Tre diverse notizie, giunte contemporaneamente fino a noi, si possono comporre come tessere di un mosaico, disegnando il quadro della situazione.
La prima consiste nel fatto che i dimostranti i Hong Kong intonano nei loro cortei l'inno nazionale degli Stati Uniti.
Già da tempo, il loro movimento ha sostituito la rivendicazione originaria di una effettiva democrazia rappresentativa con quella della piena indipendenza.
Vediamo quali sono i motivi di questo cambiamento.
In primo luogo, in un regime autoritario, per giunta ispirato da una ideologia totalitaria, non è possibile eleggere liberamente i rappresentanti del popolo in una particolare realtà locale, nè conferire tale diritto solo ad una parte dei cittadini.
In secondo luogo, nessuna dittatura riconosce le autonomie locali, in cui si esprimono non solo e non tanto lo specifico orientamento degli abitanto di una città o di una regione, ma anche la loro specifica identità.
Da cui può venire la rivendicazione di una maggiore autonomia, ma anche quella della autodeterminazione.
Queste sono le constatazioni che hanno indotto gli abitanti di Hong Kong a chiedere l'indipendenza.
Tanto più in quanto si è formata nella loro comunità cittadina una identità specifica, non assimilabile nè a quella inglese, nè a quella cinese.
Se dunque questi cittadini ritengono di dover costituire un loro stato, soltanto l'America può offrire una sponda a tale aspirazione. Che nel contesto internazionale di oggi può apparire utopistica, ma è destinata a realizzarsi quando i rapporti di forze saranno cambiati.
L'esperienza storica suggerisce di non sottovalutare mai una simile prospettiva.
Nel 1897, un giornalista israelita originario dell'Ungheria, Theodor Herzl, venne inviato a Parigi da un giornale di Vienna per seguire il processo di Dreyfus.
L'osservazione del fenomeno dell'antisemitismo, suscitato dall'emancipazione e dal progresso sociale dei suoi correligionari nel contesto liberale della Terza Repubblica, lo indusse ad elaborare l'idea dello "Stato degli Ebrei".
Tale fu precisamente il titolo del libro che scrisse in quella circostanza.
Herzl previde che lo stato nazionale degli Israeliti sarebbe sorto entro cinquanta anni, ma venne considerato un pazzo visionario.
In realtà, si sbagliò soltanto di un anno.
Tra qualche tempo, le aspirazioni degli abitanti di Hong Kong potrebbero realizzarsi.
La seconda notizia è che le autorità della Gran Bretagna hanno annunziato la distribuzione nella loro ex colonia di centocinquantamila passaporti.
Una quantità analoga era stata già rilasciata a cittadini di Hong Kong nell'imminenza della sua restituzione alla Cina.
La decisone assunta ora può essere letta in due modi diversi, a seconda della valutazione delle prospettive intraviste dai paesi anglosassoni, che in questa come in altre situazioni agiscono in modo coordinato.
Può darsi si ritenga che le proteste abbiano lunga lena, e siano dunque in grado di costringere il governo di Pechino a cedere alle rivendicazioni popolari.
E' tuttavia possibile un'altra e diversa lettura della notizia.
In base alle norme del diritto internazionale, il cittadino straniero che venga arrestato ha diritto - a prescindere dai motivi di tale misura - a ricevere l'assistenza consolare.
In pratica, succede che un funzionario diplomatico - dovendo essere notificata la sua rappresentanza - si reca presso l'autorità di polizia e chiede di visitare il proprio connazionale per verificare le sue condizioni e raccoglierne le dichiarazioni.
Se questa situazione si moltiplica per centinaia di migliaia di casi, l'attuale crisi diviene perciò stesso internazionale.
La presenza di un soggetto esterno, oltre ai rivoltosi ed alle autorità cinesi, rende possibile ogni esito.
Se invece le previsioni di Londra e di Washington sono pessimistiche, la componente più colta della popolazione dell'isola può trasferirsi in occidente, insieme con le sedi delle banche e delle multinazionali, per alimentare un movimento basato nell'esilio, ma destinato a svolgere un ruolo nella nuova incipiente guerra fredda.
La terza notizia consiste nella sostanziale dichiarazione di neutralità dell'Europa.
Normalmente, i paesi che compiono tale scelta - e che riescono a mantenerla - escono guadagnando dai conflitti.
Ad una condizione: che la neutralità risulti effettiva.
Il che - quando la guerra non si combatte con le armi, bensì con la reciproca desabilizzazione - risulta ben più difficile.
L'Europa occidentale è accomunata con gli Stati Uniti dalla condivisione dei principi della democrazia rappresentativa.
Per quanto riguarda invece gli interessi economici, si assiste ad un paradosso.
Un atteggiamento favorevole alla Cina si spiegherebbe se la bilancia dei rapporti commerciali fosse a nostro favore.
La "via della seta", cioè la cessione ai cinesi delle nostre infrastrutture, ovvero l'impianto di nuove opere sul territorio europeo, costituisce un affare soltanto dal punto di vista di Pechino, non certo per noi.
Quanto agli Stati Uniti, è da escludere che possano offrire un sostegno economico all'Europa, dato il suo atteggiamento.
Ne consegue che la nostra crisi economica è destinata ad aggravarsi.
Le tensioni sociali sempre più forti porteranno ad una accelerazione della cariocinesi degli stati nazionali.
Ciò avverrà per il confluire di due fattori. Il primo consistente nella difficoltà per le autorità centrali di governo di mantenere il controllo sulle regioni periferiche.
Il secondo risulta dalla pratica - sempre attuata dalle potenze belligeranti - che consiste nel disgregare gli stati nemici. Si può dunque prevedere che i vari soggetti regionali tendano a separarsi ed a confliggere non soltanto nel nome delle rispettive identità, delle rispettive aspirazioni e dei rispettivi interessi, ma anche sollevando gli uni la bandiera filo-occidentale e gli altri quella filo-cinese.
E' di queste ore la notizia che Steve Bannon, ripresa la Certosa di Trisulti, ha portato in procura le prove del finanziamento concesso dal governo di Pechino ai "pentastellati".
La Santa Sede, che è al centro degli interessi dell'ex consigliere di Trump si è mantenuta neutrale nelle due guerre mondiali.
Ciò è stato reso possibile dal fatto che la sua autorità si esercitava in quell'epoca esclusivamente in un ambito spirituale.
Oggi il Vaticano è divenuto invece un soggetto decisivo nella geo-strategia, ma anche la Chiesa si divide tra "filo-americani" e "filo-cinesi".
La loro convivenza è ormai soltanto formale.
Il fatto, non essendo possibili gli scontri fisici tra i cardinali e gli "officiali" delle Congregazioni, imperversa una furibonda guerra di spie. Nella quale agiscono le Mata Hari come Immacolata Chaouqui e di Cicero come "Paolone" (entrambi in qualità di maggiordomi).
C'è anche, probabilmente, la "rote kapelle", ma non se ne conoscono i componenti.
La materia è degna di un romanzo di Le Carrè.
Durante la prima guerra fredda, il Cardinale Canali organizzò una specie di polizia politica vaticana. Ne trasse beneficio l'occupazione: c'era, letteralmente, un gendarme ogni metro.
Se si tornasse a quei tempi, molti soggetti rimasti senza lavoro per la crisi troverebbero come sbarcare il lunario.
La forza dispiegata da Canali non impedì tuttavia a Monsignor Cippico di fare la spia per la Jugoslavia di Tito, nè - una volta scoperto e messo ai "domiciliari" - di fuggire rocambolescamente in Italia.
In tale occasione, i suoi guardiani fecero una figura detta proverbialmente "da gendarmi pontifici".
In realtà, erano tali.