Normalmente, il fatto precede l'evento, ed a volte tra l'uno e l'altro trascorre così tanto tempo che quando si produce il secondo ci si è già dimenticati del primo.
Il fatto è il momento in cui si semina, l'evento quello in cui si raccolgono i frutti.
È molto raro che si dia una perfetta coincidenza. Ciò avviene quando la storia conosce una brusca accelerazione, foriera per lo più di esiti nefasti.
In questi giorni, in Italia, il fatto e l'evento si sono prodotti nello stesso momento.
Il fatto consiste nel movimento di protesta che ha riempito le piazze, l'evento nel modo in cui la notizia è stata diffusa.
Alcuni mezzi di comunicazione di parte governativa hanno completamente rimosso quanto è accaduto.
Il giornale radio delle sei del mattino di domenica scorsa apriva con la notizia del lancio di due astronauti. Ciò è successo negli Stati Uniti, ma i notiziari americani parlano diffusamente dei tumulti nelle città del loro Paese.
Anche al tempo del Vietnam, le grandi agenzie americane parlavano, la Rai no.
Si diceva allora che fossimo i "bulgari della Nato". Oggi si censurano addirittura le notizie di casa nostra, e la piaggeria non riguarda la Casa Bianca, ma Palazzo Chigi.
L'altro atteggiamento assunto dall'informazione "de sinistra" consiste nel criminalizzare chi sta protestando.
Ammettiamo pure che i seguaci del generale Pappalardo siano tutti dei delinquenti.
Risulta in primo luogo significativo che l'alto ufficiale venga definito "ex generale". La propaganda del regime di Vichy chiamava così il generale De Gaulle.
Tra i militari, vigeva la regola "semel abbas, semper abbas": tanto più in quanto essi non vanno in pensione, ma passano nei ranghi della riserva.
Pappalardo è dunque - a tutti gli effetti - un generale.
Ciò premesso, i giornalisti che censurano la notizia tradiscono la loro deontologia professionale. Quelli che invece riducono l'accaduto ad un episodio di cronaca nera dimostrano di non saper fare il loro mestiere.
Quando la mafia commette i suoi delitti più efferati, come le uccisioni di Dalla Chiesa, di Falcone e di Borsellino, si versano fiumi di inchiostro di analisi criminologiche.
Se dei delinquenti riempiono piazza del Duomo, si dovrebbe fare esattamente lo stesso, tanto più partendo dal presupposto che ciò è per l'appunto opera di criminali.
Come si spiega infatti che questa gente riesca dove la sinistra ed i sindacati falliscono ormai "ab immemorabili", anzi non ci provano neanche più?
Evidentemente, il malcontento sociale, unito con l'insofferenza per le restrizioni dei diritti individuali (non soltanto di quelli politici) non trova altro modo per esprimersi.
Il sindaco di Milano - che comunque non ha inviato sul posto un solo vigile urbano - lamenta l'infrazione delle norme sanitarie. Il suo atteggiamento ricorda la barzelletta del commissario di polizia che venne mandato ad indagare su di un delitto particolarmente efferato, e scrisse sul suo verbale: "l'assassino ha sgozzato l'autista dell'autobus, ha violentato le donne che si trovavano a bordo, ha ucciso tutti passeggeri ed è sceso dalla porta anteriore, il che è vietato dal vigente regolamento tranviario".
Questi sono i risultati di avere eletto con i voti della sinistra un "manager" di destra per amministrare la città di Filippo Turati.
C'era una volta il Movimento dei Lavoratori.
I colleghi de "La Repubblica" si dedicano a sbertucciare le stravaganze ideologiche dei manifestanti. Non risulta però che si siano dimostrati altrettanto severi con i compagni di partito del Presidente del Consiglio, tra cui si annovera chi vuole abolire le vaccinazioni (non soltanto renderle facoltative), chi crede nell'esistenza delle sirene, chi nega lo sbarco sulla luna e chi postula l'adozione in Italia del modello teocratico iraniano, considerato come il migliore regime possibile.
Una ministra democratica aveva auspicato a suo tempo la legalizzazione della poligamia (non però della poliandria), pur trattandosi di una donna.
L'idea della dottoressa Kienget venne naturalmente apprezzata dal dottor Salvatore Izzo, ma il Presidente del Consiglio non le fece osservare che aveva giurato fedeltà alla Costituzione, in cui è stabilito il principio di uguaglianza.
Quando iniziò il movimento del Sessantotto, i dirigenti comunisti gareggiarono con la destra nel descrivere i suoi promotori come dei pazzi o dei delinquenti. Qualche giornalista, contraddistinto da onestà intellettuale, andò invece a parlare con loro, e - pur mantenendo il proprio dissenso dalle loro posizioni - si dedicò a riferirle e ad analizzarle.
Certamente, i metodi impiegati dai "contestatori" erano discutibili: in uno Stato di diritto, non è lecito svolgere attività politica violando la legge.
Ciò premesso, una idea non può essere considerata sbagliata soltanto perchè chi la esprime getta una pietra. Rispetto ai rivoltosi di allora - che agivano in un ambito in cui era possibile esprimere le proprie ragioni senza violare la legge - quelli di oggi reagiscono al divieto di manifestare.
La sinistra italiana non riesce però a comprendere la situazione attuale in quanto essa non esprime più da tempo una cultura politica, anzi non riesce ad elaborare una cultura "tout court". Lo prova il fatto che non si trova un successore per Eugenio Scalfari, con il risultato di pubblicare i suoi vaneggiamenti. Se il "fondatore" fosse stato un cardinale, gli si sarebbe vietato da tempo di predicare.
Quando sta avvenendo nelle nostre piazze non dovrebbe essere ridotto a pretesto per fare dell'umorismo, dato che rivela una situazione tragica.
La dialettica politica, infatti, non trova più espressione nell'ambito della legalità repubblicana.
Se c'è ancora qualcuno che si riconosce nelle attuali istituzioni, dovrebbe scendere a sua volta in piazza. Non certo per cercare lo scontro fisico con i seguaci del generale Pappalardo, ma semplicemente per contarsi. Il che costituisce la sostanza stessa della democrazia.
Se invece la democrazia si trincera dietro il divieto di manifestare, essa smentisce se stessa, anzi rivela che ha cessato di esistere.
Il corpo diplomatico accreditato a Roma ha deciso da tempo di predisporre degli alloggi presso le sedi extra territoriali per chi - tra i nostri concittadini - ne abbia bisogno.
Lo stesso divieto di ingresso nei Paesi stranieri si può spiegare - più che con la profilassi - con il timore di dover ospitare chi cerca come sottrarsi ad una situazione di guerra civile. Che si può considerare già iniziata nel momento stesso in cui una parte dichiara la propria volontà di rimanere in piazza fino alla caduta del governo, mentre la parte opposta riduce quanto sta avvenendo ad una perturbazione dell'ordine pubblico.
Si dovrebbe invece ricercare un confronto civile tra gli italiani.
Se non già troppo tardi.

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Mario Castellano 02/06/2020
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