L’apocalisse non verrà a causa dell’epidemia, bensì per effetto della conseguente crisi economica e sociale.
Diciamo questo in quanto non esiste nessuna prova a sostegno delle teorie secondo cui il virus sarebbe in realtà una invenzione, oppure sarebbe stato diffuso di proposito per scatenare una guerra batteriologica, ovvero lo si sarebbe esagerato per precipitare lo scontro tra le contrapposte potenze mondiali.
Fatto sta che il crollo del prezzo delle materie prime, ed in particolare del petrolio, causa sicuramente due risultati: in primo luogo, esso priva di risorse gli abitanti dei paesi la cui economia si basa sulla loro monocultura; in secondo luogo, mentre porta la gente alla disperazione, priva nello stesso tempo gli stati delle risorse necessarie tanto per erogare i servizi essenziali quanto per mantenere l’ordine pubblico.
In parole povere, non c’è più né la carota, né il bastone.
L’Africa cosiddetta “nera”, che fin da prima della epidemia esplodeva per la sovrappopolazione, aggiunge a questa condizione il ritorno alla legge del più forte.
Si profila dunque una intensificazione drammatica della pressione demografica sulla sponda settentrionale del Mediterraneo: che rimane, malgrado la crisi economica, un miraggio molto attrattivo per chi non ha nulla.
Da noi, infatti, gli ammortizzatori sociali riescono ancora ad evitare la fame di massa.
I beni destinati ad avere ancora un mercato sono comunque soltanto due: quelli destinati ai consumi essenziali – cioè sostanzialmente il cibo – e le armi.
Da impiegare per la difesa individuale qualora il collasso dello stato, causato dalla mancanza delle entrate tributarie, facesse venir meno la protezione assicurata dalla polizia.
Se i cittadini potranno trasformare le loro case in campi trincerati, come avveniva nel “far west”, risulta ben più difficile proteggere i territori minacciati da una invasione.
Qui entriamo nel futuribile.
Che cosa avverrebbe nel mondo islamico qualora un nuovo califfo – inteso come capo dei credenti – o un nuovo madhi, o un redivivo Dodicesimo Imam (il quale – secondo gli sciiti – si inabissò nell’anno 873 in una caverna di Samarra), si mettesse alla testa dei musulmani?
Che non si tratti di puro millenarismo, lo dimostra il fatto che il presidente dell’Iran Ahmadine Jad fece costruire a Teheran un grande viale per quando l’imam sarebbe arrivato.
Per intenderci meglio, può essere che un capo religioso esorti le masse islamiche ad invadere il “Dar al-harb” per trasformarlo nel “Dar al-Islam”.
La rivendicazione di “al andaluz” (termine che in arabo designa l’intera penisola iberica) e della Sicilia non ha mai cessato di ricorrere anche sulla stampa laica dei paesi arabi.
La “banlieue” popolata da musulmani diverrebbe in questo caso una sorta di “quinta colonna”: tanto più che già gode “de facto” di una sorta di extraterritorialità.
Mentre scriviamo, la radio trasmette brani di un libro di Ratzinger che denunzia il crollo dell’occidente, causato dalla sua scristianizzazione.
La scommessa dei tradizionalisti si basa precisamente sull’avverarsi degli scenari più catastrofici: secondo costoro, il pericolo costituito da una sottomissione all’Islam causerebbe come reazione la costituzione di una sorta di Sacro Romano Impero su base confessionale.
Quanto accomuna i tradizionalisti con gli islamisti è il disprezzo verso la democrazia liberale.
Entrambi, infatti, la tacciano di essere nichilista, accusandola di avere escluso Dio dalla società.
Precisamente su questo punto verte il nostro dissenso da entrambi: non si deve confondere la società con lo stato.
In una democrazia liberale, il compito dello stato consiste nel regolare i diversi fenomeni sociali, senza però orientarli secondo un criterio ideologico.
E neanche in base ad un principio di ordine religioso.
Non si può dunque accusare lo stato di opporsi alla religione soltanto perché non la impone, rifiutando di far coincidere le proprie norme con il precetto di una particolare confessione.
Se così fosse, laddove lo stato – come avviene per esempio in America – regola unilateralmente l’esercizio del culto, dovrebbe essere sparita la fede.
Che invece prospera, ed esercita una influenza sociale fortissima.
Supponiamo comunque che si avveri il deprecabile scenario di uno scontro tra la “civiltà occidentale” e l’Islam.
In un simile scenario non risulterebbe possibile motivare i nostri concittadini nel nome dell’ideale di uno stato confessionale, cioè di un regime totalitario.
Per il semplice motivo che un totalitarismo vale l’altro, una oppressione è uguale all’altra.
L’unica bandiera per cui valga la pena di combattere è quella della uguaglianza e della tolleranza.

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Mario Castellano 25/04/2020
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