutile se non ci impegniamo per riparare a questa ingiustizia.
Faremmo però torto al Magistero del Papa se limitassimo il significato della sua affermazione ad un richiamo – per quanto forte ed autorevole – all’impegno nelle vicende temporali.
Non basta infatti una semplice alleanza tra uomini di diversa fede, in quanto le contraddizioni tra gli uni e gli altri sarebbero destinate a riproporsi una volta usciti dall’emergenza.
Occorre invece trovare una ispirazione comune, una stessa visione spirituale: nel mondo ci saranno sempre religioni diverse e popoli diversi, e ciascuno continuerà ad esprimere la propria specifica identità e la propria specifica cultura.
Se però ciascuno si impegnerà soltanto nel nome di queste specificità, finiremo per ritrovarci reciprocamente estranei, si riprodurranno i motivi di contrapposizione e di inimicizia.
Dire che “non siamo più nella cristianità” significa dunque che non dobbiamo affermare soltanto i nostri diritti.
Qualora infatti essi venissero realizzati a scapito degli altri, si trasformerebbero in privilegi.
Non è naturalmente facile trasporre sul piano dei rapporti collettivi le manifestazioni di concordia, di collaborazione, di fraternità che si producono tra le persone.
Risulta tuttavia importante partire dal superamento di ogni diffidenza reciproca.
Vi è diffidenza tra gli europei quando i settentrionali rifiutano di condividere i nostri debiti, ritenendoli conseguenza – e nello stesso tempo occasione – di uno sperpero.
C’è però anche diffidenza tra gli italiani quando si pretende – come hanno fatto concordemente i tradizionalisti cattolici ed il pagano Salvini – che le chiese siano riaperte per le funzioni pasquali.
Questa postulazione si basa su un asserito disegno delle autorità civili, che approfitterebbero della profilassi per limitare la libertà di culto.
Vale la pena di richiamare il famoso apologo di Marx sulla storia che si ripete, prima come tragedia, e poi come farsa.
L’opposizione della chiesa all’unità nazionale era motivata dal sospetto che si trattasse di un disegno concepito ai danni del cattolicesimo.
Lo stato unitario assunse invece delle caratteristiche anticlericali a causa dell’ostilità del Vaticano.
Oggi c’è chi vuole far credere che si chiudono i luoghi di culto per colpire la libertà religiosa.
Se però il Papa dice che non siamo più nella cristianità, ciò significa che tende la mano alle altre religioni, e dunque non si può pensare ed agire in base alle discriminanti del passato.
Il professor Alberto Melloni, su “La Repubblica” di domenica scorsa, propone di cogliere l’occasione offerta dalla situazione attuale per fare celebrare l’Eucarestia anche da chi non sia ordinato: “forse – scrive l’illustre studioso – qualcuno non prete spezzerà il pane: non per una indisciplina che non potrebbe essere ammessa, non per applicare la più classica teologia, che pure c’è, ma solo per vivere e alimentare la fede”.
Si tratta forse di una provocazione, ma se forse non vale più nello stesso ambito della chiesa la norma canonica, e se comunque dobbiamo agire nell’ambito di un disegno universale insieme con i seguaci di altre religioni, risulta completamente anacronistico ritornare alle contrapposizioni del passato.
Poco fa, abbiamo udito da una radio cattolica, una giaculatoria in rima contro la breccia di Porta Pia.
Se ragioniamo in questo modo, non c’è bisogno del virus per andare tutti all’inferno.
Wednesday, April 08, 2020