Nei giorni scorsi, è apparsa sui giornali la notizia della morte della penultima componente dei cosiddetti "monument men", cioè dell'unità militare degli alleati che durante la guerra si occupavano di salvare o recuperare i beni artistici e culturali in pericolo o trafugati dai nazisti.
Una volta, a Nizza, avemmo l'onore di intervistare una signora israelita, che era stata espulsa dall'Algeria dopo l'indipendenza.
La sua famiglia aveva perduto tutto, ed era stata costretta a rifarsi una vita in Francia partendo da zero.
Il padre, però, era riuscito a mettere in salvo i rotoli della legge custoditi nella Sinagoga della sua città.
La nostra interlocutrice ci raccontò che egli non ebbe pace finchè non seppe che erano al sicuro nel Tempio Israelitico di Tolosa.
Vi sono cose ben più preziose per noi di quanto ci appartiene personalmente.
L'epidemia minaccia - oltre alle vite umane - anche molti beni culturali, specialmente quelli non materiali.
Quando è in gioco la stessa esistenza, la propria e quella dei familiari, essa ha naturalmente la precedenza su tutto.
C'è tuttavia chi agisce secondo un'altra e diversa scala di valori.
In un precedente articolo, abbiamo illustrato il ruolo svolto da Osvaldo (Braccioforte) Martini Tiragallo nel salvataggio della nostra lingua, che - essendo ancora priva di una denominazione specifica, viene chiamata in suo onore il "braccese".
Per quanto il nostro amico sia generoso ed appassionato, egli non sarebbe però riuscito in questo compito sse non si fosse trattato del titolare di un ristorante.
Il suo storico locale costituisce nello stesso tempo l'accademia dove l'idioma in via di estinzione viene preservato e studiato, stabilendone il vocabolario, la grammatica e la sintassi, e dal contempo l'agorà in cui convergono quanti ancora lo parlano, come pure i volonterosi animati dal desiderio di apprenderlo.
Il primo dei quali è il figlio di "Braccioforte", Riccardo Martini Sartorelli.
Essendo nato dal matrimonio tra un braccese ed una italiana, la signora Rosanna Sartorelli, il giovane Riccardo era giunto all'età adulta senza riuscire ad esprimersi nella lingua di suo padre.
Con volontà e tenacia, prese a studiarla, ed ora la sopravvivenza del "braccese" dipende da lui: tra tutti i parlanti, egli è infatti l'unico appartenente alla nuova generazione.
Tutto questo lavoro, a causa della prolungata chiusura del ristorante, minacciava di andare perduto.
I cultori del "braccese" - tra cui noi - si aggiravano sconsolati intorno alle "serracinesche" (in italiano le saracinesche) impietosamente abbassate dell'antica "osteria della marina".
Finchè un giorno un anonimo "pasquino" vergò di suo pugno sul cartello che annunziava la chiusura, un messaggio, redatto nella nostra lingua, che esortava ad una nuova resurrezione Gianni Denaudi (in italiano Donaudi), detto "Gianni giannotto" nel gruppo dei cultori del "braccese" redasse questa consegna: "Mi dii un pescio. Facci attenzione al scalino".
La scritta, vergata nei giorni di Pasqua, risuonò nel centro storico di Oneglia come a Gerusalemme l'annunzio del sepolcro vuoto.
"Braccioforte" ritornò nel locale ed impartì una indicazione che costituiva il segnale della sua imminente riapertura, e al tempo stesso della rinascita della nostra lingua.
Da quel momento in poi, si sarebbero distribuiti "i" asporti.
Le lingue sono delle creature viventi, e come tali evolvono, elaborando espressioni corrispondenti con quanto avviene di nuovo.
Quando cambiò la moneta, ci fu un momento di smarrimento.
Poi si cominciò a dire "i" euri.
Ora abbiamo "i" asporti.
Il ristorante non era morto, come non era morto il nostro bellissimo "braccese".
Ben presto, gli avventori cominciarono a fare la fila in via Des Geneys, chiedendo chi un "pescio", chi "dei spaghetti cn scampi".
Al punto che il personale si domandava se ce ne fosse "abasta" per tutti.
Ora però all'entusiasmo della prima ora subentra la consapevolezza delle difficoltà.
La buona volontà può anche non bastare.
C'è dunque "di bisogno" che tutti i vecchi clienti, quanti hanno creduto nel nostro impegno culturale ed identitario "vieni" (vengano) a prendre "i" asporti.
La qualità del cibo è sempre quella dei tempi migliori.
La nostra lingua attende di essere nuovamente usata per preservarsi.
Vi aspettiamo dunque tutti quanti.
Lo "chef" Fatos, albanese di origine ma braccese di adozione, è pronto a soddisfare tutte le richieste.
In futuro, ricordando questi giorni difficili ma esaltanti, si penserà a voi tutti con riconoscenza.
Il ristorante "Braccioforte" ha sede in Via Des Geneys 46 ad Imperia Oneglia.
È gradita la prenotazione al numero 0183294752.

Una volta, a Nizza, avemmo l'onore di intervistare una signora israelita, che era stata espulsa dall'Algeria dopo l'indipendenza.
La sua famiglia aveva perduto tutto, ed era stata costretta a rifarsi una vita in Francia partendo da zero.
Il padre, però, era riuscito a mettere in salvo i rotoli della legge custoditi nella Sinagoga della sua città.
La nostra interlocutrice ci raccontò che egli non ebbe pace finchè non seppe che erano al sicuro nel Tempio Israelitico di Tolosa.
Vi sono cose ben più preziose per noi di quanto ci appartiene personalmente.
L'epidemia minaccia - oltre alle vite umane - anche molti beni culturali, specialmente quelli non materiali.
Quando è in gioco la stessa esistenza, la propria e quella dei familiari, essa ha naturalmente la precedenza su tutto.
C'è tuttavia chi agisce secondo un'altra e diversa scala di valori.
In un precedente articolo, abbiamo illustrato il ruolo svolto da Osvaldo (Braccioforte) Martini Tiragallo nel salvataggio della nostra lingua, che - essendo ancora priva di una denominazione specifica, viene chiamata in suo onore il "braccese".
Per quanto il nostro amico sia generoso ed appassionato, egli non sarebbe però riuscito in questo compito sse non si fosse trattato del titolare di un ristorante.
Il suo storico locale costituisce nello stesso tempo l'accademia dove l'idioma in via di estinzione viene preservato e studiato, stabilendone il vocabolario, la grammatica e la sintassi, e dal contempo l'agorà in cui convergono quanti ancora lo parlano, come pure i volonterosi animati dal desiderio di apprenderlo.
Il primo dei quali è il figlio di "Braccioforte", Riccardo Martini Sartorelli.
Essendo nato dal matrimonio tra un braccese ed una italiana, la signora Rosanna Sartorelli, il giovane Riccardo era giunto all'età adulta senza riuscire ad esprimersi nella lingua di suo padre.
Con volontà e tenacia, prese a studiarla, ed ora la sopravvivenza del "braccese" dipende da lui: tra tutti i parlanti, egli è infatti l'unico appartenente alla nuova generazione.
Tutto questo lavoro, a causa della prolungata chiusura del ristorante, minacciava di andare perduto.
I cultori del "braccese" - tra cui noi - si aggiravano sconsolati intorno alle "serracinesche" (in italiano le saracinesche) impietosamente abbassate dell'antica "osteria della marina".
Finchè un giorno un anonimo "pasquino" vergò di suo pugno sul cartello che annunziava la chiusura, un messaggio, redatto nella nostra lingua, che esortava ad una nuova resurrezione Gianni Denaudi (in italiano Donaudi), detto "Gianni giannotto" nel gruppo dei cultori del "braccese" redasse questa consegna: "Mi dii un pescio. Facci attenzione al scalino".
La scritta, vergata nei giorni di Pasqua, risuonò nel centro storico di Oneglia come a Gerusalemme l'annunzio del sepolcro vuoto.
"Braccioforte" ritornò nel locale ed impartì una indicazione che costituiva il segnale della sua imminente riapertura, e al tempo stesso della rinascita della nostra lingua.
Da quel momento in poi, si sarebbero distribuiti "i" asporti.
Le lingue sono delle creature viventi, e come tali evolvono, elaborando espressioni corrispondenti con quanto avviene di nuovo.
Quando cambiò la moneta, ci fu un momento di smarrimento.
Poi si cominciò a dire "i" euri.
Ora abbiamo "i" asporti.
Il ristorante non era morto, come non era morto il nostro bellissimo "braccese".
Ben presto, gli avventori cominciarono a fare la fila in via Des Geneys, chiedendo chi un "pescio", chi "dei spaghetti cn scampi".
Al punto che il personale si domandava se ce ne fosse "abasta" per tutti.
Ora però all'entusiasmo della prima ora subentra la consapevolezza delle difficoltà.
La buona volontà può anche non bastare.
C'è dunque "di bisogno" che tutti i vecchi clienti, quanti hanno creduto nel nostro impegno culturale ed identitario "vieni" (vengano) a prendre "i" asporti.
La qualità del cibo è sempre quella dei tempi migliori.
La nostra lingua attende di essere nuovamente usata per preservarsi.
Vi aspettiamo dunque tutti quanti.
Lo "chef" Fatos, albanese di origine ma braccese di adozione, è pronto a soddisfare tutte le richieste.
In futuro, ricordando questi giorni difficili ma esaltanti, si penserà a voi tutti con riconoscenza.
Il ristorante "Braccioforte" ha sede in Via Des Geneys 46 ad Imperia Oneglia.
È gradita la prenotazione al numero 0183294752.

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Mario Castellano 16/05/2020
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