Lo spettacolo offerto di recente dalle valli del Tirolo meridionale ricordava certi scenari della mitologia germanica, quali le notti di Valpurga.
La mancanza assoluta di turisti impediva d'altronde di pensare a qualche messa in scena promossa per intrattenere i visitatori dalle aziende di soggiorno, che da quelle parti eccellono per l'efficienza e l'alto livello delle iniziative.
Sulle pendici dei monti erano stati accesi dei grandi fuochi, disegnando su scala gigantesca la scritta "Los-von-Rom", che nella lingua di Goethe significa "Via da Roma".
Se la base dei separatisti voleva dimostrare la propria solidarietà militante con i dirigenti - i quali avevano votato all'unanimità in Consiglio Regionale una mozione che prevedeva la emissione di propri buoni del tesoro e dichiarava la cessazione dei trasferimenti di fondi al Governo Nazionale - l'obiettivo era stato pienamente raggiunto.
L'oscurità è da sempre propizia per ogni specie di ribelli, di guerriglieri e di clandestini.
Negli anni Sessanta andavano di moda le "notti dei fuochi", duranti le quali venivano sabotati i tralicci dell'alta tensione.
Ora i "fuochi" sono più innoqui, ma l'allusione suona come una minaccia.
Per quanto possa sembrare strano, il motto riapparso di recente non ha però sempre espresso la consegna dei sud-tirolesi.
Esso cessò infatti di essere usato precisamente quando venne accantonata la scelta separatista.
La popolazione di lingua tedesca ha espresso nella sua storia successiva al trattato di san Germano un solo autentico "leader", che si chiamava Sylvius Magnago.
Il quale portava un cognome italiano essendo nato dal matrimonio tra un nostro connazionale ed una tedesca.
Anche il capo degli indipendentisti irlandesi si chiamava De Valera, essendo figlio di uno spagnolo.
Magnago, detto dai suoi compaesani lo "obmann" per antonomasia, aveva basato la propria azione politica su di una visione realistica della situazione del nostro continente: "l'Europa - diceva sempre, molto prima che tale principio venisse consacrato con il Trattato di Helsinki - non cambia i confini per noi".
La secessione dall'Italia l'annessione all'Austria costituiva dunque un obiettivo impossibile.
Magnago non si considerò d'altronde mai nè italiano, nè austriaco, ma solo e sempre tirolese.
Il suo identitarismo ripudiava tanto il pangermanesimo - che avrebbe inevitabilmente causato l'accusa di essere un neonazista - quanto ogni riferimento all'Impero Asburgico.
Se dunque il presidente guardava a Vienna, lo faceva soltanto nel nome della funzione che le spettava in quanto potenza protettrice.
L'Austria, infatti, aveva stipulato come tale con l'Italia gli accordi De Gasperi-Gruber del 1947.
Il loro testo risultava piuttosto generico, e si limitava a vincolare le autorità di Roma al rispetto della comunità di lingua tedesca quale soggetto contraddistinto da una propria identità, distinta da quella italiana.
Come in concreto si dovesse realizzare tale obiettivo, gli accordi non lo dicevano, o meglio lo dicevano solo in parte: quella cioè relativa alla autonomia.
Iniziarono dunque le estenuanti trattative destinate a produrre infine la sottoscrizione del cosiddetto "pacchetto" (in tedesco "drucksache", termine usato in ambito postale per designare gli invii di piccole dimensioni).
Il nuovo accordo verteva paradossalmente sul riconoscimento di un disaccordo.
Per quanto ciò sembri strano, l'Austria lo considerava la realizzazione del patto del 1947, mentre l'Italia lo qualificava come un insieme di ulteriori concessioni.
Magnago spese tutta la sua vita politica per negoziarlo, e poi per realizzarlo.
Egli stesso riassunse questa opera con un motto: "los von Trent", che sostituiva il vecchio "los von Rom".
Il presidente aveva colto nella costituzione della regione autonoma Trentino-Alto Adige un astuto espediente escogitato dalle autorità di Roma per annacquare la minoranza di lingua tedesca mescolandola non più con tutti gli italiani, ma con gli italofoni del Trentino: confdando nella loro presunta lealtà, contrapposta all'asserita slealtà della gente di lingua tedesca.
Magnago sapeva che in quel tempo i trentini non erano interessati alla tutela di una cultura nella quale non si riconoscevano.
Chi risale la Valle dell'Adige può osservare il monumento a Dante (eretto sotto l'Impero), di dimensioni inusitate per tutte le città del Regno d'Italia.
Perchè dunque si ritorna ora alla vecchia consegna "los von Rom"?
La storia delle genti e delle terre di confine è sempre piena di paradossi.
Se Garibaldi naascesse oggi, sarebbe un cittadino francese.
Se Andreas Hofer, eroe nazionale del Tirolo, cui si intitola addirittura l'Inno Nazionale, nascesse oggi, sarebbe un cittadino italiano.
Come pure sarebbe tale Padre Gregorcic, il poeta nazionale della Slovenia.
"Natura non facit saltus": il nostro preside ci ricordava sempre questo motto, riferendolo alla storia, per fare capire che la nostra è una identità di transizione.
Nizza è il nostro capoluogo anche in base alla geografia fisica, in quanto le valli convergono verso la foce del Varo, ma con la "bella" ci unisce anche la lingua regionale.
Oltre il fiume, d'altronde non si parla il francese, ma il provenzale.
Il paradosso che si sta producendo in questa fase storica consiste nel fatto che quanto più l'Alto Adige diventa tedesco, tanto più il Trentino - anzichè distinguersi in base alla lingua - tende a seguirlo, nel nome della vicenda storica comune.
La cariocinesi che si prospetta nello stato italiano lo induce infatti a considerare quanto il suo costume civile debba all'Austria.
De Gasperi era di espressione italiana (o meglio bilingue), ma il suo cattolicesimo risentiva delle riforme di Giuseppe II, il primo sovrano europeo che aveva instaurato la parità nei diritti civili tra i seguaci delle diverse religioni.
Questa formazione permise a De Gasperi di resistere alle pressioni del Vaticano diPacelli, volte a trasformare l'Italia in un regime confessionale o clericale, quando tale esito sembrava inevitabile.
Ora Trento, nel definire la propria identità, fa prevalere le ragioni della cultura politica e della storia su quelle della lingua.
Se dunque anche la gente del corso inferiore dell'Adige si sente sempre più lontana da Roma, al punto che anche i suoi rappresentanti in regione le rifiutano il pagamento delle imposte, non c'è più motivo - per Bolzano - di staccarsi da Trento.
Ecco perchè non si proclama più "los von Trent", e si torna ad invocare "los von Rom".
Da Salorno si scende verso Rovereto, ed ancora più in giù.
Risalendo da Verona il corso dell'Adige si scorgono subito i campanili disegnati come nei paesi di lingua tedesca.
Perchè le genti del nord si ispirano a Verona, come fece anche Shakespeare?
Perchè Verona è il luogo dove termina la transizione, ed inizia l'Italia.
Goethe racconta che aveva dovuto arrivarci per trovare il primo cocchiere non più in grado di parlare tedesco.
Le ville sulla Riviera del Garda appartengono tutte ai suoi connazionali.
Perfino il bellunese è sostanzialmente bilingue.
Aveva ragione il Preside: "Natura non facit saltus".
Speriamo lo capiscano anche i governanti, altrimenti le "notti dei fuochi" non assomiglieranno più a quelle di San Giovanni, ma alle notti di Valpurga.