Il Papa, nel corso del Triduo Pasquale, ha parlato in occasione della messa “in coena domini” del Giovedì Santo ...
Il Papa, nel corso del Triduo Pasquale, ha parlato in occasione della messa “in coena domini” del Giovedì Santo, ha lasciato la parola a Padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nel corso della funzione del Venerdì e l’ha ripresa dinnanzi alle poche persone che celebravano con lui la “Via Crucis” commentando l’istituzione dell’Eucarestia e del sacerdozio, Bergoglio ha preso spunto dalla lavanda dei piedi per identificare la missione degli ordinati con il dovere di servire il prossimo: non basta limitarsi ad amministrare i sacramenti, ma occorre provvedere a tutte le necessità – anche materiali – del prossimo.
Dal punto di vista dei credenti, l’epidemia risulta provvidenziale: se c’erano stati nel clero dei fenomeni di degenerazione morale, oggi risultano ampiamente riscattati dal sacrificio di tanti sacerdoti morti per non aver abbandonato nel bisogno e nel pericolo il gregge loro affidato.
Il prestigio conquistato dalla chiesa, come era già avvenuto in occasione delle due guerre mondiali, avrebbe potuto indurre il Papa a manifestare, se non una rinnovata esaltazione della “Ecclesia triumphans”, quanto meno un sentimento di legittimo orgoglio.
Ascoltando Bergoglio abbiamo avuto la conferma di quanto risulti provvidenziale che il Pontefice non sia più italiano.
Nella memoria collettiva dei nostri connazionali cattolici, ed in particolare di quanti appartengono al clero, è rimasto il ricordo di due eventi: alla Grande Guerra fece seguito il Concordato, e l’altro conflitto mondiale determinò l’egemonia della chiesa sulla vicenda civile del Paese.
Non sempre i proverbi dicono la verità, per cui affermare che “non c’è due senza tre” potrebbe indurre a sbagliare.
Il Papa ha dimostrato di esserne consapevole.
Molti anni fa, parlando di una forza politica, ci capitò di ricordare il grande contributo di sacrifici e di sangue che aveva arrecato alla causa della sua nazione.
Ci fu risposto che tutto ciò poteva risultare ininfluente, in quanto conta unicamente il fatto di conquistare o meno l’egemonia, definita da Antonio Gramsci come la capacità di rappresentare l’interesse generale.
La chiesa si è affermata due volte come il soggetto egemone sulla società italiana nel corso del ventesimo secolo.
Ci riuscirà anche nella presente circostanza storica.
Non lo possiamo prevedere, ma sappiamo che il sacrificio costituisce una condizione necessaria, ma non sufficiente perché questo avvenga.
Se l’egemonia cattolica verrà confermata, ciò costituirà un bene non soltanto per la chiesa, ma per l’intera comunità nazionale.
Non vi è infatti nessun altro soggetto in grado di assumere questo ruolo.
Il Papa ha spiegato quali sono le condizioni cui la società dei credenti deve adempiere per dimostrarsi egemone ancora una volta.
Bergoglio ha dimostrato di sapersi sottrarre alla facile tentazione della demagogia.
Oggi tutti ripetono che “andrà tutto bene” ed ostentano il loro ottimismo.
Il Papa risponde che l’ottimismo costituisce una categoria completamente diversa dalla speranza.
La speranza, intesa come virtù cristiana, si distingue in primo luogo perché radica nella fede, e viene dunque ispirata da Dio.
Esiste però un’altra differenza, espressa proprio nel racconto evangelico della Resurrezione.
Gesù indica ai discepoli che devono andare ad incontrarlo in Galilea.
Ciò significa che la speranza si connette con un luogo, non certo inteso in senso fisico, bensì nel senso metaforico cioè come la realizzazione della speranza.
Questo obiettivo esige che si dia prova di coraggio.
Si potrà obiettare naturalmente che il più grande coraggio lo dimostra chi rischia la vita.
Il Papa sembra però dirci che questo non basta: il coraggio, infatti, richiede anche la capacità di pensare a qualcosa di nuovo, di non mettere in gioco soltanto la propria esistenza, ma anche l’ordine costituito.
Non vorremmo lasciarci tentare dall’affermare che oggi viviamo una occasione rivoluzionaria.
Possiamo dirlo, purché naturalmente non rimaniamo nella dimensione ristretta della cosiddetta “politique politicienne”.
Tutti si stanno domandando chi vincerà la guerra.
Non la vincerà certamente chi tende semplicemente ad affermare la propria identità a spese degli altri: vincerà chi saprà dimostrare coi fatti che si possono affermare i propri diritti aiutando gli altri a raggiungere anch’essi questo obiettivo.
Ce lo insegna la storia dell’ultimo secolo, che possiamo leggere come un unico, grande processo di emancipazione dei popoli.
Se ci lasciamo coinvolgere dalla tendenza al confessionalismo, al razzismo, al nazionalismo egoista ed esasperato, dimostriamo di essere dei cristiani incoerenti.
Se viceversa ci dimostriamo capaci di aiutare gli altri a realizzare le loro aspirazioni, ad ottenere giustizia, la nostra fede ne uscirà ancora una volta vittoriosa.

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Mario Castellano 16/04/2020
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