È una fortuna rara quella di crescere perfettamente bilingui.
Noi la dobbiamo al fatto che nostra madre era cresciuta in Francia ed era stata alfabetizzata nelle scuole della "république", il nonno essendo un "fuoriuscito" antifascista. Fu così che venimmo educati tanto nella lingua di Molière quanto nella lingua di Dante.
La Provvidenza volle però dispensarci una grazia ancora maggiore, rendendoci addirittura trilingui: un nostro zio era un importante prelato, e quando tornava al paese alloggiava presso di noi. Grazie alla sua frequentazione, ci esprimiamo correntemente anche in vaticanese.
Un caro amico, che svolge importanti funzioni nei Sacri Palazzi, ha voluto mettere alla prova questa nostra conoscenza linguistica, inviandoci - affinchè la commentiamo - una lunga intervista con il professor Riccardo Larini, il quale - essendo interrogato da un collega della stampa cattolica in merito al caso di padre Bianchi - risponde alle domande, poste in italiano, discettando in vaticanese strettissimo e pieno di arcaismi, evidentemente animato dall'intento di restringere il novero di quanti capiscono che cosa in realtà sta dicendo.
Per farci intedere dai nostri lettori, riprodurremo alcuni stralci del testo in originale, aggiungendo la traduzione italiana.
Ciò chiarito, occorre anteporre a quanto ci accingiamo a scrivere un'altra premessa ad uso dei profani.
Una delle maggiori difficoltà nel governo degli istituti religiosi consiste nel distribuire i frati tra vari conventi. In apparenza, si tratta di una operazione abbastanza agevole, tanto più che la scarsità di vocazioni apre ampi spazi vuoti nelle diverse sedi. Purtroppo, però, non è così, e le alchimie che si rendono necessarie sono di grande complessità.
Per fortuna dei padri superiori generali, c'è una persona in grado di fornire loro un aiuto insostituibile. Si tratta della signora Maria Casalvieri, segretaria della "Conferenza italiana dei Superiori Maggiori", che abbiamo conosciuto quando svolgevamo funzioni di consulente giuridico del compianto padre Fidenzio Volpi o.f.m.capp., responsabile di tale organismo.
Ogni tanto capitava nella sede di via degli Scipioni uno dei suoi componenti.
Il colloquio che si stabiliva con la signora Casalvieri era surreale: "che cosa ne dice se mando padre Eusebio a Pescara?". "Assolutamente no, perchè a Pescara c'è padre Filippo, con cui è venuto alle mani a Taranto!". "Allora lo mandiamo a Pordenone!". "Peggio che andar di notte, perchè a Pordenone c'è padre Matteo, che se ne è andato da Viterbo perchè non lo poteva soffrire!".
Alla fine di questo complicato "puzzle", veniva decisa tutta una serie di movimenti strategici. La signora Casalvieri era esperta di elettronica, ma non usava mai il "computer" per dare la sua consulenza: segno che la mente umana è superiore alla macchina.
Nel caso del trasferimento di padre Bianchi, la Santa Sede non avrebbe potuto avvalersi di un consiglio tanto assennato, dato che Bose è l'unico convento della sua congregazione, per giunta di diritto diocesano. Si è dunque proceduto con metodo staliniano, senza neanche ricorrere al tradizionale "promoveatur ut amoveatur".
Padre Bianchi poteva essere aggregato a qualche organismo vaticano che si occupa dell'unità dei cristiani, ma in tal caso non sarebbe risultata evidente la sanzione, che invece doveva apparire "esemplare". In Vaticano si ignora evidentemente il pensiero di Giulio Cesare Beccaria, il quale escluse la funzione dissuasiva della pena, sostituita da quella rieducativa.
Mao Tse Tung, evidentemente digiuno di criminologia, sintetizzò brutalmente il concetto con il suo famoso "colpiscine uno per educarne cento".
Simili considerazioni sono tuttavia sussunte dall'intervistatore, come pure dall'intervistato. Il quale asserisce, nel suo forbito vaticanese: "sicuramente, sia da quanto mi è dato sapere personalmente, sia da tutto ciò che è stato pubblicato (e non) in questi giorni, mi pare chiaro che un distanziamento tra le parti si fosse ormai reso necessario. Per quanto si sia persone mature e di grande fede, ci sono momenti in cui la convivenza può essere solo deleteria. Perciò è bene che tutti possano respirare".
Questa ultima espressione parrebbe alludere addirittura ad un tentativo di soffocamento, come quello subìto dall'afroamericano di Minneapolis.
Risulta tuttavia più probabile che l'illustre studioso si esprima in metafora.
Ora proviamo a tradurre la frase in italiano.
I professori di tedesco dicevano sempre: "deutsche sprache, schwere sprache": figurarsi il vaticanese.
Ecco dunque che cosa intendeva dire l'intervistato: "ho visto Bianchi e il nuovo Priore che se le davano di santa ragione, tanto che bisognava dividerli. Anche i santi, a un certo punto, perdono la pazienza. Non se ne poteva più".
Una volta nella sacrestia del santuario di San Francesco da Paola a Genova, ci capitò di assistere ad un alterco tra padre Manca, sardo, e padre Pezzo, calabrese come il Fondatore dei Minimi. Facendo onore alla rispettiva fama di gente particolarmente focosa, entrambi chiamarono in causa le rispettive madri (in termini - "ça va sans dire" - poco elogiativi).
Dopo la descrizione con parole auliche di una rissa simile, scoppiata tra le mura del convento, la narrazione del professor Larini compie un colpo d'ala, in cui si dispiega tutta l'espressività del vaticanese: "il priore ha bisogno di spazio per potere esercitare più liberamente il proprio ministero, ovverosia prendere le decisioni ordinarie riguardo alla vita comunitaria, scegliere i propri collaboratori, accompagnare con i carismi della saldezza e del discernimento, come dice la regola di Bose, la vita sprituale e monastica dei fratelli e delle sorelle, che sono certo proseguirà con il livello di sempre".
In italiano si direbbe: "il priore deve essere lasciato libero di comandare con un minimo di energia e di buon senso, in modo che possa tenere la disciplina". Se la nostra traduzione è esatta (anche noi abbiamo scritto dei testi in vaticanese), dalle parole dell'intervistato si deduce che padre Bianchi (naturalmente, "si vera sunt exposita") interpretava la massima "semel abbas, semper abbas" non già nel senso di reclamare degli onori formali, ma pretendendo di continuare a comandare lui.
"Gli altri membri coinvolti - prosegue il professor Larini - hanno bisogno di spazio per ripensare a come essere pienamente solidali con il capo comunitario e con i suoi valori, pur non venendo meno alle loro convinzioni". Il che significa: "gli amici di Bianchi devono essere messi in riga, la pensino come vogliono ma non rompano più le scatole".
Quanto al fondatore, "ha bisogno di distanza per trovare un modo diverso di essere un semplice monaco". La conclusione è fulminante: "Bianchi deve togliersi dai piedi. Ma chi si crede di essere? Non è altro che un frate!".
Se questo è ciò che pensa un suo amico, figuriamoci che cosa direbbero i nemici.
Risparmiamo ai lettori il resto della traduzione. Se qualcuno desidera ricevere il testo completo, ce lo può richiedere per posta elettronica.
Lasciamo dunque la linguistica per dedicarci all'analisi.
Le rivoluzioni divorano i propri figli, non i propri padri. Se dunque viene divorato il padre, ciò vuole dire che la rivoluzione è fallita. Non da oggi, ma da molto tempo.
"Sono quasi trent'anni che, a fronte di dichiarazioni pubbliche, nei fatti il movimento ecumenico sta regredendo".
Il povero Bianchi era dunque come il prode Anselmo, il quale "non si era accorto che andava combattendo ed era morto". Trent'anni fa, cadeva il Muro di Berlino, ed il pendolo della storia, che fino allora progrediva verso la "reductio ad unum" del mondo nel nome delle grandi ideologie, prese a muoversi nel senso opposto, cioè in direzione dell'identitarismo.
Continua, nelle mutate condizioni, il processo di emancipazione dei popoli che ha sempre nel Papa il suo massimo campione.
Il povero Bianchi non è colpevole di avere litigato col suo successore - negli ordini religiosi succede ben di peggio - ma di essere sopravvissuto a sé stesso. Che ciò comporti una sanzione penale, risulta quanto meno discutibile.
Il professor Larini annota che "di solito si tacciono le parti di provvedimenti che riguardano le persone, e si parla di ciò che riguarda le istituzioni". Evidentemente, l'illustre studioso non conosce il diritto, le sentenze sono per loro natura pubbliche, ma richiedono il previo svolgimento di un processo. Che non è stato celebrato.
Quando si applicano delle sanzioni senza processo, come avvenne per Nicola II, si sostituisce l'atto giurisdizionale con un atto politico.
Tale è la sanzione applicata in questo caso, e significa che il Papa ritiene la Chiesa debba seguire la tendenza ad affermare le identità, di cui la religione è sempre un elemento costitutivo tra i più importanti e decisivi.
Sulla strada dell'ecumenismo, però, ci si incontrava con altri credenti.
Sulla strada dell'identitarismo, si trovano degli atei, come Conte e Xi Jiao Ping.
Il Papa lo sa perfettamente, come il Segretario di Stato.
Noi, come fedeli cattolici, ci adeguiamo alla loro scelta. Nè ci scandalizziamo: Pio XI definì Mussolini "l'uomo della Provvidenza". Stiamo vivendo un altro 1929.
Oggi si allontana padre Bianchi, allora si esiliava don Sturzo. Il quale, però, non venne almeno colpito da sanzioni canoniche.
   
























Send Comments mail@yourwebsite.com Saturday, April 25, 2020

Mario Castellano 08/06/2020
Copyright ilblogdimario.com
All Rights Reserved