Sulla vicenda della dottoressa Romano non disponiamo di alcuna informazione diretta. Ci limitiamo dunque ad analizzare quanto appreso dalla lettura dei giornali.
Copisce, nelle dichiarazioni rilasciate dall'ex ostaggio, l'assenza di ogni espressione di critica, di condanna, di semplice dissociazione rispetto all'azione compiuta dai rapitori.
Se la dottoressa Romano li ha perdonati, ciò le fa naturalmente onore in quanto, (ex) cristiana, ma ci domandiamo perchè non dica espressamente "perdono i miei rapitori".
Quando ci si comporta in modo così nobile, si esprime implicitamente una valutazione del gesto compiuto da chi viene perdonato.
La persona offesa infatti, intanto perdona in quanto considera l'azione che ha subito come contraria alle norme morali.
Se dunque la nostra giovane connazionale pensa che non sia necessario perdonare i terroristi, ritiene che essi non abbiano fatto nulla di male.
Fin qui, il nostro discorso ha riguardato l'etica.
Altra cosa, naturalmente, è la valutazione politica.
La dottoressa Romano, però, non critica l'operato dei rapitori considerandolo sbagliato.
Se la cooperante approva il rapimento, la sua considerazione del gesto in base alla morale coincide con quella espressa secondo un criterio politico.
La giovane milanese ritiene che un gesto normalmente condannabile può essere giustificato quando ricorrono particolari circostanze.
Nel caso dei terroristi, il fine giustifica i mezzi.
La dottoressa Romano è seguace di Nicolò Macchiavelli.
Veniamo ora alla conversione all'Islam.
Nessuno ha il diritto di giudicare una scelta di coscienza, che fino a prova contraria dobbiamo considerare spontanea e sincera.
Ciò detto, ci permettiamo di osservare che l'operato dei terroristi risulta contrario anche ai precetti della loro religione, tanto più in quanto la vittima condivide la loro fede.
La dottoressa Romano non valuta però l'accaduto neanche in base ai criteri propri della sua nuova religione.
Dal punto di vista di un musulmano non estremista e contrario alla violenza, si tratta di una azione sicuramente condannabile.
Se la signorina Romano non condivide tale giudizio, ciò significa che aderisce all'Islam cosiddetto "radicale".
A questo punto, ci si può domandare perchè nessun esponente del governo italiano si è dissociato, pur col rispetto dovuto ad una persona duramente provata, non certo rispetto alla sua scelta di coscienza, bensì, rispetto alle conseguenze che ne ha tratto sul piano politico.
Esiste infine il problema costituito dalla cooperazione italiana.
Abbiamo già più volte ampiamente riferito in merito alla nostra personale esperienza, e non intendiamo ripeterci.
Ci limitiamo dunque ad un modesto suggerimento.
Il Ministero degli Esteri dovrebbe sempre ricordare tanto i singoli cooperanti quanto ai diversi organismi che li mandano all'estero (e che dovrebbero garantire la loro lealtà e la loro qualificazione) il preciso dovere di avvisare immediatamente l'autorità diplomatica ogni qualvolta essi vengano al corrente di azioni intraprese da stati esteri o da altri soggetti volte a danneggiare gli interessi dell'Italia: tanto più quando si richiede loro di parteciparvi.
Tanto più in quanto l'accettazione di tale pretesa può configurare la consumazione di un reato contro la sicurezza dello stato, perseguibile anche quando venga commesso fuori dal territorio nazionale.
Non si tratta naturalmente di trasformare i cooperanti in agenti segreti.
Se però essi non devono compiere attività di spionaggio tra lo stato in cui operano, nemmeno devono rivolgere tale attività illecita contro l'Italia.
I musulmani del nostro paese esultano, e ne hanno ben donde, per la conversione della dottoressa Romano.
Non si capisce però per quale motivo essi si astengano dal condannare un atto di violenza contro una consorella nella loro fede.