L'appuntamento con i due dirigenti dell'opposizione non legalitaria all'attuale governo è fissato in un quartiere periferico di Genova, una periferia devastata dalla crisi dell'industria ben prima dello scoppio dell'epidemia, dove rimangono a testimoniare un passato glorioso e fervido tanto i capannoni abbandonati delle fabbriche quanto le sedi storiche di una sinistra che esiste ormai soltanto nelle memorie degli anziani.
In un modesto condominio, è alloggiato uno studio legale che manifestamente serve soltanto da copertura per i nostri interlocutori: se mai c'è entrato qualche cliente, ciò è avvenuto molti anni or sono.
I due personaggi non fanno nulla per nascondere il loro sentimento di sbandamento e di delusione.
È probabile - anche se non lo dichiarano espressamente - che qualcuno abbia prospettato loro un appoggio, in seguito non pervenuto. Nè essi paiono illudersi che la situazione possa cambiare nel prevedibile futuro.
Anche se non intendono abbandonare l'impegno, espongono con assoluta lucidità l'analisi degli errori compiuti, e della conseguente mancanza di prospettive. Ciò non significa che il loro movimento sia in procinto di sparire.
La crisi sociale è infatti destinata ad aggravarsi, ed essi si accingono a darle espressione nelle piazze. Non già nelle urne, perchè tra la destra legalitaria, che ancora governa la maggior parte degli enti locali, e quella non legalitaria, non ci sono quasi più rapporti. Quanto le accomuna è comunque la prospettiva di una sconfitta strategica.
Il governo Conte ha creato infatti i meccanismi istituzionali destinati a consolidare il suo potere tanto più rapidamente e solidalmente quanto più si aggraverà la condizione sociale degli italiani. Mentre è garantito il consenso dei ceti tutelati, destinati a sopravvivere all'attuale contingenza, quelli non tutelati - benchè ampiamente maggioritari - sono ormai atomizzati, e dunque incapaci di rovesciare gli equilibri stabiliti.
I nostri interlocutori si domandano dunque dove hanno sbagliato.
Tutti coloro che non si riconoscono nel regime attuale sono dei nostalgici che guardano al passato, o per meglio dire ad un loro passato metastorico, ad un'era mitica in cui ciascuno di loro si riconosce. Non necessariamente idealizzandola - non vi è traccia in questa gente del vecchio nostalgismo dei neofascisti - ma si tratta pur sempre del riferimento ad epoche diverse, comunque diversamente interpretate.
Tanto basta per rendere impossibile una strategia comune, che intanto risulta possibile in quanto esistono degli obiettivi condivisi.
Anche gli antifascisti, al tempo di Mussolini, erano uniti dall'avversione al regime, ma irrimediabilmente divisi su come sostituirlo. Fino a quando esso cadde per effetto dei propri errori. Il che rese possibile una parziale e provvisoria unità del campo avverso.
Le differenze con quel tempo consistono nel fatto che oggi è possibile un'azione di disturbo, anzi di destabilizzazione. La quale è però destinata a rimanere sterile, malgrado tutti i disordini che ci attendono.
Nella manifestazione di Roma del due giugno, è ricomparsa una bandiera monarchica. Quelle dei fascisti venivano tenute nascoste, ma il nerbo di chi si trovava in piazza era costituito dai militanti di Casa Pound e di Forza Nuova.
Ci sono anche i papalini, che hanno trovato la loro ispiratrice nella professoressa Pellicciari, e la loro massa di manovra nei tradizionalisti.
Non manca chi soffia sul fuoco attraverso la radio, ma le scelte della Chiesa sono ormai consolidate ed irreversibili. Se la Santa Sede, con l'ultimo conclave, si è decisamente schierata con il Sud del mondo, ne consegue che nella politica italiana la sua scelta sia in favore di un governo decisamente meridionalista in politica interna, terzomondista nella ispirazione ideologica e connesso con la Cina in economia.
Non a caso, il settore cattolico schierato con l'opposizione si sta avviando verso uno scisma, destinato comunque a rimanere residuale.
L'obiezione che muoviamo ai nostri interlocutori si appunta sul perchè essi non abbiano scelto di cavalcare le rivendicazioni regionaliste. Non mancano, in questo ambito, i possibili interlocutori, dai neo borbonici ai vari movimenti indipendentisti.
La risposta esprime l'errore che li ha condannati a perdere: il loro riferimento storico rimane il fascismo, sia pure declinato nella sua versione "sociale", che va dal programma sansepolcrista fino alla "carta di Verona".
Il riferimento della sinistra è rimasto specularmente l'antifascismo.
Gli uni hanno pagato non tanto per il loro passatismo, quanto perchè gli aspetti repressivi, centralisti ed autoritari del regime di Mussolini si ritrovano tutti nell'attuale governo. Che, però, qualificandosi come postfascista, attrae anche il consenso di chi non coltiva nessuna nostalgia del passato.
I democratici si consolano dal canto loro perchè i fascisti sono fuori dal governo, ed anzi vengono bastonati dalla polizia, per la prima volta dal 1945, in quanto non risultano più funzionali al sistema.
Il prezzo che pagano Zingaretti e soci consiste però di fare da supporto ad una forza politica di cui non sono nemmeno lontani parenti.
Chi voleva lo stato di polizia, è accontentato.
Chi voleva conferirgli il suo contorno ideologico rimane viceversa frustrato.
Regalando per giunta a Conte l'etichetta di "antifascista", anche senza intonare "Bella ciao".
Pare che “l’avvocato del popolo" sia stonato.

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Mario Castellano 12/06/2020
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