La conversazione con il giovane e brillante Padre Domenicano mette presto in luce l'antica dicotomia all'origine della tradizionale rivalità tra la Gregoriana e l'Angelicum.
Se l'ateneo dei Gesuiti è sempre stato il "cerebrum ecclesiae", quello dei "Predicatori" costituisce in un certo qual modo l'anima e il cuore della comunità dei credenti.
Analogamente, il Preposito dei Gesuiti - data l'ubicazione della loro curia generalizia - è il dirimpettaio del Papa, mentre il "Maestro dei sacri palazzi" - essendo tale carica una tradizionale prerogativa dei figli di san Domenico - è il coinquilino del Pontefice.
Se dunque con il primo esiste una relazione portata naturalmente alla dialettica, con il secondo si instaura un rapporto di confidenza, e possibilmente di identificazione.
Al tempo di Giovanni Paolo II e di Padre Pedro Arrupe, l'interlocuzione tra i Sacri Palazzi e Borgo Santo Spirito si interruppe. Si dice che l'illustre religioso - il quale, essendo basco come il fondatore della Compagnia, univa all'obbedienza verso il Papa una ostinata convinzione nelle proprie scelte - abbia somatizzato a tal punto tale inedita situazione da contrarre la sua malattia, l'invalidità, la rinunzia alla carica ed infine la morte.
Una simile contraddizione non sarebbe stata concepibile con il "Maestro dei Sacri Palazzi", equivalendo a litigare con sé stessi. Nè, d'altronde, Giovanni Paolo II poteva essere colto da alcun dubbio interiore.
Ora la dialettica, avendo per così dire la "Societas Jesus" attraversato lo spazio - tanto fisico quanto simbolico - frapposto tra i due lati di Piazza San Pietro - si è trasferita all'interno stesso del Palazzo. Ciò può causare forse qualche problema al domenicano che vi convive con il Papa. Il quale ha perduto la sua alterità rispetto ai gesuiti, e l'ha nel contempo instaurata nei confronti dei domenicani.
La "forma mentis" degli uni tende alla intuizione, come avviene in genere per quella femminile, mentre la "forma mentis" degli altri è piuttosto sistematica, come l'intelligenza maschile.
Tale confronto si manifesta nei matrimoni, quando vengono contratti tra persone colte: ciò è capitato anche a noi, ma siamo riusciti a comporre armoniosamente la differenza. Altre coppie, a quanto ci dicono, non hanno avuto altrettanta fortuna (o altrettanto merito reciproco).
Le vicende del dopo-Concilio dei Gesuiti e dei "Predicatori" riflettono in modo esemplare la differenza tra l'una e l'altra congregazione.
Si dice che i domenicani stentino ancora adesso a superare la crisi aperta nelle loro fila. Possiamo testimoniare che monsignor Castellano o.p., nostro familiare ed omonimo, sconsigliasse i giovani vocati alla vita religiosa dall'entrare nell'Ordine. Di cui pure incarnava una gloria, tra l'altro essendo stato Maestro dei Novizi quando un oscuro giovane prete polacco - tale Karol Wojtyla - era approdato all'Angelicum.
L'arcivescovo era preoccupato dalla prospettiva che i giovani aspiranti al sacerdozio rimanessero coinvolti nella rissa - benchè solo metaforica - che lacerava i suoi confratelli.
I domenicani, essendo naturalmente portati ad una "reductio ad unum" del pensiero elaborato nella Chiesa, vivevano con angoscia e con reciproca inimicizia il clima di animata discussione succeduto al Vaticano II; che viceversa esaltava l'attitudine propria dei gesuiti a confrontarsi tanto al loro interno quanto con l'esterno: certamente perseguendo il fine ultimo di "entrare con la loro ed uscire con la nostra", ma nel frattempo assimilando senza problemi gli apporti provenienti dall'esterno.
Fatto sta che i "predicatori", abituati al "cor unum", si divisero drammaticamente, mentre i gesuiti - dediti alla dialettica tra loro e con gli altri - vissero quella stagione senza traumi.
Il nostro interlocutore, giunto a rinsanguare le fila di un Ordine duramente provato anche nella sua composizione numerica, ascolta con angoscia le notizie che riferiamo - pur astenendoci con scupolo dal cadere nel pettegolezzo - sugli attuali conflitti, tanto nel Vaticano quanto nella diocesi e nella stessa nostra parrocchia di origine.
Logico dunque che egli tenda a non schierarsi nè "a destra", nè "a sinistra", bensì - come diceva don Primo Mazzolari - "al di sopra". Tale atteggiamento induce a dedicarsi con maggiore sforzo del cuore e della mente ai suoi studi.
La scelta che egli ha compiuto risulta l'unica possibile, se per l'appunto non si vuole cadere nella rissa.
L'auspicio è che tutti sappiano apprezzare i frutti di tanto sforzo spirituale ed intellettuale, ispirato naturalmente dalla fede. Senza per questo estraniarsi da quanto avviene fuori dalle mura del convento, o meglio dello "studium".
Giusto dunque rivolgersi al nostro interlocutore per non lasciarsi coinvolgere dalle passioni suscitate dalle dispute attualmente in corso: noi non temiamo che si manchi di rispetto alla separatezza claustrale, ma temiamo piuttosto che l'eco di tanta meditazione smetta di arrivare fino a noi, sovrastando il clamore delle discordie.

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Mario Castellano 05/06/2020
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