Il comitato parlamentare di vigilanza sui servizi (COPASIR) ha convocato per una audizione nella sua sede di San Macuto tanto il ministro della sanità Speranza quanto i responsabili della nostra “intelligence”.
Da questa sessione si attende una risposta a due quesiti, riguardanti sia la sopravvivenza della democrazia in Italia, sia l’avvenuta consumazione di un colpo di stato, che – nella generale incoscienza dei nostri concittadini – l’avrebbe ormai eliminata.
Ricapitoliamo alcuni dati già esposti nei nostri articoli precedenti.
Nello scorso mese di gennaio, un documento elaborato nell’ambito del ministero della sanità avvertì della imminenza dell’epidemia e delle sue conseguenze devastanti.
Essendo stato secretato tale testo, si giunse al 23 febbraio, data in cui il Papa si recò a Bari per concludere il Sinodo dei Vescovi del Mediterraneo celebrando una Messa all’aperto alla presenza di ben quarantamila fedeli.
Il più illustre dei quali era il Presidente Mattarella.
Se il ministero competente avesse dato l’allarme, la devozione popolare avrebbe forse perduto una così solenne occasione per manifestarsi, ma l’incolumità fisica di Mattarella e di Bergoglio non sarebbe stata messa a repentaglio.
Francesco Benozzi, su “La Verità”, ricorda i toni trionfalistici dell’ANSA nel riferire sull’evento: “Messa del Papa con quarantamila, sconfitta psicosi coronavirus”.
Conte, che “avrebbe dovuto esserci, rinunciò invece a recarsi a Bari per impegni legati alla emergenza”.
Ci pare di cogliere, in questa formulazione dell’articolo, l’insinuazione di un diverso livello di informazione sul pericolo di epidemia tra il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio.
Facciamo però un passo indietro fino al 31 gennaio, data in cui il Consiglio dei Ministri aveva emanato un decreto legge, recante la firma di Mattarella e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ma non pubblicizzato sui mezzi di comunicazione.
Chi aveva concepito tale atto legislativo era probabilmente consapevole tanto dell’imminente pericolo prospettato nel documento elaborato dal Ministero della Sanità, tenuto nascosto ai comuni mortali ma non ai funzionari di Palazzo Chigi.
Gli estensori del decreto legge conoscevano naturalmente i criteri ispiratori della successiva legislazione, introdotta mediante decreti del Presidente del Consiglio precisamente in base a quanto disposto dal decreto legge del 31 gennaio.
È stato dunque Mattarella a conferire a Conte una competenza legislativa costituzionalmente illegittima.
Domandiamoci ora quale fosse la situazione al successivo 23 febbraio, quando Mattarella – evidentemente ignaro del pericolo di epidemia – si recò a Bari, mentre Conte rimaneva prudentemente a Roma.
È probabile che il Presidente del Consiglio già munito di poteri più ampi di quelli a lui attribuiti dalla Costituzione, abbia disertato la Messa del Papa per non esporsi al rischio del contagio.
Mattarella era invece all’oscuro di tale pericolo, ma ben conscio di avere perpetrato – o quanto meno avallato – un colto di stato.
Ripetiamo ancora una volta che in diritto si designa con tale espressione una modifica della Costituzione materiale introdotta senza rispettare il procedimento stabilito per emendarla.
Mattarella non era al corrente del pericolo di epidemia né il 23 febbraio, né – a maggior ragione – il 31 gennaio.
Perché dunque aveva acconsentito ad ampliare i poteri di Conte?
Evidentemente, non per contrastare l’epidemia, bensì per realizzare un disegno di modifica della Costituzione materiale di cui la diffusione del virus ha costituito soltanto il pretesto, e non il vero motivo.
Il “casus belli” sarebbe stato escogitato nei giorni successivi alla cerimonia di Bari, quando avvennero due fatti strani: a Pescara e a Palermo si videro i carri armati per le strade, senza che nulla fosse avvenuto in queste due città che giustificasse tale esibizione di forza; più o meno contemporaneamente, a Roma venivano ricoverati due coniugi cinesi afflitti dalla nuova malattia, ma in seguito felicemente guariti.
Dall’8 marzo in avanti, Conte cominciò ad emanare i suoi “decreti del Presidente del Consiglio”, di cui abbiamo commentato tanto il merito delle disposizioni in esse contenute quanto il “modus procedendi”.
Se il colpo di stato può essere datato, lo si può collocare nel momento in cui Mattarella avallò il decreto legge con cui venivano conferiti praticamente i pieni poteri al Presidente del consiglio.