Le manifestazioni del due di giugno, in attesa della replica programmata per sabato sei ad opera delle “curve” degli stadi, hanno prodotto a Roma una scia di incidenti, non registrati dai mezzi di comunicazione.
Il clima è di preparazione alla guerra civile .
Nel nostro piccolo, ci adoperiamo affinché questo non avvenga, ma il pericolo esiste e si aggrava ogni giorno.
Le provocazioni si moltiplicano. Ne abbiamo appena sventata una, ma altre sicuramente ne verranno.
Occorre porsi, a questo punto, due domande. La prima riguarda le origini di quanto sta succedendo, la seconda quale sia la scelta da compiere.
La democrazia italiana è nata in seguito all'esito della Seconda Guerra Mondiale.
Il suo mito fondativo, quello della Resistenza, è in gran parte frutto di una narrazione elaborata “a posteriori” come a suo tempo quella relativa al Risorgimento.
Senza dubbio, entrambe le mistificazioni, se da un lato hanno motivato prima l'unità nazionale e, poi la sua rifondazione su base democratica e repubblicana, nel lungo periodo hanno indebolito ambedue gli esiti, esponendoli non solo agli incerti delle vicende successive, ma anche ai risultati dell'indagine storiografica.
Risulta tuttavia indubbio che il superamento del regime fascista si inquadra nel grande processo di emancipazione dei popoli, che affonda le proprie radici nei movimenti nazionalisti dell'ottocento, e prende inizio dalla Prima Guerra Mondiale.
Come ogni processo storico, anche questo, coinvolgendo come soggetti attivi un numero sempre maggiore di identità ideologiche, culturali e religiose, è in grado di correggere i suoi stessi vizi di origine.
Non alludiamo soltanto agli eccessi ed ai crimini che caratterizzano tutti i conflitti.
Ci riferiamo soprattutto al superamento delle contraddizioni.
Il processo unitario si può leggere tanto come l'affermazione del principio di autodeterminazione quanto come la sua negazione, essendo stata imposta alla metà dell'Italia l'annessione all'altra metà. Il che ha relegato il meridione in una condizione semi-coloniale di dipendenza.
Tuttavia, il movimento in cui l'Italia è attualmente coinvolta, contraddistinto dalla rivolta del meridione del mondo, proietta allo stesso meridione d'Italia in una funzione di avanguardia, mentre fino ad ora, nelle vicende dello stato unitario, era sempre stato oggetto, e non soggetto, di storia.
C'è una persona, italiana di origine ma non per formazione, che ha saputo cogliere questo aspetto della fase storica attuale.
Questa persona è il Papa.
Il conflitto che incombe sull'Italia è causato dalla somma di due contraddizioni: quella interna allo stato e quella insita nella chiesa.
Le due parti in conflitto sono però in sostanza le stesse nell'uno e nell'altro. Per cui schierarsi con la destra significa stare dalla parte dei nemici di Bergoglio, e dunque in sostanza opporsi al movimento di emancipazione dei popoli.
L'attuale governo italiano è il primo, dal tempo della unità, a trazione meridionale. Questo determina la sua sostanziale sintonia con gli indirizzi assunti dalla chiesa, ma l'azione dell'esecutivo risulta viziata da due scelte che abbiamo sempre denunziato: in primo luogo, gli strumenti giuridici impiegati da Conte lo collocano al di fuori della legittimità costituzionale, in secondo luogo, le sue scelte di politica internazionale possono soltanto corroborare questa deriva.
Non è certo la Cina l'alleato più raccomandabile se si tiene a cuore la stessa sopravvivenza dello stato di diritto. Ciò detto, non dobbiamo eludere la risposta alla seconda domanda.
L'opposizione ha senza dubbio ragione quando denunzia che i decreti del Presidente del Consiglio non sono indicati dalla nostra Costituzione materiale quali fonti del diritto, ed ha ragione quando avverte che l'uso di certi strumenti elettronici forniti dalla Cina ci espone ad essere controllati dal suo occhiuto spionaggio.
La destra lo fa tuttavia nel nome di una concezione anche essa illiberale dello Stato, e soprattutto nel nome della sua avversione al processo di emancipazione dei popoli.
Questa parte politica non esce dunque da una visione reazionaria, nel significato etimologico della parola. La destra non si oppone dunque tanto alle aberrazioni giuridiche di Conte, né al suo ambiguo rapporto con la Cina.
La contrapposizione al Governo non riguarda dunque il metodo, quanto piuttosto il merito.
Ecco perché il vero nemico di questa parte politica non è il Presidente del Consiglio, ma il Papa. Il quale non può certamente essere ritenuto responsabile del modo di procedere del governo della repubblica.
Noi ci schieriamo dunque con Bergoglio, essendo consapevoli del fatto che il piano su cui agisce la Chiesa trascende la dimensione della nostra specifica vicenda nazionale.
Per questo abbiamo rifiutato di intrattenere rapporti con certi ambienti di destra, e rifiutiamo le loro proposte di collaborazione.
Non per questo smetteremo di criticare l'edificazione di un regime autoritario, lo spregio verso tutte le regole dello Stato di diritto e la tentazione di un connubio con la Chiesa. La quale deve certamente mantenersi fedele agli indirizzi di politica internazionale del Papa, ma cade in contraddizione quando tenta di sopire i propri conflitti intestini sacrificando chi ha servito lealmente il Pontefice.
Non vi è nessun problema di ambizione o di suscettibilità personale. Non ci interessa certamente aggregarci alla pletora di manutengoli e di pennivendoli che gravitano intorno alla corte pontificia, ma ci preoccupa l'emarginazione degli uomini migliori.
Il Papa canonizza La Pira, e prega sulla tomba di Don Mazzolari e di Don Milani.
Ci domandiamo però per quale motivo delle persone altrettanto valide vengano oggi perseguitate come loro.
Padre Bianchi subisce delle sanzioni penali senza essere stato sottoposto a processo se ha commesso dei delitti, si mostrino le prove. Se ne risulta immune non si può sostituire con Alvaro Martino.