Mentre scriviamo, le notizie da Roma e dalle altre città d'Italia dove si stanno svolgendo le manifestazioni indette contro il governo ci giungono frammentarie, lasciando intuire un oscuramento della informazione.
Può anche darsi che questa censura non ufficiale, nè disposta formalmente da alcuna autorità, si riveli alla fine una precauzione inutile, essendo le contestazioni sostanzialmente fallite.
L'atteggiamento assunto da chi ha deciso il "black out" rivela comunque come il potere abbia ormai maturato tre ben precise certezze.
La prima di esse riguarda l'insorgere di un nuovo soggetto politico, che si propone espressamente di abbatterlo. La seconda è che questo movimento potrà avanzare o arretrare, ma è comunque destinato a proseguire fino a quando avrà raggiunto il suo obiettivo, non importa se mantenendo la propria attuale conformazione, oppure cambiandola più volte. La terza certezza riguarda la rottura irreversibile tra le istituzioni ed il popolo.
Posto che la democrazia è fondata sulla rappresentanza, essa cessa di esistere quando gli organi elettivi non la esercitano più. Ciò non significa certamente che un regime autoritario costituisca la miglior opzione. Vuole dire al contrario che la democrazia deve essere ricostruita su nuove basi.
A chi è già anziano - come noi - l'attuale congiuntura ricorda quanto avvenne nel 1968.
Anche allora, mentre le piazze erano in subbuglio, il Presidente della Repubblica - all'epoca Giuseppe Saragat - appariva in continuazione sui mezzi di comunicazione, invitando i cittadini - precisamente come fa ora Mattarella - a riconoscersi nelle istituzioni ed a sostenerle.
Simili appelli, allora come oggi, risultano del tutto inefficaci. Non a causa della disistima nei riguardi del Capo dello Stato, bensì perchè le istituzioni si dimostrano completamente incapaci di comprendere la situazione del Paese, e tanto meno di portarvi rimedio.
Pare che Maria Antonietta non abbia mai detto, a chi le diceva che il popolo aveva fame: "se non hanno del pane, che mangino delle brioches". Questa frase è comunque passata alla storia in quanto certamente rifletteva l'atteggiamento della regina.
Nel 1968 un movimento spontaneo chiedeva di superare uno Stato percepito come autoritario. Le istituzioni risposero affermando che la libertà non aveva restrizioni, ed invocavano a sostegno della loro posizione le affermazioni di principio contenute nella Costituzione, senza capire come la protesta fosse causata precisamente dalla contraddizione tra queste affermazioni e la realtà.
L'incapacità dello Stato non soltanto di accogliere le rivendicazioni avanzate dal movimento, ma addirittura di riconoscerle come lecite, in quanto fondate, fece sì che la risposta del potere alle proteste consistesse soltanto nella repressione.
La nuova sinistra venne definita "extraparlamentare", riferendosi al fatto che non era rappresentata negli organi elettivi. Il termine assunse però un significato dispregiativo, designando l'incapacità della domanda politica di incontrarsi con l'offerta.
Essendo considerata illecita la rivendicazione - e non soltanto i mezzi con cui veniva espressa - al malessere diffuso nella popolazione si rispose con provvedimenti di polizia. Si trattò della tipica cura sintomatica, in quanto rivolta a rimuovere le manifestazioni del malcontento, e non le sue cause effettive.
Il sistema guadagnò comunque decenni di sopravvivenza.
Ora, però, l'impiego degli stessi mezzi cui si ricorse allora risulta più difficile, in quanto la vecchia generazione poteva rimuovere le proprie aspirazioni, mentre non si può fare oggi lo stesso con i bisogni primari quando non si riesce a soddisfarli. Inoltre, i ceti che hanno motivo di protestare sono oggi molto più ampi rispetto ad allora. Infine, la classe dirigente che governava nel 1968 godeva del prestigio e del consenso che aveva guadagnato con la Resistenza, mentre quella attuale risulta completamente squalificata, nonchè priva perfino di quelli strumenti clientelari che un tempo garantivano ancora un consenso popolare, benchè parziale e manipolato.
Reprimere le manifestazioni, oppure rimuoverle dalla informazione, come si sta facendo oggi con i cortei e con gli scontri, risultava possibile a Pechino in occasione dei fatti di Piazza della Pace Celeste, mentre in Italia non mancano i mezzi di comunicazione indipendenti.
Se anche ciò riuscisse per una volta, è prevedibile che la gente scenda in piazza con frequenza sempre maggiore.
Le rivendicazioni erano in parte ingenue allora, e tali risultano anche oggi. Questo succede però ogni volta che sorge un nuovo movimento.
Poi si matura l'esperienza, si formano dei dirigenti, e soprattutto si acquisisce una nuova cultura politica.
Questo avverrà anche nelle circostanze attuali, tanto più che i giovani di oggi - come quelli di allora - posseggono quanto è proprio della loro età, e cioè l'intuizione che permette loro di capire come l'affermazione della propria identità ha soppiantato l'aspirazione ad una generale palingenesi rivoluzionaria universale. 
Se il potere di allora era autoritario, e reagiva chiudendosi in se stesso davanti ad una rivendicazione libertaria, quello di oggi dimostra la propria sclerosi nel momento in cui cade curiosamente nello stesso errore in cui incorsero i giovani del Sessantotto.
Allora erano i protestatari a riferirsi ai modelli esotici, come quello cinese. Oggi, invece, i filo-cinesi sono a Palazzo Chigi. Per giunta, quelli di allora agivano mossi da un ingenuo idealismo, mentre quelli di oggi sono motivati dai soldi della Huawei.
Dice un proverbio cinese che "Dio è con i grossi battaglioni".
Non è però con le grandi aziende.

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Mario Castellano 04/06/2020
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