Si è detto che dopo l'epidemia i ricchi saranno più ricchi, e i poveri sempre più poveri.
Lasciamo agli economisti ogni valutazione sulla veridicità di questa affermazione.
Da parte nostra, possiamo tuttavia formularne altre due: in primo luogo, chi è solidale e coeso, lo sarà ancora di pèiù, avendo potuto constatare l'utilità di questi rapporti; in secondo luogo, chi è più convinto sarà certamente rafforzato nelle sue certezze, mentre i dubbiosi troveranno l'occasione per sbandarsi.
Cominciamo dal primo punto.
La gran parte della comunità islamica residente nella nostra città ha sofferto le conseguenze della disoccupazione.
Naturalmente, chi si trova in Italia legalmente, ed ha un regolare contratto di lavoro, non può essere licenziato.
Ciò non vale però per chi è occupato "in nero", o con contratti a termine.
Nessun musulmano ha però sofferto per problemi economici.
Nel nostro condominio, risiede una famiglia tunisina composta di sette persone, tutte molto pie e osservanti: al punto che su otto praticanti che vivono in questo caseggiato, solo uno è cristiano.
Gli altri sacrificano su di un altro altare.
Il capo famiglia faceva il muratore, ed è purtroppo rimasto senza impiego e senza entrate economiche, ma lo "islamic relief" ha sempre provveduto puntualmente a tutte le sue necessità: al punto che ci rifornisce regolarmente di pasti caldi, anche se noi contraccambiamo con derrate da cucinare.
C'è però chi dimostra una maggiore spregiudicatezza.
Un signore anziano, dirigente a riposo dell'amministrazione pubblica, aveva designato quali eredi i propri nipoti, mantenendo per sè solamente l'usufrutto degli immobili.
Non potendo essere accudito dai familiari, costui ha preso in casa una famiglia bengalese, noto militante islamista tra i più poemici e facinorosi, il quale si trova per giunta illegalmente sul territorio italiano.
Incurante l'uno della possibile incriminazione per favoreggiamento della immigrazione clandestina, l'altro del rischio di contagio, i due hanno dunque iniziato a convivere.
Fin qui, poco male.
Pare però che il musulmano abbia convertito l'anziano anfitrione, approfittando della coabitazione per praticargli il lavaggio del cervello, e per giunta gli abbia fatto cambiare il testamento in proprio favore: il fatalismo, proprio dei musulmani, ha sostenuto il badante nel suo disegno.
Si dice che il locale "Immam" lo abbia incoraggiato, con l'argomento che in caso di morte sarebbe caduto nel "Jihad", andando subito in paradiso.
Se invece sopravviverà, il paradiso lo troverà in terra, dato che erediterà molti appartamenti.
Questa storia ce ne ricorda un'altra, che qualche anno fa ebbe come scenario una Diocesi dell'Italia centrale.
Il locale Arcivescovo era noto per il suo irriducibile anticomunismo.
Essendosi però indebitato fino al collo, e non potendo rimborsare i mutui contratti con l'istituto di credito cittadino, si trovò costretto a "buttarsi a sinistra" dato che i dirigenti della banca erano tutti comunisti.
Il presule si dedicò dunque a presiedere dei pranzi elettorali in onore di sua nipote, dirigente del partito di Berlinguer: il tutto alla faccia della coerenza.
Monsignor Marcinkus diceva che per provvedere alle necessità della Chiesa non servono le Ave Marie.
L'alto prelato americano trasse da questa constatazione le dovute conseguenze.
Lo stesso fecero quanti chiamarono la musulmana "Chaouqui" a far parte di una commissione economica della Santa Sede in cui sedevano illustri studiosi di economia: materia della quale l'intrigante signora era completamente digiuna.
La sua nomina era stata però propiziata dall'ENI, cui il Vaticano "non poteva dire di no".
Per capirne i motivi, bastava osservare i paginoni di pubblicità che apparivano regolarmente su "L'Osservatore Romano".
Fin qui le informazioni verificabili.
Vi è però chi afferma che l'Ente di stato facesse in realtà il generoso con i soldi degli altri, agendo quale elemosiniere degli arabi del petrolio.
I quali sarebbero risultati i maggiori beneficiari dei documenti trafugati dalla "Mata Hari" calabrese.
Nuzzi avrebbe invece usufruito, per redigere i suoi libri scandalistici, delle carte più appetibili, che non sono però le più delicate e importanti.
Queste ultime, secondo alcune voci, sarebbero finite nelle mani dei servizi segreti dei paesi islamici.
Sempre in base ai "rumors" - naturalmente non verificabili - l'Istituto per le Opere di Religione verrebbe usato da molto tempo dai cinesi per le loro operazioni "off shore" in Occidente.
Una cosa è certa: il Vaticano e un enorme apparato in continua espansione, che - come ogni burocrazia - tende soprattutto a mantenere sé stesso.
Va da sè che chi lo finanzia lo può anche condizionare.
A questo punto, qualche malizioso - sia pure anteponendo l'antica clausola dei giuristi "Si vera sunt exposita" - potrebbe trarre delle conclusioni maliziose, per quanto riguarda tanto i documenti sottoscritti dal Papa insieme con le massime autorità religiose islamiche quanto l'accordo stipulato con il Governo cinese.
Noi siamo stati tra quanti hanno condiviso con piena convinzione entrambi questi indirizzi dell'attuale pontificato.
Tale rimarrebbe la nostra convinzione quando anche le interpretazioni più maliziose della politica della Santa Sede fossero suffragate da prove irrefutabili.
La Chiesa deve infatti identificarsi con la causa dei popoli oppressi.
Se nuove potenze emergenti stanno soppiantando progressivamente l'influenza occidentale, ciò è segno che questa causa sta progredendo.
Di ciò - date le nostre scelte di vita, che non rinneghiamo - abbiamo motivo di compiacerci.
Come credenti ci preme tuttavia che la libertà di coscienza e la libertà di culto non siano considerate come una concessione, bensì come un diritto, che lo Stato deve comunque riconoscere.
Tra pochi giorni riprenderanno le funzioni religiose "cum populo".
Noi abbiamo denunziato la provocazione di chi istigava alla disobbedienza civile, e abbiamo negato che la fede dipenda dagli atti esteriori di culto.
Essa, infatti, si manifesta anche con tali comportamenti, che però non ne costituiscono in alcun caso l'essenza.
Vi sono tuttavia dei precedenti storici che testimoniano atteggiamenti di sudditanza della Chiesa nei confronti del potere temporale.
Quando Mussolini si accingeva a stipulare i Patti Lateranensi, alcuni gerarchi gli obiettarono che avrebbe pagato un prezzo troppo alto al Vaticano.
Costoro non si riferivano però alla trasformazione delle Stato in senso confessionale, bensì ai due miliardi di "consolidato".
Il "Duce" rispose che in cambio di questo denaro, e di altre prebende, avrebbe trasformato la Chiesa in uno strumento della propaganda del regime.
Ed ebbe ragione.
Quando i nazisti erano alle porte di Mosca, Stalin fece uscire dalle prigioni gli ultimi Vescovi ancora in vita, ridotti a tre soli.
Questi presuli, anzichè lamentarsi per quanto il dittatore georgiano aveva perpetrato ai danni della Chiesa, presero a sostenerlo.
Ora pare le Messe siano sottoposte a tali restrizioni che le si potranno celebrare solo in San Pietro, ma Conte viene presentato come una sorta di restauratore del Sacro Romano Impero.
La psichiatria ha escogitato un termine per designare tale atteggiamento: lo si definisce la "Sindrome di Stoccolma".