Il noto dissidente cinese Ai Weiwei, nella sua intervista apparsa su "La Repubblica" del 1° giugno 2020, esprime una valutazione in merito all'atteggiamento assunto dall'Occidente - ed in particolare dall'Europa - nei riguardi del suo Paese di origine, insieme con una previsione sul futuro dei nostri rapporti con la Cina.
Il grande architetto non usa questa parola, che tuttavia risulta la più appropriata per definire il nostro modo di rapportarci con il suo Paese di origine: questa parola è "appeasement".
Winston Churchill impiegò tale termine riferendosi alla linea tenuta da Chamberlain e Daladier a Monaco nel 1938.
Cedendo a tutte le pretese di Hitler, anzichè indurlo a ritenersi soddisfatto, lo si spingeva a compiere nuove aggressioni.
Se dunque - a giudizio di Ai Weiwei - stiamo commettendo lo stesso errore, ciò non avviene tanto di fronte ad un espansionismo territoriale della Cina quanto nei confronti della sua crescente influenza ideologica. Il cui punto di arrivo consiste - in questo il dissidente ha pienamente ragione - nella nostra sottomissione.
Se Hitler si accingeva a muovere i suoi carri armati, i dirigenti odierni di Pechino possono vincere in modo ancor più incruento, semplicemente dimostrando che una dittatura ideologica e centralista costituisce un modello ben più adatto, rispetto alla democrazia rappresentativa, per padroneggiare le situazioni di crisi.
Giustamente, Ai Weiwei mette in evidenza che i regimi liberali sono lenti nell'assumere le loro decisioni quanto invece è rapida ed efficiente l'autocrazia al governo nel suo Paese di origine.
Il dissidente traccia a questo riguardo un paragone con la mafia, per indicare quanto assoluta sia l'obbedienza richiesta ai componenti del partito.
Evidentemente, Ai Weiwei non conosce il motto dei Gesuiti: "perinde ac cadaver".
Il paragone tra il partito comunista cinese e la compagnia fondata da Sant'Ignazio sarebbe risultato più efficace di quello con "l'onorata società". In entrambi i casi, ci troviamo comunque al cospetto di associazioni di tipo iniziatico.
Mentre però la mafia recluta di preferenza delle persone dal basso livello di istruzione, la "Societas Jesus" ed il partito cinese promuovono l'innalzamento culturale dei rispettivi componenti.
Di fronte allo "intellettuale collettivo" che governa a Pechino, le classi dirigenti occidentali scadono di livello a vista d'occhio. Nella "Città proibita", non si nominerebbe mai ministro degli Esteri un signore che non parla il cinese, mentre noi abbiamo scelto per guidare la diplomazia un personaggio che dimostra scarsa dimestichezza con l'italiano.
Ai Weiwei sbaglia tuttavia quando stabilisce una equivalenza tra il nostro atteggiamento arrendevole ed il fatto stesso che l'Occidente intrattenga rapporti commerciali con la Cina.
Le nostre Repubbliche Marinare si arricchirono praticando la mercatura con l'Impero turco, e questa prassi venne solo saltuariamente interrotta da episodi di confronto militare.
Se la Chiesa ricorda con una particolare solennità religiosa la vittoria di Lepanto, la storiografia ufficiale di Venezia e di Genova la riduceva al rango di un incidente di confine.
Non ci fu comunque un solo momento in cui si fosse corso il rischio che divenissimo musulmani.
Oggi, invece, l'influenza ideologica del comunismo, in versione cinese, risulta sempre più forte, ben superiore a quella esercitata a suo tempo dai bolscevichi. I quali offrirono uno spettacolo non solo e non tanto di oppressione ideologica, ma soprattutto di inefficienza economica.
Il modello di Mosca non risultava dunque attrattivo come quello attuale di Pechino.
Tutti gli esiliati, avendo vissuto in prima persona l'ingiustizia di un sistema, si indignano vedendo che i Paesi in cui hanno trovato rifugio intrattengono dei rapporti commerciali, ma anche politici e culturali, con i regimi dai quali sono fuggiti.
Si tratta di una reazione comprensibile, ma non condivisibile, purchè naturalmente tali relazioni non mettano in pericolo la nostra identità ed il nostro sistema di governo.
Ciò avviene in due casi: quando si autorizzano degli insediamenti strategici, volti a paticare lo spionaggio, come avviene nel caso del sistema detto "5 G", ma soprattutto allorchè si tende alla omologazione del proprio regime politico con quello del proprio "partner" straniero.
Per non incorrere in questo esito, occorre praticare la resilienza, che si distingue dalla resistenza in quanto tende non alla ostilità reciproca, bensì soltanto alla preservazione della propria identità.
Proprio in questo, però, i nostri governanti rivelano un atteggiamento preoccupante.
Un gruppo di parlamentari "pentastellati" ha proposto di inserire nella Costituzione della Repubblica un esplicito richiamo al carattere laico dello Stato.
La nostra prima osservazione riguarda il fatto che nessuna norma della legge suprema può essere interpretata come volta ad autorizzare una trasformazione della Repubblica in un regime di tipo confessionale. E' vero che i costituenti, inserendovi un espresso riferimento ai Patti Lateranensi, li hanno collocati al suo stesso livello nella gerarchia delle fonti del diritto. Tuttavia, la norma del Concordato che qualificava quella cattolica come la "Religione ufficiale dello Stato" risulta abrogata con la revisione del 1984.
Che cosa si propongono dunque i "pentastellati"?
Considerando tanto la loro ispirazione, che oscilla tra l'ateismo ed il paganesimo "New Age", quanto la loro sudditanza nei confronti dei comunisti cinesi, è facile prevedere che il punto di arrivo sia costituito dalla denunzia dei Patti Lateranensi. La cui vigenza non contraddice il carattere laico dello Stato, ma semplicemente deriva dal prendere atto di una petizione di principio della Chiesa cattolica, la quale - basandosi sulla qualità di soggetto di diritto internazionale della Santa Sede - richiede che i propri rapporti con gli Stati siano regolati per l'appunto mediante atti di diritto internazionale.
Anche i radicali, in un certo momento, chiesero che i Patti Lateranensi venissero denunziati. Essi cambiarono in seguito questa loro posizione, quando Pannella trovò nel Vaticano un prezioso interlocutore per la sua azione in difesa dei diritti umani nel mondo.
Possiamo testimoniare, in base alla nostra esperienza personale, come da questo punto di vista sia un bene che esistan le nunziature.
Ai personaggi come Conte e Casaleggio converrebbe invece che la Chiesa non potesse più agire nell'ambito temporale avvalendosi degli strumenti del diritto internazionale.
A questo punto, infatti, sarebbe aperta la strada non già per fare dell'Italia uno Stato laico, essendo la Repubblica già tale, bensì per raggiungere un altro obiettivo, che consiste nel promuovere l'ateismo di stato. Il che significa imporgli un indirizzo ideologico, come già avviene in Cina, ma anche in Iran.
Non risulta casuale che Di Battista intenda riprodurre a Roma il suo modello teocratico.
Questo signore non è musulmano, ma vede ugualmente nell'islamismo uno strumento utile per avversare il cristianesimo.
Nel frattempo, c'è già qualche suo seguace che pratica la poligamia. 

Send Comments mail@yourwebsite.com Saturday, April 25, 2020

Mario Castellano 02/06/2020
Copyright ilblogdimario.com
All Rights Reserved